Recensione: “The changeling” di Clint Eastwood
sabato, 22 novembre 2008 | Di Fabio | Sezione: Profilidi Fabio Orrico
Pur non appartenendo al nutrito numero di capolavori del grande Clint (che, per chi scrive, sono Honkytonk man, Il cavaliere pallido, Bird, Gli spietati, Mystic river, Million dollar baby, Lettere da Iwo Jima), The changeling è un’opera eccezionalmente ispirata che merita di essere collocata sullo scaffale alto della produzione del regista da noi più amato. La storia di Christine Collins, madre coraggio cui Angelina Jolie presta magnificamente il suo corpo ossuto e coriaceo, è uno dei più lancinanti racconti morali che il cinema di questi anni ci ha offerto.
A una donna viene rapito il figlio, la polizia gliene restituisce un altro e quando lei fa tanto di protestare viene sbattuta in manicomio. Nel frattempo si scopre un serial killer di bambini, il rapitore del figlio della Collins. Ultima mezzora in tribunale, con un memorabile montaggio alternato che mescola stato e assassini.
Cosa resta di The changeling una volta finita la proiezione?
Innanzitutto Angelina Jolie che qui trova il ruolo della sua vita. O meglio parti di Angelina Jolie.
Le sue enormi labbra rosse come il sangue che svettano sulle tele monocromatiche, ingrigite delle immagini, i suoi occhi acuminati nella straziante scena dell’esecuzione capitale di Jason Butler Harner. I suoi primi piani fissi, frontali, sembrano quelli di Lilian Gish in un film di Griffith.
Tom Stern, superbo direttore della fotografia che ha illuminato (o meglio sottoesposto) tutti i set di Eastwood a partire da Debito di sangue. Stern copre di buio gli eroi eastwoodiani, costringe gli spettatori a strizzare gli occhi per mettere a fuoco ciò che vedono. Le immagini di Tom Stern sono elettroshock somministrati direttamente al cervello.
La rappresentazione del grande carnevale americano. The changeling riannoda a un grande classico del cinema statunitense, L’asso nella manica di Billy Wilder dove il reporter Kirk Douglas si dannava l’anima per scrivere un articolo e anticipava la scopofilia della nostra società. Straordinaria tutta la parte processuale giocata sul montaggio alternato. La presenza di un pubblico rumoroso, più o meno disapprovante, il più inopportuno dei cori da tragedia, proprio mentre si parla della cosa più insondabile e privata: la morte.
La morte, appunto. Eastwood, insieme a Robert Bresson, è il regista che più di tutti ci ha mostrato quanto sia terribile, quanto sia un fatto fisico. Ci riferiamo ancora alla scena dell’esecuzione, vero e proprio vertice morale ed emotivo della pellicola. Una sequenza invedibile.
John Malkovich che per una volta non fa il seduttore effemminato e ritrova la sua autentica statura di interprete.
Los Angeles. Finta, infernale e incongruamente autunnale. Afflitta da un dipartimento di polizia che sembra uscito da un libro di James Ellroy.
The changeling è la meno ariosa è la più verticale tra le regie di Eastwood, probabilmente la più raffinata, e insieme l’opera che, più di tutte, si chiude su un orizzonte di speranza che l’ultimo cinema del nostro tendeva a negare. È un po’ come se, nonostante il lutto, nonostante il dolore, fossimo finalmente usciti dalla spettrale parata che chiudeva Mystic river.
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in una parola sola?…disarmante… ricco di sorprese…trama originale…. e naturalmetne la bravura degli attori che hanno reso questo film fantastico
… crudo… reale… quando lo vedi, soffri davvero con angelina… pur non avendo eccessivi colpi di scena, ti incolla allo schermo e ti sale l’ angoscia…
i personaggi sono tutti terribilmente reali…eastwood fa centro anche stavolta…
Toccante… da brividi… ho pianto…
BELLISSIMO!!!!!!!
Una pellicola insolita soprattutto dal punto di vista tecnico; la fotografia è veramente straordinaria, il montaggio è memorabile. Ho apprezzato moltissimo la cultura visiva che emerge dalle immagini proposte a chi guarda (e fruisce!)
Impossibile non pensare agli interni di Hopper, alle case di Hopper , alle ombre gettate dai cappelli dei personaggi, le punte delle camicie; non so ancora se sia casuale: la costumista porta il nome di deborah hopper! Devo verificare se c’ è qualche attinenza con il grande artista che sto citando.
Magnifica e turbativa la sequenza dell’ impiccagione , il tempo si prolunga e insieme all’ agonia del condannato anche la nostra visione duole: chi vede viene toccato e la morte non è mai la soluzione anche se nel pensiero ci sembra che possa giustificare un delitto.
Grazie per l’ ospitalità.
Cara Daniela, in effetti “changeling” conferma l’inclinazione hopperiana del grande clint, già espressa alla grande in titoli come “million dollar baby” e più recentemente in “gran torino”. D’altra parte hopper è pittore quantomai cinegenico e la lista dei registi, anche enormi, che gli devono qualcosa è assai lunga e non di sola nazionalità statunitense (pescando a caso nella vecchia europa: hitchcock, argento, wenders, kaurismaki). se non l’hai già visto mi permetto di consigliarti l’ultimo capolavoro di michael mann “nemico pubblico” pellicola densa di interni hopperiani.
in clint we trust.
Un film veramente bellissimo e commovente. è un film che tocca, che colpisce. La disperazione di una madre nella ricerca di un figlio è così lacerante. Complimenti ad angelina per l’interpretazione da brivido! Non si può guardare questo film senza commuobersi. Bellissimo, bellissimo veramente!