Sabato, 4 Febbraio 2012

Gianfranco Manfredi – Ho Freddo

martedì, 4 novembre 2008 | Di | Sezione: Profili

di Gianfranco Franchi

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Gianfranco Manfredi (1948) è sempre stato un eclettico e stravagante outsider. Un outsider di lusso tanto nella musica leggera, da cantautore negli anni Settanta (e oltre: 1993, “In paradiso fa troppo caldo”), quanto nei fumetti, quanto nella narrativa. Ricordo di aver cominciato a sentir parlare di lui da ragazzino, tardi Ottanta-primi Novanta: avido lettore di fumetti italiani, nato e cresciuto con le creazioni di Casa Bonelli – in primis, Dylan Dog – m’ero appassionato a una sua “variazione sul tema”: si chiamava Gordon Link, formato e periodicità bonelliana, edizioni Dardo. Gordon Link era un Dylan Dog kitsch e caotico: fu protagonista di una curiosa e ludica serie di avventure paranormali. A proposito di paranormale tra i personaggi c’era, ricordo bene, un’assistente dell’investigatore dalle generose forme. Mi ha aiutato a crescere sano. Forse si chiamava Olga o Helga, qualcosa del genere. Potrei sbagliare.

Gordon Link giocò molto sui gadget, ché quelli erano gli anni dell’ultimo boom dei fumetti italiani in edicola: da qualche parte conservo un poster, forse firmato, e ricordo assieme la promozione delle varie anime di Gianfranco Manfredi; sul fumetto pubblicizzò il nuovo album (1993), tramite il fumetto rilanciò il vecchio e apprezzato romanzo “Magia rossa” (Feltrinelli, 1983; Gargoyle, 2008). Dovrei aver ricevuto copia della vecchia edizione Feltrinelli proprio grazie a Gordon Link. Ma la memoria può essere imprecisa…

Nei primi anni Novanta, in adolescenza, associavo a Gianfranco Manfredi da Senigallia tre etichette: romanziere gotico, sceneggiatore di fumetti gotico/fantasy, cantautore sfortunato e irriverente. Subito dopo, ritrovando il suo nome in qualche Dylan Dog post guarigione di Sclavi, avevo pensato che finalmente GM avesse trovato una collocazione adeguata. Non mi sfuggirono i primi numeri del suo nuovo – stavolta nuovo – fumetto, “Magico Vento”, western noir-horror, dalle atmosfere diciamo alla Zagor di Tiziano Sclavi: ma con altre e diverse contaminazioni. E omaggi a Poe.

Sedotto e affascinato, come sempre, dagli artisti laterali, minori o non pienamente espressi, aspettavo da anni l’esplosione di questo creativo. Vorrei poter dire che “Ho freddo” sia il più importante passo della sua carriera da narratore, ma non ho letto nient’altro dopo “Magia Rossa” (qui la bibliografia dell’autore) e ammetto la mia mediocre preparazione, in questo senso: gli altri sette romanzi di Manfredi mi sono sfuggiti.

Sta di fatto – e veniamo all’opera – che “Ho freddo” è un romanzo gotico di buona fattura: eccezionalmente documentato (cfr. nota dell’autore, in appendice), notevolmente metaletterario (Lovecraft, Sade, Laclos, Stoker tra gli autori più o meno direttamente omaggiati), discreto nei dialoghi (si sente il mestiere del fumettaro: negli sketch, nei capitomboli nel parlato) e complesso sino alla cerebralità nell’intreccio. Semplificando un po’, potremmo dire che si tratta di una matura, consapevole e altra indagine sui vampiri e sul vampirismo, allegoria d’una società e d’una cultura, quelle occidentali, che stanno piombando in un clima allucinato e distruttivo, e cercano senso e spiegazioni nel fantastico, nel diabolico, nell’irrazionale; l’autocontrollo, la disciplina e l’apertura mentale di pochi illuminano le tenebre del tempo. Spiegando cosa si nasconde dietro certe fantasie…

**

Notule sulla trama. 1796. Viene riesumata la salma di Abigail, morta a ventidue anni. Sotto lo sguardo di due gemelli, Aline e Valcour, il padre le spacca il cuore.

I gemelli, di origine francese e adozione inglese, sono appena sbarcati in America, in cerca di libertà e democrazia (duecento anni fa sembrava possibile). Fronteggiano come possono le contraddizioni yankee (come la schiavitù, ma non solo…), cercando di dare esempio diverso nel trattamento dei cittadini. Sognano davvero un mondo nuovo: vogliono animarlo e popolarlo. Sono figli di un medico che amava gli esseri umani e il suo lavoro sino all’estremo limite del sacrificio. Non credono in Dio, apparentemente. Sono esperti di malattie infettive: Valcour segue le prime ricerche di Jenner con grande entusiasmo (cfr. p. 351). Investigano sulla consunzione che sta portando via tante vite…

Vampirismo in America? Sembra una forma di tubercolosi, accompagnata da disturbi nervosi: il malato cerca sangue per nutrirsi. I due giovani francesi, memori della ferita rivoluzionaria d’infanzia, sono intrisi d’una sensibilità, d’una umanità e d’una apertura mentale che consentirà di squarciare il velo della superstizione delle comunità americane. Tra i comprimari di lusso della loro impresa, un curioso sacerdote olandese, Jan Vos, che viene da mestieri ben diversi – forse, come scoprirete, questa sua vocazione nasconde segreti…

Sostiene la Lipperini che questo libro sia romanzo storico, inchiesta giornalistica e saggio antropologico: goth. Peccato che concluda la sua buona analisi scivolando nella palude nebulosa dello strampalato e inconsistente “New Italian Epic” di wuminghiano e recente, discutibile conio: lasciamo che la stravaganza del compagno che spesso sbaglia, pubblicando collettivo per un’azienda del (suo) premier, rimanga borborigmo decifrabile per i suoi simili: a loro soli ridotto e rivolto. Etichettare un romanzo come questo con la dicitura “neo-epico” è abbastanza grottesco. L’epica è altro, nessuna neolingua potrà mutarne l’essenza. I letterati italiani ne sono consapevoli e fieri. Giù le mani dall’epica. Godiamoci piuttosto la facilità di scrittura di questo appassionante e atipico narratore di genere (assemblatore di generi: postmoderno, nothing new) dalla discreta sensibilità sociale, domandiamoci perché il nostro tempo sia così avido di letteratura vampiresca, in tante nazioni, e aspettiamoci – è una pretesa sensata – un buon film tratto da questo primo volume delle avventure dei gemelli Aline e Valcour.

Mi piace pensare che la fortuna dell’opera accompagni più di un lettore sulle orme della passata produzione di Manfredi. Sclaviano nel citazionismo a ogni livello, intelligente nell’amalgamare suspense e indagine, realismo e fantasia, andrebbe considerato come una porta per accedere a molti mondi, e ad artisti nuovi. Chissà che i fanatici di Barker e King non possano trovare italico appagamento nelle pagine di questo poliedrico, irrequieto artista.

Sanguigno, metodico e sorprendente.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Gianfranco Manfredi (Senigallia, 1948), scrittore, sceneggiatore e musicista italiano. Qui la bio.

Gianfranco Manfredi, “Ho freddo”, Gargoyle, Roma 2008. Prefazione di Loredana Lipperini.

Approfondimento in rete: Rassegna Stampa / Ho freddo

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  1. Sì, Gianfranco Manfredi è uno scrittore sicuramente degno di nota. non ho letto “Ho freddo” ma ricordo la lettura di “Magia rossa” praticamente alla sua uscita. Sono passati tanti anni, una vita, io ero davvvero un’altra persona ma ricordo di averlo divorato in un’unica sessione di lettura. Ma a fare di lui un ottimo narratore sono sicuramente anche le sue creature di carta. Magico Vento è il miglior albo bonelli presente in edicola e le sue atomosfere più che a zagor mi fanno pensare al grande western revisionista di Sam Peckinpah e Arthur Penn per il suo lirismo violento e per il rigore della ricostruzione storica. E non dimentichiamo la miniserie Volto Nascosto. Era dai tempi di Ken Parker che in edicola non si vedeva un fumetto capace di toccare la statura di una vera e propria saga. Ho detto miniserie ma sarebbe più giusto parlare di grande graphic novel in quattordici capitoli, una magnifica opera-monstre. Bene, visto che sono diversi minuti che sto tessendo le lodi del buon Manfredi credo sia giusto anche citare un suo demerito: nei lontani anni 80 Gianfranco Manfredi ha firmato le sceneggiature di tutte le puntate di “Valentina”, telefilm ispirato ai fumetti di Guido Crepax con una giovane e non proprio indimenticabile Demetra Hampton nel ruolo principale, primitivo esempio di fiction italiana così come oggi la intendiamo. Ecco, “Valentina” faceva davvero cagare.

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