Recensione: “Gli enervati di Jumièges”
venerdì, 24 ottobre 2008 | Di Fabio | Sezione: Profilidi Fabio Orrico
Gli enervati di Jumièges è un’opera-mondo, un testo stratificato e ondivago che contiene altri testi, altri mondi: partiamo dal titolo , condiviso con un quadro, firmato da Evariste Vital Luminais nel 1880 e che si rifà alla leggenda secondo cui re Clodoveo II punì i suoi due figli, rei di aver cospirato contro il padre, con la bruciatura dei tendini delle gambe per poi lasciarli andare alla deriva su una zattera, lungo la senna. Senza ricorrere ad alcun freudianesino di comodo, possiamo comunque rilevare come questo testo sia fortemente attraversato dalla figura del padre (anche kafkianamente dedicatario di una lettera, come vuole dirci uno dei capitoli centrali), significativamente ritratto in contrapposizione con una vagheggiata società dei fratelli.
Il secondo libro di Roberta Bertozzi è un libro che rischia parecchio e, soprattutto, è un libro bellissimo. Bellissimo perché denso, feroce, violento, attraversato dalle urgenze di una lingua insieme antica e moderna, da continui strappi che prendono il lettore allo stomaco. Le parole si stendono sull’orizzonte di questa poesia come giganti malformati dando vita a sprazzi potenti degni della poesia allucinata e allucinante della Rosselli. Ma c’è un altro libro che mi è venuto in mente leggendo gli enervati ed è uno dei più begli esordi poetici degli anni 70, Il disperso di Maurizio Cucchi. Anche lì la stessa struttura poematica, la stessa logica del frammento, del lacerto, anche lì dialoghi lasciati cadere nel vuoto della pronuncia con gli stessi effetti di amplificata violenza. Non so se la Bertozzi ami la poesia di Cucchi e in effetti potrebbe non essere così. Negli enervati non c’è l’attenzione al dettaglio quotidiano che era una delle colonne portanti del disperso, c’è, semmai, una cupa astrattezza che proietta questo poema verso l’epica.
Come si può immaginare, la ribellione ai padri di Roberta è soprattutto contenutistica. In questo libro non c’è ansia avanguardista: la parola è potente e, come dicevo, crea mondi. Pur prendendo atto della fine del novecento la Bertozzi non vuole uccidere padri ma questo non significa che dipenda da qualcuno. Gli enervati di Jumièges è un libro la cui bellezza sta soprattutto nella sua unicità, nel non somigliare a niente che sia stato fatto prima e allo stesso tempo è chiaro che una tradizione poetica vive dentro queste pagine, perfettamente introiettata, vigile e restituita con la maggior dose di talento e onestà.
Gli enervati di Jumièges è un libro scritto coi nervi. La pronuncia è quella di un eroe folle, coi denti digrignati. È un libro in bilico tra la follia e la santità, in cui dominano visioni di mutilazioni, ferite, escoriazioni, mimeticamente restituite dalla forma, una forma che non si accontenta di essere aperta ma addirittura slabbrata, squarciata, continuamente costretta a suppurare dal grimaldello del senso. Questa poesia non smetterà mai di sanguinare, di produrre sangue, con la sua verticalità pesante e la torsione impossibile delle parole che scendono come lame di una ghigliottina.
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