L’ultima rapina
giovedì, 30 ottobre 2008 | Di Manuel | Sezione: Scritti ineditidi Carmelo Musumeci
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo racconto di un ergastolano, seguito, insieme a tanti altri, dall’Associazione Pantagruel onlus di Firenze, un’associazione di volontariato in carcere che, fra le altre cose, raccoglie da anni nel sito www.informacarcere.it scritti di detenuti per dar loro una voce.
Dedicata a un amico che non c’è più.
Premessa: questa non è una storia vera, ma forse qualche giudice potrebbe avere buona memoria e pensare che sia vera. Per questo “Lui” e “Lei” non hanno nome e gli altri nomi di battesimo sono falsi.
La guardai con occhi felici.
Lei dormiva.
Le sentivo battere il cuore.
Le baciai gli occhi chiusi.
Avevamo fatto l’amore.
Sorrideva mentre dormiva.
Sembrava un angelo.
Dormiva anche per lui.
La notte non finiva mai.
L’alba era ancora lontana.
Domani avrebbe fatto la sua ultima rapina.
Non avrebbe deluso la sua famiglia.
Avrebbe fatto il possibile per non deluderla.
Sarebbe morto per non deluderla.
Era pronto a tutto.
Se tutto fosse andato bene ci sarebbero stati tanti soldi.
Soldi per tutti.
Lei avrebbe smesso di lavorare.
I ragazzi sarebbero cresciuti senza che gli mancasse nulla.
Quando sarebbero stati grandi ci sarebbero stati anche i soldi per mandarli all’università.
Ci sarebbero stati soldi per sua madre.
Ci sarebbero stati tanti soldi.
Soldi per sistemare anche i suoi fratelli.
Quel giorno forse i suoi sogni si sarebbero avverati.
Dipendeva da lui, o forse anche da lui.
La dritta diceva che avrebbero trovato tre miliardi.
Era rischioso.
La banca era in centro.
C’era da neutralizzare la guardia all’entrata.
Le vie di fuga dalla città erano poche.
La polizia le avrebbe subito bloccate.
Ma loro non sarebbero usciti dalla città.
L’idea geniale era quella!
Entrare in banca, prendere i soldi, scappare a piedi per le vie del centro storico e rifugiarsi in un appartamento pulito e aspettare lì, senza uscire fin quando le acque non si fossero calmate.
Non poteva andare male.
Non doveva andare male.
In tutti i casi non sarebbe ritornato in carcere.
Aveva deciso così.
L’aveva detto anche ai suoi compagni.
Se qualcosa andava male non si sarebbe fatto prendere vivo.
Da alcuni anni pagava un’assicurazione sulla vita.
La sua morte sarebbe servita ugualmente a lei per tirare avanti.
- Sei sveglio?
- Sì!
- Che fai?
- Penso?
- A che pensi?
- Al nostro futuro.
- Dormi va che è meglio.
Lei sbadigliò.
Gli accarezzò il viso.
E si voltò dall’altra parte.
Gli appoggiò il sedere addosso nelle parti intime e si addormentò di nuovo.
Lui sorrise.
Un sorriso che gli illuminò il viso.
Ma lei era troppo addormentata per vederlo.
Respirava leggera.
La guardava.
Era bella.
Aveva un viso da fata.
Aveva occhi neri e scuri come una strega.
Aveva capelli bruni ricci.
Non aveva mai amato una donna.
Aveva pensato che non era capace di amare.
Aveva deciso di non innamorarsi mai di nessuno.
Prima d’incontrare lei non aveva mai amato.
Invece ora amava.
L’amava.
Lei meritava qualcosa di meglio dalla vita.
E lui gliel’avrebbe data.
O almeno ci avrebbe provato.
Qualunque cosa fosse accaduta quel giorno lei sarebbe stata dalla sua parte… lo sapeva.
Ne era sicuro.
Prima di alzarsi le baciò le palpebre, il naso e il mento.
Gli sentì battere il cuore.
Era bella da impazzire.
Gli accarezzò la curva dei fianchi.
E si alzò.
Andò nella camera dei ragazzi.
Li guardò.
Erano tutto quello che aveva.
Dormivano.
Continuò a guardarli.
Erano belli.
Erano i suoi figli.
Erano la sua vita.
Li accarezzò.
Non voleva che la sua famiglia andasse alla deriva.
E non ci sarebbe andata.
Lui avrebbe tentato di impedirlo.
Andò in bagno.
Si fece la barba.
- Ahi!
Esclamò!
Si era tagliato.
Una goccia di sangue cadde nel lavandino.
La guardò scivolare giù.
Era un brutto segno.
Aprì il rubinetto e la fece scorrere via.
Si guardò allo specchio.
Si sorrise.
Non sapeva cos’altro fare quando si vedeva.
Non era né bello né brutto.
Sembrava un uomo normale ma non lo era.
Non lo era mai stato.
Lui era lui.
Uno che poteva essere chiunque e nessuno.
Aveva l’aria di un delinquente incallito e la gente lo trattava come tale ma sotto sotto era un pezzo di pane.
Era nato già sfortunato e lo diventò ancora di più nel crescere.
L’unica sua fortuna era lei e i ragazzi.
Le uniche persone per cui valeva la pena di vivere… o morire.
Andò in cucina.
Mise la caffettiera sul fuoco.
Andò alla finestra a guardare fuori.
Vide le montagne e nuvole che le coprivano.
Poi vide un gatto nero che attraversava la strada.
Prese carta e penna.
Scrisse:
- Non vi preoccupate. Starò via qualche giorno per lavoro. Vi amo.
Per un momento pensò di fare marcia indietro… ma fu solo un attimo.
Mentre entrava la luce dell’alba dalla finestra bevve il caffè.
Era l’alba.
Stava per sorgere il sole.
Doveva andare.
Aveva un appuntamento con il destino.
Si vestì.
Uscì.
Chiuse la porta senza fare rumore.
Scese in strada.
L’aria era fredda.
Piovigginava.
Pensò che quella non era la solita corta, fredda giornata invernale.
Quella sarebbe stata una giornata particolare.
Comunque fosse andata quella sarebbe stata la giornata più importante della sua vita.
Si tirò su il colletto dell’impermeabile e si incamminò.
Dopo mezz’ora raggiunse l’appartamento del covo.
Le armi erano ancora sul tavolo dalla sera prima: tre pistole e due canne mozze.
C’erano pure i passamontagna, un paio di manette e la piantina della banca.
Era arrivato per primo.
Gli altri dovevano ancora arrivare.
Non aspettò molto.
Sentì bussare leggermente.
Prese la P38 a tamburo.
Si avvicinò alla porta senza fare rumore.
Guardò dalla spioncino.
Era il giornalaio, il basista, quello che aveva dato la dritta.
Aprì e lo feci entrare.
- Ciao!
- Ciao!
- Gli altri?
- Michele è andato a prendere Silvio. Mi ha dato questa lettera e mi ha detto di aspettare la tua risposta. Sbrigati che devo andare ad aprire l’edicola davanti alla banca. Se paro in ritardo, quando indagheranno, qualcuno potrebbe sospettare di me.
Lui aprì la lettera e lesse il biglietto:
- È un fottuto confidente. Fallo fuori. Stiamo arrivando!
Il giornalaio gli chiese:
- La risposta?
Lui senza esitare disse:
- Eccola!
Gli mise una mano in bocca e con l’altra impugnò uno stiletto che gli infilò in pancia dall’alto in basso e tirò su fino al cuore.
Il giornalaio vacillò.
Gli vide aprire la bocca come un pesce.
Tentava di respirare.
Ma non riuscì a respirare neppure una goccia d’aria.
Lo fece sedere e lo mise comodo fin quando non smise di muoversi.
Poi si mise ad aspettare.
Non aspettò molto.
Dopo pochi minuti sentì il rumore della serratura che girava.
Si avvicinò verso la porta con in mano la pistola.
- Siamo noi!
Vide Michele e Silvio entrare.
Parlò Michele:
- Dov’è?
- All’inferno.
- Dove l’hai messo?
- Nella camera da letto. Era necessario?
- Sì! era una spia.
Michele era un po’ matto ma era buono come il pane.
Aveva gli occhi verdi chiaro, basso di statura, spalle larghe e gambe muscolose.
Silvio era un figlio di puttana ma con un grande cuore.
Era alto più del normale, agile e snello con gli occhi marroni, capelli lunghi biondi.
Disse:
- Un fottuto confidente. Gliela detto il maresciallo Nespoli a una che si sbatte e che ogni tanto mi fotto anch’io.
- Non pensiamoci più, del cadavere ce ne liberiamo dopo.
Aggiunse lui e continuò:
- Il piano è semplice e nella sua semplicità può funzionare. Raggiungiamo la banca a piedi da strade differenti. Raggiungiamo l’angolo di via Cavour, tu Michele prosegui e immobilizzi la guardia, gli levi la pistola e lo porti dentro la banca. Io e Silvio ti verremo dietro. Prendiamo i soldi, usciamo, ci dividiamo stando attenti a non essere inseguiti né visti, andiamo nel secondo appartamento che abbiamo affittato. Stiamo fermi un paio di giorni, ci dividiamo i soldi e dopo ognuno per conto suo.
Lui parlava con sicurezza ma in fondo al cuore aveva paura che qualcosa andasse storto.
- Io ho già pronto il biglietto d’aereo per il Brasile.
- Stiamo attenti a non avere il biglietto pronto per il carcere di San Vittore o per l’inferno.
- Andiamo ragazzi e in bocca al lupo.
- Crepi!
- Crepi!
Silvio prese una pistola e un canne mozze.
Pure Michele.
Lui portò via le due pistole a tamburo con due scatolette di cartucce.
Dopo venti minuti erano tutti e tre all’angolo della banca.
Era l’ora dei limoni neri!
L’orgoglio gli imponeva di apparire calmo e sicuro anche quando aveva paura.
Tutte le volte che entrava in una banca per rapinarla all’inizio gli batteva forte il cuore.
Poi si calmava.
Prendeva confidenza con il luogo e si sentiva a casa sua.
Michele avanzò per primo e loro dietro.
Un attimo prima di girare l’angolo Michele si tirò su il fazzoletto che aveva al collo.
Puntò la pistola alla pancia della guardia giurata.
Lui e Silvio, con i passamontagna già calati, lo raggiunsero e trascinarono la guardia dentro la banca.
Lui gli sfilò la pistola e lo fece sdraiare per terra.
Silvio tirò fuori da sotto l’impermeabile il fucile a canne mozze e gridò:
- Fermi tutti questa è una rapina.
Michele con aria calma e il suo vocione rauco aggiunse.
- State calmi sdraiatevi per terra con le mani in avanti. I soldi non sono i vostri quindi non fate cazzate. Pochi minuti e ce ne andiamo.
Lui mise le manette alla guardia giurata e rimase in ginocchio vicino a lui per controllare dal basso tutta la sala.
La banca era molto bella e piena di soldi.
Piena come un uovo di Pasqua!
Sentiva la paura e l’adrenalina nello stesso momento.
Sentiva il sangue che gli scorreva giù rapido nelle vene.
La pelle gli sudava e il cuore gli batteva forte.
Guardava con attenzione tutti i clienti della banca.
C’era qualcosa che non andava,
c’erano due facce che non gli piacevano.
Facce da sbirri.
Si mise in guardia.
Silvio stava mettendo i soldi nel secondo sacco.
Cazzo!
Erano tanti soldi.
Fra le altre cose ci sarebbe scappata una crociera con lei e i ragazzi.
Michele controllava tutto dall’alto.
Lui ad un tratto vide uno strano movimento e nelle mani di uno dei due uomini che teneva sott’occhio spuntò una pistola.
Non fece in tempo a usarla che lui gli sparò un colpo in fronte.
- Cazzo!
Vide che anche quello accanto aveva una pistola.
Lo guardò negli occhi e vi lesse la voglia di uccidere.
Si sentì raggelare.
E proprio in quel momento fu colpito di striscio in una spalla.
Michele si voltò di scatto come una belva e sparò con il fucile a canne mozze in faccia al secondo uomo.
Il sangue schizzò dappertutto.
Il salone della banca d’impregnò subito di una acro odore di polvere da sparo.
Tutti urlarono.
Lui, ferito leggermente, strinse i denti e urlò più di tutti:
- Che nessuno si muova! Fermi! È solo un piccolo incidente, continuate a stare sdraiati!
Una bambina scoppiò a piangere.
Una vecchia iniziò a strillare.
Un’impiegata urlò:
- Ci ammazzeranno tutti!
Silvio le mollò un pugno in faccia e le gridò:
- Se non stai zitta l’unica che morirà sarai tu.
Lui disse:
- Sbrigatevi! Quanto ci vuole? Presto arriveranno gli sbirri.
Michele e Silvio risposero con una esultanza selvaggia:
- Fatto! Possiamo andare!
Lui con una smorfia di dolore ordinò:
- Uscite prima voi. Vi copro le spalle.
Michele e Silvio si precipitarono verso l’uscita.
Lui diede un ultimo sguardo al salone della banca e gridò:
- Restate sdraiati! Fra pochi secondi sarà tutto finito.
Si alzò in piedi.
La ferita gli faceva un male boia ma era contento.
A parte qualche morto per adesso era andato tutto bene.
I soldi erano tanti e gli altri avevano già preso il volo…
Ora doveva andarsene anche lui.
Doveva fare presto!
Presto sarebbe arrivata qualche pattuglia della polizia.
Si voltò per uscire dalla banca.
Ad un tratto sentì un colpo di pistola e un forte dolore alla schiena.
Si sentì mancare le ginocchia.
Era stato colpito!
Sentì un’ondata di calore spargersi in tutto il corpo.
In quel momento ebbe la certezza che sarebbe morto.
Barcollò!
Si voltò!
E sparò d’istinto.
- Cazzo!
Vide un’impiegata con la pistola che gli cadeva dalle mani.
Non aveva mai ucciso una donna.
Ma non aveva mai nemmeno pensato che una donna gli potesse sparare.
Ora sapeva che poteva succedere.
La donna crollò per terra come una bambola di pezza.
La guardò stesa a terra e vide il sangue che le usciva dal petto.
Era morta sul colpo.
Lui voleva scappare ma non riusciva a muoversi.
Ebbe la certezza che stava per morire.
Era ancora vivo ma lo sarebbe stato ancora per poco.
Non credeva che gli restasse molto da vivere.
Più che incazzato era amareggiato.
Aveva preparato un piano così accurato ed invece tutto stava andando a puttane.
Gli impiegati e i clienti della banca urlavano come pazzi.
Una bambina piangeva disperata.
A lui girava la testa.
Si impose di stare calmo.
Appoggiò la schiena al muro.
Sparò un colpo in aria e gridò:
- Tutti fermi e zitti se no vi ammazzo come cani e gatti!
Nello stesso momento sentì le sirene della polizia fuori dalla banca.
Si sentì gelare il cuore.
Era la fine.
Questa volta non se la sarebbe cavata.
Si sentiva in trappola come un topo.
Da fuori sentì una voce che usciva da un megafono:
- Siete circondati! Arrendetevi! Non avete scampo!
Per un attimo pensò di arrendersi.
Forse la ferita non era mortale.
Forse lo avrebbero salvato.
Forse se la sarebbe cavata.
Forse non tutto era perduto…
Poi pensò che sarebbe ritornato in carcere.
Chiuso in una cella per anni e anni!
C’erano dei morti e questa volta sarebbe stato per sempre.
Non avrebbe potuto più fare l’amore con lei, non avrebbe più potuto giocare con i ragazzi, non avrebbe più visto il mare, non avrebbe più potuto vivere…
Era meglio farla finita lì, subito!
Aveva due pistole e due scatole di pallottole.
Prima di spararsi un colpo in testa avrebbe venduto cara la pelle!
Meglio morire con una pistola in mano che vecchio e rincoglionito in una lurida cella.
Con fatica si alzò rasente al muro, si avvicinò alla porta, allungò la mano e sparò dei colpi verso le volanti per ritardare l’irruzione.
Poi urlò agli impiegati e ai clienti della banca:
- Con calma, uno alla volta e con le mani ben alzate, uscite prima che gli sbirri facciano irruzione e si mettano a sparare all’impazzata e ci lasciate la pelle pure voi!
Incominciarono a uscire per prime le donne.
Tutti dovevano passare accanto a lui.
Una bambina mentre la mamma la tirava per portarla via lo guardò negli occhi:
- Sei cattivo! Sono contenta se muori!
Lui sorrise con tristezza e pensò che forse era proprio cattivo.
Lo dicevano tutti fin da quando era bambino, tanto che aveva incominciato a crederlo.
Lo dicevano tutte le volte che lo picchiavano.
E lo dicevano tutte le volte che lo punivano.
A sua spese aveva capito che avere ragione o torto in questo mondo non contava molto.
Forse contava qualcosa nell’altro mondo dove stava per andare.
Uscirono tutti dalla banca.
Rimase solo.
Faceva fatica a stare in piedi.
I muscoli cominciarono a indolenzirsi per la tensione e le ferite.
Si sdraiò.
Il colpo alla schiena gli faceva un male boia.
La pallottola gli aveva bucato un polmone.
Appoggiò la schiena al muro.
Sputò un grumo di sangue.
Non sapeva se avesse freddo o caldo.
Gli facevano male anche il petto e la testa.
Sentiva gocciolare il suo sudore.
Alcune gocce gli andarono sugli occhi e gli bruciavano.
Si sentiva molto giù.
Si sforzò di calmarsi.
Pensò che fosse normale, quando si muore, sentirsi così.
Non gli piaceva morire ma non poteva farci niente perché preferiva la morte che la prigione.
Passarono alcuni minuti.
Pensò:
Sto morendo. Sto per fare il salto nel buio.
Stanco dalla sofferenza, dal freddo e dalla delusione non vedeva l’ora che quei coglioni facessero irruzione per farne fuori qualcuno a andarsene all’altro mondo in compagnia.
Sudava.
Continuava a sputare sangue.
Sentiva il battiti del cuore forte come un tamburo.
Non era la paura della morte che lo faceva battere così forte.
Erano gli ultimi battiti d’amore per i suoi figli.
Fuori gli sbirri con il megafono gridavano qualcosa ma non capiva cosa dicessero.
Non aveva paura di morire.
O forse l’aveva?
Quando si muore non si hanno le idee chiare e lui in quel momento non l’aveva.
Tentò di calmare la paura pensando a lei.
- No!
Urlò!
Ci ripensò subito.
Forse era meglio che non pensasse a lei.
Se lo faceva non avrebbe avuto il coraggio di andare fino in fondo.
Per un momento pensò di arrendersi… ma solo per un attimo.
Poi ritrovò la ragione.
Amava la libertà con tutto se stesso.
Non si sarebbe fatto prendere vivo.
Con la coda dell’occhio dalla vetrata vide che fuori pioveva.
Gli piaceva camminare sotto la pioggia.
Una volta con lei aveva fatto l’amore sotto la pioggia.
Gli sarebbe piaciuto morire sotto la pioggia.
Lo aveva sognato quando era in carcere.
Aveva sognato che sarebbe morto durante una rapina.
E così stava avvenendo.
I bastardi non entravano.
Gli sbirri se la facevano sotto.
Probabilmente stavano mettendo qualche tiratore scelto intorno alla banca per farlo fuori senza rischiare la loro sporca pelle.
Gli girava la testa.
Era coperto di sudore e il respiro era diventato irregolare.
Se perdeva i sensi, lo avrebbero preso vivo.
No! Era meglio farla finita subito.
Era stato sempre infelice e ora era felice, doveva morire.
Si puntò la pistola alla tempia.
Pensò che sicuramente Michele e Silvio avrebbero portato la sua parte a lei.
Pensò per l’ultima volta a lei.
Mandò un bacio ai ragazzi.
Cercò nella sua mente i ricordi più belli e preziosi per portarseli dove stava andando.
Lui voleva solo essere libero, felice e ricco ed invece, maledizione, ora doveva morire!
Questa doveva essere la sua ultima rapina.
E lo sarebbe stata.
Provò rabbia, passione e amore.
E tirò il grilletto.
La morte gli prese l’anima e lui se ne andò nel buio da dove era venuto.
Gli sbirri entrarono e lo trovarono sorridente.
Carcere di Spoleto – Settembre 2008
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