Venerdì, 10 Febbraio 2012

L’America e altre Ossessioni. Note sul cinema di Micheal Cimino

lunedì, 29 settembre 2008 | Di | Sezione: Profili

di Fabio Orrico

“Quante volte ho avvertito la durata nei primi segni di primavera alla Fontaine Sainte-Marie nel vento notturno della Porte d’Auteuil, nel sole estivo del Carso, nell’incamminarmi all’alba verso casa dopo un’intesa”
Peter Handke

1. La durata

Quella di Michael Cimino, il più americano fra gli italo americani di Hollywood, è una storia emblematica. Emblematica degli anni ’70, del cinema americano di quel periodo, emblematica di una dialettica con i classici ormai quasi del tutto rimossa dal cinema del nostro tempo, impegnato com’è a bruciare l’insegnamento dei padri senza proporre nulla di veramente nuovo.


La storia di Cimino regista inizia con un piccolo film Una calibro 20 per lo specialista, prodotto e interpretato da Clint Eastwood, anche lui come Cimino, autore lontano dalle mode. E’ un piccolo film, dicevo, una storia di rapina e d’amicizia sullo sfondo di un paesaggio insolito, molto eastern, più vicino a Anthony Mann che a John Ford, e che rivela chiaramente quanto il paesaggio conti nel cinema di questo autore. Che è un cinema fortemente influenzato dalle idee di spazio e di tempo e in questo senso assai vicino alle opere coeve di Wim Wenders (al tempo non ancora incline all’umorismo involontario e al catechismo) e a quel capolavoro fordiano che è Nel corso del tempo. Quindi uomini inseriti in luoghi che sono anche luoghi della mente lungo una durata che non è quella del film ma quella del cinema, dunque potenzialmente infinita, ben al di là dei confini segnati dai titoli di testa e di coda.
Con i colleghi registi del suo tempo e del suo paese Cimino ha diverse cose in comune: il culto per i maestri del passato, la cinefilia, un certo manierismo. Non si occupa direttamente delle sue radici italiane (come Scorsese e Coppola) anche se ugualmente racconta storie di immigrati, non è un virtuoso della macchina da presa (come De Palma e Spielberg) anche se non riesce a prescindere da un modo di girare raffinato e potente insieme, accorda una decisa preferenza all’epos (come Milius) ma non crea personaggi retorici né esemplari. Quello di Cimino è un cinema ambiguo, sempre sul filo del rasoio, ingenuo e disincantato, umilissimo e classico, spesso arrogante, costantemente esposto al rischio di essere frainteso, accusato di volta in volta di essere razzista, guerrafondaio e destrorso, progressista e liberal, per una sovrabbondanza di idee e concetti che intasano l’inquadratura, prolungandola lungo carrellate e panoramiche che spiegano prima ancora che raccontare, contraendolo in ellissi che sfiorano l’afasia narrativa, come se ci fosse troppo da dire e troppo poco tempo per farlo.

2. La formazione

Cimino dirige i suoi capolavori uno dopo l’altro tra il settantotto e l’ottanta. Sono anni fertili. Francis Ford Coppola, sulle orme di Orson Welles e Stanley Kubrick, si propone come tycoon-artista. Gira Il padrino fondendo Via col vento e Visconti, professionalità americana e libertà europea, dà il via a un cinema d’autore premiato anche dal pubblico, benedetto dal botteghino. Sam Peckinpah rilegge la frontiera mostrando che l’america nasce soprattutto dal dolore e dalla sopraffazione (e certa critica “impegnata” non sarà abbastanza illuminata da perdonare la sua franchezza e sopportare la sua anarchia). Cimino si abbevera a queste fonti. Il cacciatore parla anche di questo. Racconta la guerra del Vietnam o meglio la fa raccontare dai gesti, dagli sguardi, dall’amarezza lancinante trattenuta con tutto il pudore di cui si è capaci di tre reduci e un pugno di amici, disgregati da quello che si è visto come da quello che non si è visto. Insieme al quasi contemporaneo Apocalypse now di Coppola, Il cacciatore resta il film di guerra più complesso e angosciante mai realizzato, almeno fino a che Kubrick ci consegnasse il suo agghiacciante Full metal jacket. Ma a differenza di Kubrick, freddo come una lama nel constatare il male e il fascismo della guerra, Cimino sposa la cifra del melodramma e sceglie il punto di vista di una comunità di oriundi russi, a ribadire che l’america sul campo di battaglia viene difesa dalle sue minoranze razziali. Ancora una comunità di russi è al centro del film seguente di Cimino I cancelli del cielo, gigantesco e sfortunato prequel de Il cacciatore, Nascita di una nazione al contrario e paradosso politico-economico della nuova Hollywood.

3. Il western

“Il western è la rappresentazione morale del nostro passato”
Peter Bogdanovich

Negli stessi anni Arthur Penn e Robert Altman girano film western raccontando però l’ovest con toni satirici e decisamente anticlassici, Monte Hellman gira La sparatoria con uno stile tra Brecht e Godard, spingendo il suo film oltre i confini del genere, John Carpenter e George Romero contaminano i loro horror con situazioni prese da Un dollaro d’onore di Howard Hawks, solo Sam Peckinpah e Clint Eastwood affrontano il genere senza complessi rafforzandolo con metafore liriche e violente, seguiti su questa linea da Walter Hill e dal suo struggente I cavalieri dalle lunghe ombre.
Con I cancelli del cielo Cimino riesce a giocare una carta più pericolosa: con gli strumenti del western classico (epica e melodramma) racconta una della pagine più oscure della storia americana, lo sterminio di una comunità di emigrati russi da parte di un’associazione di allevatori, il tutto con il tacito assenso del presidente degli Stati Uniti (gli immigrati de Il cacciatore devono prima soccombere all’odio razziale per poter essere accolti come cittadini e quindi avere il diritto di morire per l’America).
I cancelli del cielo manda in bancarotta la United Artist e segna se non la fine una battuta d’arresto fatale nella carriera di Cimino. Da allora sarà un regista scomodo. Eppure il film resta tra i più belli e commoventi della storia del cinema. Lento, solenne, visionario, bellissimo anche nel montaggio deturpato che la produzione impone al regista. Una scena per tutte: il valzer tra Kris Kristofferson e Isabelle Huppert, solitario e silenzioso dopo la festa fragorosa della domenica, subito prima che si scateni la tragedia. Sedersi e guardare una scena come questa significa capire che cosa è il cinema. La restante filmografia dell’autore sembra svolgersi sotto il segno dell’incomprensione. L’anno del dragone, che mutua la sua struttura narrativa da Sentieri selvaggi di Ford, è un poliziesco barocco e violento mentre Il siciliano è forse il primo vero passo falso di Cimino. Ispirato a uno scadente romanzo di Mario Puzo il film vuole essere la biografia romanzata e sognante di Salvatore Giuliano, in realtà ennesimo western travestito perché di western veri a Hollywood, non è più possibile farne. Inverosimiglianza, approssimazione, retorica sono alcune delle accuse mosse a Cimino, spesso non a torto.

4. Il mestiere

La genialità dell’autore, paradossalmente, viene dimostrata da un piccolo film su commissione, Ore disperate, remake dell’omonimo film di William Wyler del ’55. In una storia così claustrofobica (una famiglia presa in ostaggio da un gruppo di gangster) Cimino si ritaglia due parentesi western incongrue quanto geniali, in un paesaggio che ricorda da vicino quello del Cacciatore (c’è persino un cervo che fa capolino in una breve inquadratura). Uno dei gangster, circondato da cavalli selvaggi (come Sterling Hayden in Giungla d’asfalto di Huston), immerso fino alle caviglie nell’acqua del lago, canticchia una canzonetta sgangherata, prima di essere fatto a pezzi dai proiettili dei poliziotti che lo tengono sotto tiro. Queste divagazioni en plein air sembrano quasi una prova generale per il film successivo, giunto sei anni dopo, Verso il sole.
Con quest’opera Cimino torna ai suoi miti, alle sue ossessioni. La trama è quanto mai rispettosa dei clichè ma con alcune significative differenze che ben evidenziano l’intenzione metaforica dell’autore. Un giovane teppista di origine indiana, malato terminale di cancro, rapisce un medico e lo costringe a un viaggio disperato verso una mitica fonte della giovinezza. La razionalità del medico viene messa a dura prova. Cimino definisce Verso il sole un film di guerre, a sottolineare ancora una volta le tensioni di un paese fatto di mille razze e mille culture, intimamente incapace di capirle, a dispetto dei (quando ci sono) buoni propositi. Nel cinema contemporaneo Verso il sole appare come un oggetto assai strano, difficile da catalogare. E’ un film antichissimo e adirato, girato con un furore da belva chiusa in gabbia e aperto da squarci di poesia degni di Walt Whitman. Insieme ad Hana bi di Takeshi Kitano resta forse il più emozionante film degli ultimi cinque anni, a dispetto delle sue lungaggini e dei suoi difetti. Il confronto tra Cimino e Kitano ci sembra necessario, e forse vale la pena aggiungere il nome di Abbas Kiarostami. Probabilmente i tre cineasti più radicali in circolazione, fautori di un’idea di cinema contemplativo, lento, pervicacemente teso a scovare un tempo personale all’interno dell’inquadratura, decisi ad inseguire un’idea fino alla fine, spesso un’idea così urgente da venire poi fraintesa nel momento (delicatissimo e mai banale) dell’espressione. Se il cinema, come speriamo, non diventerà un carrozzone virtuale per meravigliare il pubblico della televisione, il merito sarà di registi così.

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