Reportage da Roma – The Gloaming. Agosto 2008
sabato, 1 novembre 2008 | Di Luca | Sezione: Profilidi Gianfranco Franchi
Roma è una palude umida e bollente. Popolata da precari e da partite iva sfiancate dal caldo soffocante, confuse dai pagamenti in ritardo, stanche di sentirsi frustrate e di non poter pensare al futuro. L’estate romana è una farsa sempre meno divertente: i ludi nicolettidi e veltronidi sono un fantasma di cartapesta. Ci si domanda se era il caso di spendere tanti denari in circenses, fregandosene dei debiti del Comune e del futuro prossimo. Nessuno potrà darci una risposta: tutti la conosciamo già.
A dispetto dei fortunosi dipendenti statali e parastatali, estranei a quel che sta capitando – cosa possono sapere della recessione economica, loro, che vivono tutelati dai diritti che noi abbiamo perduto, in un mondo che non più esiste? – noi che siamo rimasti in città ci guardiamo intorno e sembra tutto in bianco e nero. Sembra di essere sul set di un film neorealista, quando Roma s’affacciava al futuro, la repubblica vagiva incosciente e nessuno aveva niente in tasca. A volte, non aveva nemmeno le tasche. Stand e ombrelloni, sul lungotevere, sono espressione di una povertà e di un disperato e ridicolo tentativo di esotismo – giusto ieri si rideva di un bar “hawaiano”, camerieri con coroncine di fiori finti, ombrelloni rosa e blu: non di stoffa, non più – che riporta alle memorie dei poveri ma belli che i nostri genitori nascondevano come potevano. Le strade sono sporche e il Centro è massacrato dai lavori in corso. Se incontri qualcuno che sorride andando di qua e di là, è sicuramente una straniera sbronza che ride della bellezza decadente di questa terra, e del fascino animalesco dei suoi maleducati abitanti. Sa già che stanotte sentirà caldo andando su e giù sui materassi sporchi del suo alberghetto, o nel lettino del romano conquistatore di turno. Se avrà fortuna, spunterà un bel ventilatore: un po’ rumoroso, ma ti ci abitui.
L’estetica dei cittadini sta smascherando tutte le menzogne della propaganda catodica e mediatica governativa. Altro che popolo figlio della moda, Roma sta dimostrando che gli italiani non hanno più soldi per i (bei) vestiti. Quanti stracci. Quante magliette insipide, magari con la solita scritta in inglese che maschera la miseria: tornano in mente i vestiti degli yugoslavi prima della guerra, e di certi croati oggi; t-shirt slabbrate, emulazione vaga yankee, l’odore della pelle sporcato dai deodoranti. Camicie inverosimilmente brutte, a strisce verticali o a quadretti, e sotto spunta la canottiera della salute. Poi guardi in faccia quei vestiti e vedi tutto. Alienazione, preoccupazione, miseria, forse un pizzico di coscienza sporca. Se la stanno sporcando in tanti.
Debiti, mutui, prestiti. Vivere ancora per un po’ al di sopra delle proprie possibilità, pensando che magari manca poco alla fine della recessione: e invece no, siamo piombati nella recessione e ci siamo riempiti di debiti. Non so come ne usciremo; probabilmente, si realizzerà il disegno delle ultime, infami classi dirigenti: una ridotta minoranza di ricchi possidenti di beni, stipendiati dallo Stato o dallo Stato confortati in vita, e nell’azienda, e una vasta moltitudine di cittadini che niente più possiedono che non sia un telefonino, e qualche elettrodomestico che non sempre possono sostituire, riparare soltanto; la casa, se è di proprietà, va ancora pagata. Si lavora e si vive per pagarla.
Non per abitarla. A casa ci si dorme.
Guardo le facce dei miei concittadini e ho sentimenti contrastanti, e strani. Da una parte l’anima è preoccupata e depressa da quel che vedo, o ascolto, o capisco: non ricordo di aver sentito i vecchi parlare di costo del pane e della frutta e della verdura con tanta angoscia, da piccolo, negli anni Ottanta; non ricordo vestiti così brutti, e così tristi abbinamenti, se non in certe province sperdute, in certi paesetti dimenticati da dio; non ricordo di aver faticato tanto per identificare una macchina targata l’anno che vivo, a fine agosto; non ricordo forze dell’ordine stravaccate sotto certe case e certi posti con l’aria così scoglionata e dimessa. Non ricordo il mio quartiere così popolato a questo punto dell’anno, né tanti negozianti in piedi, sulla soglia del negozio, a braccia conserte. Né i saldi che nessuno guarda.
Qual è la domanda che i cittadini si fanno più spesso, guardandosi, guardandoti e confrontandosi? “Ma tu come arrivi a fine mese? Ma secondo te, quello, come fa?” – tutti hanno capito e nessuno vuole dirlo. Stiamo esaurendo le risorse. Stiamo attingendo ai risparmi, e quando non ci stanno attingiamo ai prestiti. Chi si sta ingrassando, sulle nostre spalle? Chi sta speculando su di noi?
I negozi chiudono a ondate, per quartieri, in una manciata d’anni. Monteverde è diventato una grande banca. Quand’ero bambino ricordo 3 banche in 5 chilometri. Adesso ne vedo almeno due per Via. E sono giganti. Sono banche che hanno preso sei, dieci, dodici vetrine. Sono banche sempre vuote, con i vetri oscurati, e ognuna di loro ha cancellato una piccola impresa famigliare. Di cosa vivono quelle famiglie, adesso? Soprattutto: che lavoro fanno gli impiegati di queste banche sempre vuote? Cosa significa che le banche hanno invaso i quartieri della Capitale? Ogni tanto faccio un gioco, mi metto a ricostruire le vetrine scomparse. Là c’era un giocattolaio, là un alimentari, là un macellaio, là un bar. E là la signora che vendeva gomitoli di lana (e chissà cos’altro, ma era il 1982). Adesso c’è una banca sempre deserta.
I supermercati buttano materiale quasi scaduto a fine giornata, o in certi giorni. Più di qualcuno ha imparato ad andare a ravanare dentro, senza pudore, di fronte a tutti. Questo era diventato un quartiere borghese, ma io vedo vecchietti e vecchiette e stranieri con le mani nella spazzatura, ad altezza SMA e GS. Già, perché i supermercati hanno accompagnato le banche nella presa dei quartieri. Vendono tutto, anche i libri e le batterie. Mancano le sigarette, forse, e poi possono sbaraccare anche i tabaccai. E così, tutti dipendenti – e a quali condizioni? – e sempre meno autonomia. E sempre meno padroni, ma sempre più ricchi.
Si dice che sotto certi negozi, qui a Roma, ci siano strapiombi. Locali giganteschi e vuoti, perché Roma è cava. Mi piace pensare che là dentro i commercianti studino qualcosa di nuovo – magari casa e bottega – per barricarsi da quel che sta per succedere. L’odore nell’aria è complesso; c’è qualcosa di marcio, c’è olio andato a male, c’è smog, c’è il verde delle nostre splendide e trasandate ville, c’è il profumo costoso dei ricchi e il deodorante squallido dei poveri. Ci sono le ascelle dei pensionati che vivono delle nostre tasse, c’è il sudore di chi lavora 16 ore al giorno, in due o tre posti diversi, per alzare quei 1500 lordi che bastano per affitto (mutuo), mangiare e bere, un po’ d’alcol e qualche vizio più o meno grave. Su quei vizi non indago. Levate le droghe leggere ai romani e succede un guaio. Di quelle illegali non parlo. Non conosco cocainomani ma mi dicono che i migliori siano i camerieri. Perché? Per il tipo di lavoro, per gli orari, per la paga che non basta, per la vita sociale fatta a pezzi. Curioso.
Il destino mi ha fatto vivere qui, ho visto una città precipitare nel provincialismo culturale, nei debiti, adesso vedo arrembare la povertà. Guardie dappertutto a fissare turisti inermi e cittadini sospetti. Ci si aspetta una manifestazione che va un po’ oltre il previsto per prendere le misure allo Stato, noi grande moltitudine, che siamo cresciuti in un Paese ferito dal terrorismo e dalle stragi senza responsabile, ma ci sembrava fosse tutto finito, e il futuro fosse solare, europeo e florido. E adesso andiamo incontro al salto nel buio di chi t’ammazzerebbe per prendere il tuo lavoro, per avere le tue cose, per poter essere come te – se tu stai un po’ meglio, e soprattutto se hai qualcosa. Qualcosa, qualcosa ancora: di tuo.
Vedo sempre più facce pasoliniane in giro, e controllo sempre il portafogli quando scendo da un bus. Non mi piace guardare la fine in faccia, ma so che questo è solo l’aperitivo. L’Italia si schianta dopodomani, questi sono soltanto i primi scricchiolii di un palazzo abusivo, costruito dagli stranieri, con manovalanza italiana, sin dal 1943, sulle ceneri di un vecchio sogno che non più esiste. Roma.
Gianfranco Franchi – Agosto 2008
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Gianfranco Franchi è un grande scrittore. Semplicemente.
Danke amice.
Abbraccione, e considerazione ricambiata – in toto.