Saggio su Fabrizio De André
lunedì, 8 settembre 2008 | Di Luca | Sezione: Profilidi Franco Fattori
Fu un cugino, più grande di una decina di anni, a farmi ascoltare per la prima volta, nella seconda metà degli anni ’60, Fabrizio De André. Sino ad allora la mia musica era quella che si ascoltava in radio: canzoni italiane con Mina e Celentano a sovrastare tutto il carrozzone di quegli anni. Una parade che si confonde un po’ ingiallita nella valigia dei ricordi. C’erano i Beatles, i Rolling Stones e un po’ di Dylan, se avevi la fortuna di conoscere qualche “disincantato” musicale non legato alle melodie di casa.
La spensieratezza radiofonica era all’ordine del giorno grazie all’inossidabile binomio cuore-amore. E poi c’erano i sogni nel cassetto di un’italietta piccola e provinciale, divoratrice di rotocalchi e fotoromanzi. Le canzoni erano così le “radionovelas” di note che si susseguivano nell’etere Rai, dove s’imponeva la resistibile legge della melodia tonda e ridanciana. La semplicità di De André però la sentivo come una strana anomalia per i miei undici anni. A esser più precisi mi appariva come una scoperta non solo lessicale. Ma quella di un mondo adulto che sfioravo solo nelle frasi più grandi di me strappate furtivamente. Eppure, quelle dolci cantilene accompagnate alla chitarra, non erano come le altre. Beata ingenuità che non mi permetteva di capire perché fosse escluso dalla radio e dalla schiera degli eletti del Festival dei Fiori. Solo qualche anno dopo si è fatta breccia nell’incanto dell’adolescenza la convinzione di quelle scelte. Perché De Andrè eleggeva protagonisti gli umili e i deboli. Puttane e carcerati ma anche la gente di tutti i giorni alle prese con storie crude e nude. Storie di “diversi” lontani dalla buona società. Quella che dava tono alla discussione ed eleggeva il rango del salotto. Quella voce fuori dal coro è stata così in grado di proporre una revisione all’ipocrisia di una società in buona parte gretta e bacchettona. Questo grazie ad una onestà verbale politicamente al limite dell’establishment italiano. E poi c’era un’altra dimensione romantica. Struggente come la tromba che apre la “La canzone dell’amore perduto”. Drammatica come “La ballata del Michè”. Ma anche intima e profetica come in “Amore che vieni, amore che vai”. Un’altra faccia del sentimento. De Andrè riusciva a creare suggestioni differenti bersagliando un destino mai direttamente chiamato in causa ma intuitivamente vicino. Comune quindi a Marinella, a Bocca di Rosa e a Piero, il soldato ucciso di maggio ispirato dai racconti di uno zio che aveva combattuto nei Balcani.
Nato a Genova nel febbraio del 1940, il colto Fabrizio De André era quasi coetaneo di Bob Dylan (maggio’41) con cui ha condiviso parti di poesia e arte di questo secolo. “Nuvole Barocche”, del 1964, avvia la sua personalissima carrellata di cronache delle suggestioni. Un sentimento profondo sviluppato nel rispetto e ammirazione per il chansonnier francese Georges Brassens. Un fatale ispiratore di motivi come “Gorilla” o “Nell’acqua della chiara fontana”. E, soprattutto, apportatore di quel contributo culturale che ha configurato la stesura della ballata epica e ritmata in un canto costruito come caposaldo della struttura musicale. Interprete originale, misuratamente ironico e per diverso tempo lontano dalle luci della ribalta, Fabrizio De André è stato personaggio schivo. Ma anche affabile come ha saputo dimostrare nei suoi concerti. La sua scomparsa lascia canzoni e ricordi la cui etichetta di poesia, mai come in questo periodo, appare dozzinale e retorica per un uomo il cui idealismo aveva trovato nell’espressione baciata il suo rifugio.
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