Giovedì, 11 Marzo 2010

Due o Tre Cose su Piero Ciampi (in forma di appunti)

giovedì, 18 settembre 2008 | Di Fabio | Sezione: Profili

di Fabio Orrico

“Le sue poesie hanno il carattere umanissimo e non professionale del foglietto volante, del gesto che vuole perdersi, dell’appunto dettato mentalmente a se stesso, anche se spesso hanno una loro secca compiutezza stringente, da microdramma in versi”.
Maurizio Cucchi

“Subito dalla voce si capiva che era un uomo magro, e probabilmente alto, di una razza non tanto facile da decifrare, di una stazza di centro Italia non del tutto definita e codificata (mi arrivavano in mente dei segnali etnici che mi facevano intravedere, chissà, Malaparte, Moravia, l’attore Checchi), di gente scomoda e comunque senza quartiere (Kirk Douglas in Doc Holliday doppiato da Stoppa in O.K. Corral), gente sparata sui litorali (tipo il personaggio reso da Gassman nel film Il sorpasso) e altre confusioni”.
Paolo Conte

Piero Ciampi

Se è normale e per forza di cose giusto ammirare chi ha del talento, personalmente ritengo che amore e ammirazione spettino anche, se non di più, a chi il proprio talento ama sprecarlo. È una razza d’artisti assai curiosa quella degli sprecatori di talento, mobile e disomogenea, a volte irritante, di sicuro commovente. Mi vengono in mente certi film di Sam Peckinpah (gli ultimi) dove tutto è gigantesco e doloroso anche se poi i risultati appaiono minimi e almeno un paio di romanzi di Jack Kerouac nell’arco di duecento pagine noiosi divertenti stupidi geniali retorici struggenti. Ma sto divagando. O forse no. Comunque, volevo dire due o tre cose su Piero Ciampi. Se mai fosse necessario trovare un santo patrono degli sprecatori di talento, lui sarebbe la persona giusta.

In vita Piero Ciampi ha inciso cinque album, postumi un pugno di provini. Gli album di Ciampi sono di quelli che ti fanno dire: chissà cosa avrebbe potuto fare se fosse vissuto ancora qualche anno. Beninteso, non si tratta di canzoni che potevano essere migliori assemblate con una logica che poteva essere più precisa: Ciampi era geneticamente incapace di scrivere brutte canzoni, al massimo poteva scrivere canzoni imperfette ma, si sa, l’imperfezione è una grande virtù di tutti gli sprecatori di talento. Quello che stupisce è l’eccesso, anche di generosità magari. Troppe buone trovate nello spazio di una sola canzone, non di rado costituita da tre o quattro poesie del nostro, riunite con geniale disinvoltura e poi restituite all’ascoltatore da una voce malata definitiva terminale.

Il canto di Ciampi continua a essere sorprendente e pervasivo fin dal primo disco, per certi versi il meno ispirato, in cui le canzoni sembrano assalite dal lamento di un jazzista sgarbato, percorse nelle loro pieghe sinfoniche volute dal suo primo produttore Gian Piero Reverberi.

La voce di Ciampi, da subito, è già di per sé musica, come Billie Holiday, come, più tardi, il suo ideale fratello d’oltreoceano Tom Waits. La voce più adatta per le sue poesie, per la sua faccia e, fatalmente, per la sua vita.

Quando si usa il termine poesia riferito a un cantautore si rischia di equivocare. È evidente che si tratta di cose differenti: tanto per fare un esempio, Bob Dylan non è un poeta, anche se lo si è spesso definito tale, ma molte sue canzoni sono più belle di tante poesie. Lo stesso vale per Ciampi. Ciampi ha scritto anche poesie. Sono versi nebbiosi scheletrici reticenti, sospesi sull’orlo dell’ellissi più ardita, della sintesi meno addomesticabile. Poesie scritte e riscritte, piene di varianti e personaggi che tornano, come i volti familiari delle comparse di tanti film western, regolarmente uccise e poi di nuovo in piedi nel film successivo.

Messi insieme, i versi di Ciampi, testimoniano un lavoro privo di progettualità, scontroso e inafferrabile, sono blues privi di musica in cui la misura stilistica è fornita dall’amarezza e dal disincanto, dal senso dell’umorismo e dalla solitudine. Ogni tanto, anzi spesso, quegli stessi versi sono scivolati sulle partiture di Gianni Marchetti che ha legato il proprio nome ai testi migliori di Ciampi. C’è da chiedersi quanta pazienza debba aver avuto Marchetti a piegare la sua musica al monologo delirante di Ciampi e constatare con quanta puntualità e acume è riuscito a farlo.

La voce di Piero si insinuava fra le sue note, strappandole e ricomponendole, come gli assoli labirintici di John Coltrane nel cuore affaticato di My favorite thing.

A conclusione di queste note un po’ disordinate vorrei dire un paio di cose sul concetto di rapina. Secondo me i grandi artisti rapinano. Se sono intelligenti ( in genere lo sono) rapinano artisti altrettanto grandi. Fellini ha rapinato Mario Bava, Montale ha rapinato Sandro Penna, Hitchcock ha rapinato Fritz Lang, Josè Muñoz ha rapinato Hugo Pratt e così via. Piero Ciampi ha rapinato Leo Ferrè e Jacques Brel ma anche Camus, Breton e De Chirico (vedere per credere Natale è il 24 e Raptus). Piero Ciampi è stato a sua volta rapinato. A testimoniarlo c’è almeno una canzone di Paolo Conte, qualche splendido paradosso di Freak Antoni, qualche felice intuizione di Giovanni Lindo Ferretti e altre cose più trascurabili. Questo fa di Ciampi un maestro. Il che probabilmente lo avrebbe fatto ridere o ancora più probabilmente incazzare.

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