Recensione: “Lettere a nessuno” di Antonio Moresco
giovedì, 9 ottobre 2008 | Di Fabio | Sezione: Profilidi Fabio Orrico
Dopo dieci anni torna in libreria il libro di Antonio Moresco che più amo. Va beh, immagino che questo importerà a pochi.
Si è trattato, qualche anno fa, del primo incontro per me con questo scrittore.
Fu una bellissima prima volta.
Lettere a nessuno raggruppava pagine di diario, appunti, epifanie, databili tra il 1981 e il 1991. Dieci anni nei quali Moresco dava conto non solo della sua quotidianità ma anche del suo passato, scrivendo pagine tesissime, straordinarie, poetiche, sinistramente comiche. Mi era parso, e mi pare ancora, che da quel libro venisse fuori una storia d’Italia alternativa. Che Moresco, che per molti anni ha fatto politica militante, descrivesse come nessuno gli anni settanta, la politica e l’extrapartito e che allo stesso modo il suo quadro della scena editoriale non avesse precedenti. Due spazi esistenziali e storici trattati con una dolorosa assenza di mediazione, con sensibilità da scorticato, in una luce del tutto antiretorica. Un libro, insomma, che non somigliava a nient’altro pur rientrando, come ci ricorda l’attuale bandella Einaudi, nella grande tradizione dello Zibaldone e del Mestiere di vivere.
Tutto vero. Tutto confermato.
Per me non si è trattato di tornare a quel testo perché Lettere a nessuno mi accompagna davvero da molto tempo. Le sue visioni abbacinanti fanno parte della mia quotidianità. Cose come queste: “La preistoria è cominciata con l’allevamento del bestiame. La poststoria sta cominciando con l’allevamento dell’uomo” oppure: “Nel bidone delle immondizie una grande stella marina di un rosso molto acceso. Le erano stati tagliati via due bracci e lottava contro un gran nugolo di vespe che, accanendosi soprattutto sulle parti ormai staccate, le avevano già aperto diversi crateri in vari punti” o ancora: “Io mi sento in guerra totale con tutto quanto mi circonda, ma lo sono a tal punto da sentirmi, a volte, quasi in pace con esso”.
In termini di tempo e ispirazione Lettere a nessuno costeggia Clandestinità, La cipolla, il capolavoro Gli esordi e, nella nuova edizione si raddoppia. Moresco aggiunge una seconda parte nella quale attraverso un corpus di scritti assai eterogeneo (ancora pagine di diari e appunti ma anche articoli per riviste e testi scritti per i siti “Nazione indiana” e “Il primo amore”) ci racconta la sua vita dall’anno del suo esordio (il già citato Clandestinità) ad oggi. A farla da padrone è la macchina mediatico-culturale, con le sue contraddizioni, le sue meschinerie e i suoi rari attimi di salvezza. Continuo a pensare che Lettere a nessuno (anche questo Lettere a nessuno) sia il più bel libro di Moresco, il più rischioso e il più puro e, sicuramente, una delle letture più importanti della mia vita. Un libro in cui si trovano riuniti il dolore degli uomini e il dolore degli animali, i pensieri dei virus e le strategie di guerra dei batteri, Leopardi e Teresa d’Avila, Benedetto XVI e l’11 settembre, Laura Antonelli e Kafka, un’opera capace di attraversarti completamente, di perderti e poi di salvarti. Che è poi quello che riesce a fare la letteratura quando è veramente grande.
All’epoca della sua uscita questo libro creò una piccola rissa. Gli intellettuali citati, conosciuti dall’autore nelle sue peregrinazioni alle case editrici, non hanno gradito. I gesti critici seguiti alla pubblicazione hanno spesso teso a normalizzare, a banalizzare il testo. C’è stato chi, come Alfonso Berardinelli, ha puntato sulla definizione di romanzo e sulla quota di finzione che questo genere vuole gli si accompagni, per ridimensionare il suo valore di testimonianza. Forse Lettere a nessuno è anche un romanzo, perché no, ma è anche tanto altro. Sono pagine che sanguinano, che restano, che resistono. Una lietissima notizia che sia tornato nelle librerie.
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