Venerdì, 10 Febbraio 2012

Poesie Country Folk della Valmarecchia

martedì, 21 ottobre 2008 | Di | Sezione: Scritti inediti

di Primo Pellegrini

Due trattori

Ho due trattori,
con da attaccarci tutto quello che serve.
Ho due trattori,
ma non c’è niente
come il ricordo dell’Antonietta,
che ha preso la corriera
giù, alla fermata, davanti a Giorgio di Manenti.
E non si è più vista.
Ha detto che sarebbe stata alla fiera,
ma ci ha messo piede solo per cambiar corriera.
Adesso, dicono ch’è a Rimini,
lava teste da una parrucchiera.
Io ho due trattori,
e gli faccio tutto quel che serve,
gli cambio l’olio, le cinghie e tutto,
ma quand’è verso sera
e sto dietro al pagliaio
a pulire i cingoli dal fango secco,
allora guardo là in cima,
sopra la casa di Giorgio di Manenti,
per vedere
se l’Antonietta ha deciso di tornare.

La pozza dei cavedani, al fiume sotto il mulino
del povero Giorgetti

Quand’è proprio caldo, e si suda anche a star fermi,
ci troviamo lì anche senza chiamarci,
alla pozza dei cavedani, proprio sotto
al vecchio mulino di Giorgetti.
Se fosse ancora vivo, il povero Giorgetti,
lui non farebbe andar giù nessuno, perché
il sentiero è pieno di ciliegi e lui teneva anche l’orto, e le fragole.
Così, diceva che la gente gli fregava la roba,
e non faceva andar giù nessuno.
Adesso, non c’è più Giorgetti a far l’orto,
i ciliegi sono persi fra l’ortica e l’edera.
Ci buttiamo nella buca nudi,
in fondo al sentiero storto.

Le notti

Ieri è venuto quello del camion dei surgelati,
e si è fermato nel cortile dell’Assunta,
nel ghetto di Sebastiani.
Io e la Sonia eravamo nella vigna
a dare il solfato alle viti,
e quando abbiamo sentito il clacson
siamo corsi lì.
La Sonia è andata su di corsa,
e mi sa che non aveva neanche le mutande,
ho messo la pompa giù dalla schiena
e gli son corso dietro tutto rosso.
Abbiamo preso una torta gelata alla panna,
e l’abbiamo mangiata a morsi, nel filare,
così ci ha preso anche male ai denti.
Alla fine era buio per il solfato,
e ci siamo corsi dietro fino a casa.
La notte, nel letto, con i grilli che facevano un gran chiasso,
la Sonia mi ha chiesto
cosa stavo pensando.

Mazzoni e il cinghiale

Passo fra i filari di Paolino,
per tagliar strada fino al podere,
e mi attraversa un cinghiale.
Lui corre via veloce,
svicola le viti e
sprofonda d’un tonfo nell’orto di Mazzoni.
C’è un gran spezzare di canne, e pomodori,
trascina via i filari di fagioli,
sbrana e spacca i meloni.
Poi esce Mazzoni e gli urla contro,
ma mica tanto convinto; dice solo
delle gran bestemmie, così
quando arriva anche Giulio col fucile
il cinghiale ha finito e se n’è andato.
Siamo rimasti lì un po’ a parlare,
Mazzoni che ancora bestemmiava e rimetteva
su le canne ai fagioli,
e Giulio con gli occhi da matto tutto agitato
che badava a tenere il fucile puntato
contro non si sa cosa.
Chissà che un giorno o l’altro
non si rifà vedere, quel cinghiale.

Il giorno giusto

Oggi non è proprio il giorno giusto
per raccoglier le patate;
fino in basso alla fonda è caldo pesto,
e un vento secco di polvere che fischia.
E’ un giorno di quelli
che le bisce cadono dai rami,
e neanche Marnone gira col suo Ape:
sta tutt’il giorno all’osteria di Susa all’ombra,
e racconta della morte di suo babbo.
E’ un giorno di quelli
che sarebbe bello stare a casa della Loretta,
a sbucciare i piselli con lei sotto al portico,
a far finta di esser ‘sto vento caldo,
entrargli nella scollatura
e giocare fra i suoi seni nudi.
E’ un giorno che chissà
quante file di patate saranno domani,
quando sarà passata la notte,
fino a tardi, a bassa voce, mezzi scemi,
a sentire il bosco che si stanca sul monte.

Il tegliaro

C’è una veglia,
stasera,
a casa di Cesaretti,
che chissà c’è anche caso
che venga la Simona della Cava,
e se solo non ci fosse Tonino,
potremmo anche ballare,
anche fino a tardi.
Potrei chiederle di venir giù,
fino al Ponte di Baffoni,
che tanto
la musica si sente fin lì,
e poi ci stenderemmo sui sassi del fiume;
io mi metterei anche a cantare,
per la Simona della Cava,
e potrei dirle di quelle cose
che magari mi vergognerei come un cane,
ma gliele direi lo stesso.
Per farla ridere,
sviterei anche tutti i bulloni
della zappatrice di Mario il Matto,
e li tirerei anche tutti dentro alla pozza di Cedrini.
Ci andrei sì alla veglia di Cesaretti,
anche se c’è Tonino,
che poi tanto si riduce ubriaco
e va a vomitare dietro al pollaio,
così potrei anche pisciargli addosso dal tetto,
e lui andrebbe a casa come un patacca.
Ci andrei, alla veglia di Cesaretti,
se non fosse per questa luna piena,
se non fosse per tutte quelle luci,
se non avessi tutto ‘sto ferro da battere per domattina,
se non fossi “il tegliaro”,
con una gamba più corta
e la faccia sempre così nera.

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