Venerdì, 10 Febbraio 2012

Sul ponte sventola bandiera bianca

martedì, 14 ottobre 2008 | Di | Sezione: Cronache dalla rete

di Chiara Valerio

Fonte: Nazione Indiana (link all’articolo)

Comunque sia, adesso il pianeta è saturo. Ciò significa, fra l’altro, che i processi tipicamente moderni, come la costruzione di ordine e il progresso economico, si svolgono ovunque: quindi i “rifiuti umani” sono prodotti e sfornati ovunque in quantità sempre maggiori, ma stavolta in assenza di discariche “naturali” idonee al loro magazzinaggio e al loro potenziale riciclaggio.
Z. BAUMAN, Vite di scarto

Marginalizzazione dalla attività lavorativa?
In effetti sì.

Svuotamento delle mansioni?
Abbastanza, ma nemmeno rosso di sera… come si dice?

Mancata assegnazione dei compiti lavorativi con inattività forzata?
Sì, si può dire così…

Mancata assegnazione degli strumenti di lavoro?
Eh! Mica da oggi! Perdoni l’euforia…

Ripetuti trasferimenti ingiustificati?
Beh… ingiustificati… comunque sì, sì…

Prolungata attribuzione di compiti dequalificanti rispetto al profilo professionale posseduto?
Mi fa ridere sa dottore? Mi perdoni, Mi fa ridere e mi perdoni… ha mai compilato una domanda di immissione in una graduatoria per le supplenze scolastiche?

Impedimento sistematico e strutturale all’accesso a notizie?
Mi sta chiedendo se mi fido del sindacato?

Esclusione reiterata del lavoratore rispetto a iniziative formative, di riqualificazione e aggiornamento professionale?
Su questo in particolare avrei qualche parolina…

Dottoressa, mi dispiace, lei ha il mobbing…
È molto grave?

Prima di contrarre il mobbing non avevo mai avuto nemmeno un raffreddore. Non uno starnuto buono bianco e senza muco di quelli da far esclamare a uno sconosciuto in treno Salute signorina! tanto da prendermi sulle guance, come un buffetto nonno, la benevolenza e gli auguri del mondo. Niente, sono andata all’università sono rimasta all’università e adesso insegno a scuola. Il passaggio non è stato immediato però. Se il mobbing fosse una malattia a trasmissione sessuale io non l’avrei presa durante quegli anni perché studiavo troppo né devo averla contratta oggi perché il dottore continua a ripetere preoccupato che la malattia ha già fatto grossi danni ai canali lacrimali, alle nocche e all’amor proprio.

Il dottore sembra una brava persona e non si perde in metafore e infatti quando gli ho chiesto Dov’è l’amor proprio? mi ha domandato Da quanti giorni non ha un momento per pensare a sé?. Io dovrei avere quasi tutti i pomeriggi per pensare a me perché insegnare a scuola è un impiego a mezzo servizio con due mesi di ferie. Non è un contributo necessario alla formazione di una classe di donne e uomini pensanti e critici, non un divertimento, non un arricchimento e nemmeno un mestiere, no. È un impiego a mezzo servizio con due mesi di ferie pagate. Questo è quello che tutti sanno, che i giornali e la televisione raccontano, che mi rinfacciano talvolta gli studenti con genitori che sfoggiano arte e parte, e che tutto sommato, ma senza nessuna accezione saprofita o ansie classificatorie, è.

Se avessi contratto il mobbing in un’aula scolastica l’allarme avrebbe suonato più forte e coperto il trillo della campanella delle tredici e trenta. Perché io ascolto molto. Ma no, poi l’insegnamento è troppo recente per i danni che elenca il dottore e infatti ha supposto che io abbia contratto il mobbing in quel periodo al quale mi ero riferita con il passaggio non è stato immediato.

La scuola di specializzazione in didattica.
È pur vero che io ci sono arrivata in età da ripetente, perché avevo investito quattro anni in un dottorato di ricerca a tasso di interesse meno quattro virgola cinque, e la maggior parte dei colleghi da imberbi laureati, ma è altrettanto che quando si parla di studio e riflessione e insegnamento la curiosità, la trasversalità e la competenza dovrebbero essere addendi da mettere a fattor comune e a beneficio di tutti. Cosa che non è semplice in un posto dove sei costretto ad attestare la presenza con una firma e dove le firme false, per necessità o malavoglia, sono più importanti di quello che puoi imparare.

Se in parlamento ci sono i pianisti perché in altre aule dovrebbe essere diverso? Mi dica dottore!. Comunque, mi sono trovata a dover vivere nascostamente ogni nozione appena sopra la media. Anche qualche altro. E non per il solito malcelato, e a volte posticcio, understatement mi creda dottore!, Le credo, ora continui.

I docenti della scuola dei specializzazione sono quasi tutti professori universitari. Anche questo dovrebbe essere un valore e lo sarebbe se non vivessimo in una società nominalista. Che significa?, Che se io la chiamo dottore penso che lei possa curarmi, La ringrazio per la fiducia, Non è fiducia, è alfabetizzazione, sto leggendo sul suo badge, Oh!, è vero.

Il (pregio e il) difetto principale dell’università è quello di lavorare alacremente perché tutto rimanga esattamente com’è. E infatti solo un paio di docenti, in due anni di scuola, hanno rimodulato i corsi accademici su quelle che potevano essere le esigenze di una platea che l’indomani, non immediato, avrebbe insegnato a scuola. Entravano in classe e ripetevano le lezioni universitarie. I professori universitari non considerano l’insegnamento come un fenomeno da studiare in sé, affatto. Questo è quando andava bene. Quando andava male il tempo era perso in senso proprio, nemmeno nelle inani ripetizioni. Ma non voglio fare polemica, non so come avrei reagito io se fossi stata ex cathedra, so come ho reagito tra i banchi, cioè, il dottore lo sa. Mi ha detto che il mobbing è un batterio che vive gregario nelle sacche di coscienza di tutte le indoli versate all’interpretazione, come la mia, come una taenia, e che si sviluppa quando percepisce eccessiva diversità tra il sé e il mondo e divora i canali lacrimali, le nocche e l’amor proprio, come è successo a me. La diversità che io ho percepito durante quegli anni, che ora so di incubazione, riguardava la loro mancanza di curiosità intellettuale e il mio avercela in eccesso, il mio non capire che avrei dovuto sfoderare misericordia e il mio continuo accanirmi a far arrossire relatori e assistenti di laboratorio e colleghi furbi o solo intenti a preservarsi in una struttura oscura e più potente del singolo. Il dottore mi ha detto che la prima conseguenza dell’essere infettati dal mobbing è l’inibizione del concetto di Noi e la conseguente mancata secrezione linguistica del pronome.

Il Noi non esiste più, ci sono, sempre più presenti e contrapposti l’Io e il Loro. In decenni di aggregazione, anche di tipo banda armata come i settanta, in effetti c’era terrorismo politico ma non mobbing. Anche se spesso da quando l’ho contratto mi viene voglia di colpirne uno per educarne cento. Il dottore dice che è molto anomalo perché l’interpretazione è un fattore di sviluppo del mobbing almeno quanto è un vaccino per il terrorismo. O se non di colpirlo almeno di farlo saltare in aria. Il dottore dice che nonostante la nostra democrazia sia rappresentativa, il rappresentante del sistema non è il sistema. Mah. Che intrico. Io ho preso il mobbing quando loro, quelli che sapevano come me qualcosa più del luogo comune, hanno cominciato a dire Ma perché te la prendi così tanto?, Pensa alla salute!, Ma che ti frega che abbiamo pagato e dovrebbe essere una scuola professionalizzante?, Ma tu ci pensi che ce ne andiamo a lavorare?, È l’ultimo brandello di posto statale!, A me piace insegnare e lo farò a ogni costo e senza perderci la testa come te!. Io ho preso il mobbing quando le persone intelligenti che mi stavano intorno si sono vestite da stupide per andare avanti e la qualità s’è trasformata in sopravvivenza. E questo è tutto dottore mio.

[a latere] Insegnare stanca (chi segue)

DICOTOMIA: Divisione in due parti | (filos.) Divisione di un concetto in due concetti contrari che ne esauriscono l’estensione.
IL NUOVO ZINGARELLI, Vocabolario della Lingua Italiana

Se chi sa fa e chi non sa insegna… chi insegna a insegnare… che fa?

All’inizio di questo anno accademico e di questa nuova avventura nella scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario mi divertivo appena snobisticamente a glossare il vecchio insulso detto. Stare tra i banchi a studiare e leggere è la seconda cosa che vorrei fare nella vita e me la tengo di solito ben stretta come un velocista che sappia di poter correre i cento metri in non più di undici secondi. Non un campione ma un buon diavolo da corsia otto. Così ascoltavo e glossavo, e ne ridevo con gli altri nella stessa barca. Anche se la barca non è mai la stessa. Prendevo appunti ligia come uno studentello imberbe che comunque beccheggia tra il curioso e lo sdegnato. Penna nera e matita. Ogni pomeriggio dalle quattro alle cinque ore intenta a corsi di area specialistica che quando è andata bene erano ripetizioni accurate di lezioni accademiche e solo in tre o quattro casi, cicli di interventi mirati a sviluppare curiosità e competenze nei discenti a uno e a due gradi di separazione. Io e la mia aula a venire insomma. La scuola di specializzazione si paga e cara, e le due sensazioni preponderanti, sibilanti tra i malumori e gli snack tampona-ansia, sono quelle di comprarsi l’accesso a un posto fisso malpagato e socialmente molto femminile e molto mal visto ma che comunque consente due mesi interi di ferie, e la sensazione di spreco. Le motivazioni per cui ci si iscrive non sono importanti perché l’obiettivo comune è lavorare.

Il Cincinnatus di Nabokov suggeriva che il senso dello spreco, la tragedia dello spreco, è il sintomo primo ed evidente del trovarsi in un regime di tirannide.
La scuola di specializzazione a Napoli, specialmente nei corsi di area comune- luogo comune (insegnamenti di pedagogia e varie), ti lascia addosso un senso di spreco che ha dell’immorale. Se categorie come morale ed etica ed estetica hanno ancora valore in un posto dove le cattedre di area comune capitano sotto le mani nervose di individui privi di qualsiasi spessore culturale e di qualsiasi attitudine all’interlocuzione e al dibattimento.
Qualunquismo e improvvisazione.

Ci sarà un bando ci saranno titoli ci saranno motivazioni. Ma c’è anche da ammettere Visti i soggetti figuriamoci il resto.

Scrivo questo senza astio, con molto senso della realtà e ancora senso di spreco. E appena di impotenza perché chiunque di essi, il più millantatore, potrebbe schermare la sua difesa con un Lei non sa di cosa sto parlando come può discriminare su contenuti che non appartengono al suo cursus studiorum. La platea alla quale questi loschi figuri si rivolge è fatta di persone laureate in discipline scientifiche, il linguaggio con cui qualcuno di essi si rivolge è offensivo e costituito da non più di cinquecento parole con la scusa Altrimenti non capite. Supporre la stupidità e l’ottundimento linguistico nell’interlocutore è pericoloso e molto gramo. Io mi sono iscritta perché mi piace insegnare, non che sia significativo o lodevole ma è la terza cosa che vorrei fare nella vita e spesso mi ci aggrappo con la pervicacia borghese piccola piccola di voler contribuire con qualcosa di produttivo per me stessa e per gli altri intorno.

A scuola non c’è posto sulla cattedra ma tra i banchi pare di sì. In uno di questi corsi, il giorno della registrazione dell’esame, il professore mi ha detto Le ho messo ventisei perché ha grossi problemi con la grammatica.

Io ho sorriso incredula e forse supponente all’uomo che pochi secondi prima aveva detto Dicotomia significa contraddizione.

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