Giovedì, 9 Febbraio 2012

La prostituta rossa

martedì, 11 novembre 2008 | Di | Sezione: Scritti inediti

di Dale Zaccaria

racconto tratto da SETTE CARTE ALLA REGINA, racconti in lavorazione

Non sapevo che il buio non è nero
che il giorno non è il bianco
che la luce acceca
e il fermarsi è correre
ancora di più.

Goliarda Sapienza

I

Aveva iniziato a leccarsi l’inguine, come certe cagne fanno con amore, lentamente, solcando le membra con la testa bassa, di lato, le gambe aperte, seduta su quel letto che aveva visto tante lotte e tante voglie andare, azzuffarsi, come se le pareti basse e larghe non potessero prendere tutto il seme che usciva ed entrava da quella stanza, che odorava di verde, con i vetri ancora sporchi di acqua e di terra.
Chiuse le cosce, tirò su i capelli, si alzò e mettendosi l’indice in bocca, quasi a mordersi, come se volesse ferirsi, tracciò sui vetri una linea, breve e dritta, e disse: «Io sono qui» e segnò con il polpastrello dell’indice una piccola impronta.
La chiamavano la prostituta rossa. La più bella la più giovane. Neanche vent’anni, che cadevano come i suoi capelli, senza pause, senza ombre.
Con il viso ancora di latte. Gli occhi piccoli messi su un naso tondo misurato.
La pelle sempre tirata e brillante come certi vestiti da sera, che gli uomini amavano indossare e sentirne l’odore, odore di buono.
I maschi tutti di giorno e di sera sempre più affamati, mangiavano dalle sue mani lunghe,di chi porta scritta la natura di madre, preparavano ascoltandola quel silenzio chiuso dentro la sua bocca, bocca di convento.
E ne succhiavano il cuore, a volte prepotenti, altre si fingevano poeti solo per guardarla senza accuse.
Si dice che non avesse né famiglia né testimoni.
Che in verità non si faceva pagare. Il suo oro era solo l’amore.
Si dice che facesse l’amore come solo una rossa sa fare.
Qualcuno ancora ne parla. Qualcuno ancora ne porta memoria.

II

– Io ti porto via da qui. Questo non è il tuo posto.
– Vedi qui c’è l’impronta del mio indice. Questa è la mia casa.
– Sei giovane Pita. Hai una vita davanti. Perché sprecarla?
– Tu non comprendi. In fondo questi uomini mi amano.
– Come puoi dire ciò? Loro ti usano e basta.
– Tu non comprendi.
– Voglio portarti via Pita.
– Mi parli di cose che non mi appartengono, Franz, io sono una puttana.
– Pita ascoltami, mi metto in ginocchio, come puoi? Come puoi dire questo di te?
Tu non sei come queste donne. Tu non sei come le altre donne.
– Franz, tu sei solo un uomo innamorato. Un uomo innamorato di una puttana.
– Basta! Non sopporto sentirti parlare in questo modo. Non sopporto i corpi, il membro di altri uomini su di te. Non sopporto tutto questo… non lo sopporto e non sopporto questa stanza. Questo letto. Queste pareti. Andiamo Pita, vieni con me!
– Franz, questo è il mio posto. Io sono qui. Solo qui posso stare.
Il volto di Franz si fece cupo. Stette in silenzio, solo silenzio. Dopo poco andò via, senza dire altro. Pita rimase immobile sulla finestra. «Sei solo un uomo innamorato Franz, solo un uomo innamorato», ripeté più volte a voce bassa.

III

Veniva la sera come tutte le sere. Il bordello sapeva di chiasso. Di cose a venire. Di cose andate. Uomini entravano, chi con il fare di un sultano, chi da fuggiasco, da ladro.
La matrona, una slava, dall’aria apparentemente vecchia, un rossetto rosso di fiamma che le dava luce al viso, e tre denti d’oro aperti sulla bocca, tra gl’occhi neri e profondi, di un randagio folle che sgranavano di fronte ai mariti e agli amanti in cerca d’amore, l’amore da farsi come la notte come tutte le sere.
Le strade sapevano delle stagioni. Per mesi fredde e poco rumorose. Solo il gelo ne colorava le parti. Per poi rifiorire con ciuffi d’erba come spuntoni, e gli alberi che portavano sulla testa la primavera, quel viola bianco o quel verde che si andava facendo bosco su per i monti lontani.
Franz era assente da tempo. Non più una notizia. Pita continuava a sedere sul suo letto, a leccarsi l’inguine, ad offrire le sue coppe con i suoi  capezzoli avorio, avorio raro.
- Hai l’età di mia figlia.
- Ma non sono tua figlia.
– Non sarei un buon padre se andassi a letto con mia figlia. Così si dice.
– Il buon senso lo dice.
– E l’innamorato è tornato?
– No.
– Come ci si può innamorare di una puttana? Roba da matti.
– È quello che gli dico. Non si può.
– I soldi. Posso lasciarli a te?
– Io non prendo soldi lo sai. Neanche una spilla.
– Si vero, la slava… dimenticavo, idee sue queste, è stata sempre una donna originale lei, che poi pensare, moglie di un notabile un tempo, ed eccola qui ora, la matrona, ma mantiene sempre quel non so che di grazia, di chi ha assaporato l’aria nobile, di chi nella ricchezza ci è nato.
– E infatti la miseria è solo di chi ha la miseria.
– Dovresti studiare tu, non sei come le tue compagne qui, hai testa.
– Anche Franz lo dice.
– Lui è solo un uomo innamorato Pita.
– Va bene ora vestiti, voglio lavarmi e riposare.
– Eh sì, giovane donna hai ragione tu, la miseria è solo di chi possiede la miseria.
Pita si lavò tra le gambe, dopo essersi asciugata, pettinandosi i capelli, spense la candela che illuminava a tempo la sua stanza. Il buio calò dentro il buio. Non sempre c’erano stelle. Non sempre la luna. Forse le nuvole, impazienti passavano senza che nessuno potesse veramente vederle.
Il sonno prese il proprio posto. Franz stava ritornando.
Qualche cane abbaiava. Qualche camino fumava se freddo. E la notte aspettava il tempo di un giorno. Un uomo di ritorno dal bordello se ne andava verso casa.
Un anno forse era passato.

IV

Dalla finestra entrava un timido vento caldo. Le lenzuola erano bianche bagnate.
Il sole si affacciava di lato, lento tra le fessure.
Pita aveva le mani tra le gambe, gambe semichiuse a fare un mezzo cerchio, Franz era poggiato sul suo petto in quiete, come se nessuno potesse disturbarlo.
Pita levò la mano destra e la poggiò sulla testa di Franz, sottovoce disse solo: «Io non ti amo».
Il sole pian piano si spostava passando con lo sguardo tra i rami inverditi degl’alberi.
Iniziava l’estate.
Le gambe e le voci dei bambini correvano per la strada.
Le lenzuola appese in aria sui balconi sventolavano.
In lontananza il cicalio del mercato si andava man mano infittendo. Si sentiva l’aggregarsi della folla, le urla dei mercanti che a tratti si facevano più acute.
Quasi che a urlare fosse il loro sudore, la fatica del lavoro.
Pita aveva addosso tutto il suo rosso. I suoi capelli erano di luce rubino.
Il bordello quella mattina sembrava una normale casa.
Pita non volle alzarsi per non svegliare il sonno profondo e calmo di Franz.
Continuava a tenere la sua mano sulla testa nera. Ne contava ora i fili corvino, ora rammentava che era l’unico uomo che non l’aveva mai toccata,  a cui bastava solo sopire lì, sul suo petto.
Giù dalle sue ciglia scese una lacrima, fermò la mano sul volto di Franz e sibilò piano, ancora una volta, «Io non ti amo».
Il sole si faceva più alto. Era quasi mezzogiorno.

V

Bussarono alla porta, era la slava, «Pita – con voce scura – Pita!», ripetè.
Teneva nella mano una bottiglia. Nell’altra premeva la maniglia, chiuse la porta e se ne andò.
Franz aprì gli occhi.
– Che ore sono? Sarà tardi.
– Passato mezzogiorno.
– Ho sentito una voce.
– La slava… già ubriaca di prima mattina.
Franz chiuse nuovamente gli occhi, portò il capo giù sopra il ventre di Pita. «Questo è il mio luogo», disse. Pita scese la mano sul suo viso per fargli una carezza.
Il bordello cominciò ad animarsi, le donne facevano la fila nell’unico bagno della casa. La slava contava gli incassi, tenendosi sempre la bottiglia vicina, ben stretta.
– Andiamo bene ragazze, gli uomini pagano quel che non ha prezzo – alzando un po’ più la voce – Mariane vieni qui – e bevve con forza un altro sorso.
Chiamò verso di lei la danese. Una donna di media statura, con la capigliatura color biondo fieno, la pelle bianco freddo, di neve.

– Vai al mercato e prendi cibo e frutta per tutte, non voglio vedervi sciupate!
Mariane annuì, prese il denaro e aprì il portone di legno spesso, serrato da una lancia di ferro.
La slava fece un altro sorso dalla bottiglia, ripose il denaro dentro un fazzoletto di stoffa, che strinse nel seno, poi si guardò per pochi secondi la mano sinistra, misurando attentamente con l’occhio fisso le sue unghie laccate di un rosa antico, soffiò su queste, si spostò una ciocca di capelli dalla fronte con fare aggraziato, prese la bottiglia e andò verso le scale, per salire al piano superiore, bisbigliò tra sé: «La miseria è solo di chi ha la miseria ed io sono ancora una signora».

VI

– Jona apri! Vuoi aprire questa porta! Disse la secca bussando più colpi con una certa violenza.
Le prostitute in attesa farfugliavano in silenzio mezze parole, singhiozzando ora sospiri ora volti preoccupati. La secca era la donna più vecchia del bordello.
– Che succede? Disse la slava sbarrando gli occhi.
– Jona è chiusa dentro il bagno da più di venti minuti e non risponde.
– Spostati. La slava si allontanò dalla porta del bagno, si mise di lato e caricò il braccio destro sul sinistro e con un colpo sicuro aprì.
Jona era poggiata al muro, con le gambe piegate e perdeva sangue.
– Chiamate un medico!
La slava si buttò su di lei.
– Figlia mia ma che ti è successo? Chiamate un medico! – ripeté con collera.
Pita e Franz sopraggiunsero di fretta. Pita si buttò tra la slava e Jona.
Franz si fermò davanti alla porta, il suo volto era pallido.
La secca con fare nervoso si accese una sigaretta.
– Questo è l’inferno. Noi siamo condannate. Siamo tutte condannate.

VII

Franz sedeva sul letto, lo sguardo fisso fuori. Uno stormo di rondini volteggiava nel cielo.
– Jona riposa – disse Pita chiudendo al porta – ha perso molto sangue, non sappiamo chi sia, chi poteva essere il padre.
Franz non proferì parola, i suoi occhi erano sempre fissi, al di fuori della finestra.
– È la prima volta che succede, povera Jona. Pita passò la sua mano sulla schiena di Franz, come se in quel momento volesse sentirlo più vicino, avesse bisogno di sentirlo vicino.
– Non mi toccare – disse Franz, restando fermo sul letto.
Pita si guardò intorno, come a cercare conforto, gli occhi suoi divennero un lago profondo, il viso contratto. Uscì velocemente dalla stanza.
Franz strinse le mani – ci vuole cuore nella vita, ci vuole cuore  – si alzò e aprì la finestra.
Vide Pita che era scesa in strada, scrutò il suo passo incerto, lei si voltò e fissò il viso di Franz che la guardava con aria dimentica, lo fissò a lungo, con dolore, e poi andò via.
Franz chiuse la finestra, e trasalendo con tutta l’anima disse: «a volte dimentichiamo la verità».

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