Zuppa di bambino
domenica, 23 novembre 2008 | Di Andrea | Sezione: L'altra dimensioneSolo Balducci conosce le mie sofferenze e sa la fatica che ho fatto ieri per andare al cinema. Mentre Balducci, in un altro palazzo di un altro quartiere, preparava la frittata per sé e le sue due figliolette, la madre rincasava più tardi, io litigavo con la mia ultima metà, la cuginetta della mia terza moglie. Questa cuginetta è malvista dalle anziane del condominio in quanto si è diplomata da poco ma è tutta invidia che si arresta nelle coronarie. Cuginetta discuteva iersera con me per sciocchezze come il rispetto, l’essere trattata alla pari eccetera, io cercavo di sedarla con le solite moine anche perché avrei fatto tardi al cinema ma proprio sul finire della sua parabola di rabbia, quando già le avevo agganciato il mignolo in segno d’affetto, in un rigurgito di antica ira, l’ultima rimasta, quella da partorire e smaltire subitaneamente, le ho detto quanto segue ahimè: “Dài, non fare tutte queste storie, se vuoi te le compro quelle figurine dei Gormiti”. Cuginetta l’ha allora presa un poco male, caricandomi la schiena di un intero servizio di piatti del secondo matrimonio, forse è una mistress Lolita, ma ho preferito pensarlo solamente.
Al cinema il dolore procuratomi dal contatto della schiena sulla poltrona era forte ma adatto al capolavoro che mi attendeva.
“Zuppa di bambino” è un ottimo horror della nuova scuola danese, realizzato dal “Patto dei 5”, come è oramai universalmente noto, il “Patto dei 5”, i due fratelli Peders e i tre fratelli Amager, rappresenta un unicum nella storia del cinema, essi infatti lavorano tutti insieme contemporaneamente (ed appassionatamente) allo stesso film, come facciano non si sa, al momento non esistono fotografie di scena o documentari che ce lo spieghino, aspettiamo in vecchiaia le loro biografie.
L’intero film è attraversato da una sottile e geniale ironia, il tutto non è altro che una lunga discussione in cucina tra cuochi in presenza dei bambini che bollono dentro grandi pentole in rame, la tecnica è quella del dialogo socratico in cui ciascuno attraverso delle domande cerca di condurre l’interlocutore verso la soluzione filosofica scelta dal primo.
Il primo tempo (sullo schermo vediamo la grande cucina, i cuochi che rimestano i bambini) è tutto dedicato ad una delle due “fazioni” filosofico-culinarie che si spertica nell’elogiare le qualità di una zuppa semplice in cui compaia il bambino, del pane secco, dell’acqua, del sale, delle cipolle ed un po’ di olio extravergine di oliva. Il secondo tempo è dominato dal grande tema del dado, il dado come correttore nel caso di bambini non di prima scelta o il dado come supporto aromatico.
Niente da dire su nulla, la fotografia caravaggesca ricorda “I duellanti” ma forse le analogie si fermano qui, la sceneggiatura è tesa ed asciutta, con una patina di surrealtà che rende il tutto magico ed oramai prenatalizio. Un dialogo colpisce per il grado di giocosità:
- Con tutto che ieri notte ero andato a dormire tardi sapendo che pure oggi avrei dovuto lavorare anche se si parla del sabato be’, nel cuore della notte ho avuto ripetuti attacchi di diarrea preceduti da sogni premonitori, la vita è davvero ingiuriosa.
- A chi lo dici, credi che io mi diverta a farmi il sabato da tre anni sui fornelli? Da tre anni capisci?
Mentre Balducci portava i pargoli a letto per poi godersi la moglie finalmente rincasata io uscivo soddisfatto dal cinema ed osservavo l’uomo delle caldarroste, a lui si era avvicinato un bambino che gliene chiedeva un cartoccio, il bambino l’avevo osservato bene, gambotte piene, pancetta pronunciata, tenera; improvvisamente il piccolo si voltava, mi indicava parlando col padre, questi gli parlava veloce nell’ansia senza guardarlo essendo che lo sguardo era rivolto verso di me:
- Dài forza andiamo.
Il chiudifila
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