Borderlinea
venerdì, 7 novembre 2008 | Di Luca | Sezione: Scritti ineditipoesie di Loris Ferri

Loris Ferri è nato a Fano, nel 1978 e vive dalla nascita a Pesaro.
È redattore del quadrimestrale di poesia e realtà “La Gru”: www.lagru.org, questo è il terzo anno di lavoro, tra recensioni, critica politica e antropologica. Incessante è il lavoro sui testi poetici e narrativi, italiani ed europei sia della tradizione che contemporanei. Alla rivista hanno collaborato autori del calibro di Gianni D’Elia, Alba Donati, Cesare Viviani, Matteo Zattoni, Matteo Boscarol, Massimo Gezzi, Aymeric Monville, Franco Buffoni, Enrico Piergallini, Angelo Ferrante, Roberto Roversi, Luigi Alberto Sanchi, Flavio Santi, Jack Hirshmann (fu tra i fondatore beat generation, per poi allontanarsene).
I Testi di borderlinea sono apparsi su diverse riviste: n. 72 di Tratti, sulla rivista di esplorazione: “Argo” e su varie antologie: nel volume “L’arcano fascino dell’amore tradito” omaggio a Dario Bellezza edito da Giulio Perrone nel 2006, in “Logos” edito anch’esso da Giulio Perrone nel 2006 e nell’antologia “Poeti Italiani Underground”, Il Saggiatore 2006. La silloge “Demoni e fiori di provincia” è apparsa nel volume “Scorie Contemporanee”, i poeti della Gru (e-book scaricabile da sito). Un testo è apparso ne: “Il Segreto delle Fragole” poetico diario 2008, edito da Lietocolle. Un testo è apparso nel volume: “ Porta Marina. Viaggio a due nelle Marche dei poeti ” a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri, PeQuod 2008.
Borderlinea: metaplasmo dall’inglese borderline, segnale di devianza psichica e sociale;
prefazione al testo di Gianni D’Elia, copertina omaggio di Lorieno Sguanci ( “Testimoni”, 2000 )
in una foto di Aurelio Amendola. Stampato per Thauma edizioni, nel 2008
Thauma: casa editrice, nata nel 2008 ed autogestita dall’Ass. culturale no profit: Thauma.
Fanno parte dell’organizzazione editoriale Loris Ferri, Stefano Sanchini, Serse Cardellini.
In progetto l’idea di stampare a costi bassi in un maggior numero di copie rispetto alle case editrici
medio piccole, opere prime di giovani autori, per darne il giusto rilievo.
nella limpida sera d’oltremare
sciama il pensiero alla notte,
più di un pasto di corvi, nell’onda
a inchiostro e serratura inviolata….
all’imbrunire si ergono le tamerici,
autunno nostro, come teste svettanti
in un silenzio di ghiaccio al confine
della storia; così dove tutto tace
ha incominciato l’inverno a presagirsi,
quando il giovane vecchio arricchito
ha ripreso, con cura, a bucarsi nel cesso
della stazione, ma la passione è triste
né mi rallegra la lapide del giorno,
mentre il gelo della notte cala, il petto
affonda nel livido quartiere e rasenta
la pesantezza della burrasca a venire….
***
Prima visione di Vienna
<< Metallurghie >>
voci dalla strada,
dalla città dormiente
a Vienna, una mattina, in Arntegasse straße
come nella visione più sublime
nero fondo, nella tasca dei cieli
e in quella oscurità,
annoiato annichilito urlante
convulso, penso
ai miei vicini al quarto piano, turchi,
che giornalmente si incontrano nei parchi
della capitale,
alle prostitute all’angolo,
sotto il giallo artificiale e grigio
delle sale da incontri all’aria aperta
- oh, i gemiti dell’amplesso, la nera, lei
attraverso la lunga serpe-Arntegasse
che chiama, e fa gesti, saluta
fra le giunture del sole
che a poco a poco si inalberano
sui denti bianchi dei prefabbricati…
Solitudine di nèon, Solitudine originaria
annichilente e dorata, dei continui << non importa >>
violento fiore di sublime nevrosi
e delle nostre nascite prescritte,
mormorando come un dèmone
l’eterna posta dell’inutilità,
Solitudine perversa, delle saracinesche chiuse,
dei lunedì mattina vuoti come un oncio
di armonia elettrica, letto Hotel-Paranoia
Solitudine, o spirito del tempo,
Solitudine della rivoluzione
immobili e sublimi, alienati grattacieli
di basalto, di terre e di marmo verde…
Vienna mi ha mostrato, la sua muta sotterranea.
occhi fissi all’altro lato.
il solstizio dei tabaccai chiusi.
al grido del pacchetto:
<< Rauchen
Rauchen, Kann Tödlich
Sein >>.
la luna alta. la luna
all’angolo, come una sconfitta;
la notte sgorga da cieli lividi…
***
convulso come una tela di Schiele
sciabordando, nel suo utero ribollito
questo mare di pentola infuocata,
ha preso a bubbolare, a rantolare
a screstare, in un digrigno di onde,
venire e tornare spumando
in apogei di riflusso, sulla vecchia
battigia ingiallita dal nikel…
e in un istante di visione profetica,
allegoria di un antico sogno,
scruto la città, sommersa dalle acque
terribile la riviera muta
in pelose labbra nere, e il sommerso
rugginoso della marea nuova;
e navigando fra le tenebre, sotto cupe
luminarie, lento sfila un corteo di bare
che sul ventre legnoso galleggiano,
senza mai affondare.. ho la visione di uomini
boccheggianti che annaspano frenetici
al non annegare, al tenersi saldi
a quel moto che li vuole saldi,
come esche che abboccano all’amo
di un dollaro celeste! ora porgo la voce
al mormorio oscuro, alla visione
sulla soglia del dubbio, che ponga
senza indugio, il lato oscuro delle cose;
sotto la palpebra dischiusa della marea,
solo luride insegne di banche ronzanti,
cortocircuito dei nèon, sulle farmacie
l’odore dei bar e degli orinatoi, inabissati
nel grembo cittadino, di un tempo cane-lupo…
e sotto l’immensa cintola celeste, il mondo
famelico e incendiario, ora, come un torrente
di fuoco ribolle, e ha occhi solo, per i morti
vivi, e per i vivi-morti, per i mal-nati,
e il colare a picco dei mai-vissuti…
***
pioggia. il folle ticchettio del cielo
dalle grandi acque. sento l’aurora
invernale che appesantisce i cuori.
la riva delle cose, il rubinetto d’acqua
primordiale. di sera, è triste il passo
dei vetturini, che sconci vagano
per la falce paludosa dei vicoli.
sopra le teste, penzola grigio l’orizzonte
come un vuoto pendaglio e a nulla vale
affondare annoiati nell’eschimo
come cani infreddoliti. già le vene
possiedono, in corpo, tutto il gelo del mondo…
novembre. dentatura di cane, soffio del nord
polmone secco dell’anno! penso a me, a voi
alla nostra ironica similitudine; così come tutto è
in due parole: fumo e abbandono…
***
il mattino viene giù in feritoie
in scrosci disumani, mentre tutto
il catrame sembra catrame del mondo
sotto un cielo nero pube, in lampi
la feritoia del mattino irrompe
rotta nell’ombra di lamiere e neon,
che fa di un sàbba, il corteo reale,
l’operaia trama che si arena…
lenta e confusa la marea procede
del mattino la notte, sul selciato grava
ed il piacere per noi sacro del ritardo,
in cui l’arcano si inscena in teatro
di corpi in file e del ronzio alle travi…
e così al margine sull’orlo gettato,
attore una volta e spettatore blasfemo
di nuovo alla prima, dell’operà cantiere…
***
imponenti rovine si stavano levando, sulla maschera del tempo
avanzando all’orizzonte in globi cremesi, il cui crepuscolo
serale stava salpando, alle porte delle terre orientali.
un solo crepuscolo di umanità. possenti cicli migratori
determinavano un nuovo ed oscuro mutamento.
il ferro dei pistoni, l’olio dei cilindri,
la cuspide dei bulloni planetari decuplicava
un esteso diluvio radioattivo, sulle ceneri dei gigli
che crescevano al margine dei logori boulevard,
sulle torri d’avorio dell’era perversa. dopo avere
fatto bollire il manzo, aver messo prezzemolo
di Vera Luka sulla griglia dei sardoni, con file
di sedie a ferro di cavallo, e vino di Marashka,
oscure nubi ai piedi dello zenit, si inabissavano
sul cielo rosso sovrastante la cerchia di Stari Grad;
i pochi jugo invitati al tavolo, avevano la fioca
luce sagomata sui volti, e con le braghe sdrucite
prendevano in mano il brindisi fraterno; attorno i vicoli
possedevano un odore che feriva. il tempo della catastrofe
avrebbe avuto la sua pur semplice, santificazione amichevole…
ed ora che si sarebbe tornati sconfitti dalla cantoniera
di Lùkas, sulle terre che furono dei nostri padri,
per ingannare la noia e trovare quel poco di dignità,
avremmo avuto bisogno forse, di una guerra nello stile
***
venne l’alba e poi a seguire venne
un cielo nero, di corvo, un’ala che preme
la senti? le strade, il petto, la pelle del mondo
e ritma il tempo oscuro delle vite…
città morfina, città di luci spente
venne l’alba e fu il cielo eroinico
memoriale triste sulla 5 Strada,
qui venne e si sdraiò più di una notte…
la busta l’ago le sigarette e il gin!
simile a un predatore falca maestosa
la notte dei miserabili e senza luogo;
la Notte-Morte, ha già scaldato il fiato…
la Notte-Morte, ha già sbocciato gigli!
la Notte-Morte si fa strada, sogghigna
e attende come le conviene!
il suo grande Sipario-Morte, è stato già tirato!
venne l’alba e poi a seguire venne
l’ala cupa di un cielo nero
come da giorni a quell’ora capitava;
venne e sembrava, portarsi dietro l’era…
***
cala la notte nella sua rete di buio
l’aria imbruna come una toppa sul lungomare.
che umore nero muove il tempo e quale
cerimonia funebre appieda i barcaroli…
un esercito di spurghi come lingue gialle
senza posa serpeggia all’angolo del molo;
di nuovo pesaro nella nebbia,
è una luce di miniera…
come serve del fango, le gru, nel porto
sono la voce disperata di una città
che sale! sale nella nebbia
nel suo passo funebre, sale allo sprofondo…
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