Venerdì, 3 Settembre 2010

Il Furore di Antò

giovedì, 27 novembre 2008 | Di Luca | Sezione: Scritti inediti

di Primo Pellegrini

Antò capiva quello che sarebbe stato per lui davvero impossibile da spiegare. Antò capiva il problema della pacificazione. Quando in un posto c’è la pacificazione, l’assenza di conflitto, allora subentra un incredibile accelerato processo innaturale di identificazione. Tutti si identificano con tutti. Si somigliano. Si piacciono. Si vogliono bene.
E’ ovviamente del tutto falso. E’ una condizione umana impossibile. Ma ciò non significa che non sia follemente, tragicamente diffusa e perseguita.
Antò, che veniva dalla provincia di Cosenza e condivideva con me una lercia cameretta da lavoratori stagionali, non era pacificato. Forse per questo motivo aveva tanti problemi con la sua identità, e si poneva continuamente domande. A dire il vero le poneva anche agli altri. Le poneva anche a me.
Qualche volta la pressione pacificatoria lo opprimeva più di quel che lui potesse sopportare. Per questo Antò era violento. A volte.
“A ME NON MI FREGA ‘N CAZZO… IO DICO QUELLO CHE PENSO… NON SO COME DIRE… CAPITO?”…; era l’altro problema di Antò. Che forse per affermare il suo diritto alla diversità nell’uguaglianza, avendo pochi mezzi e pochi studi, urlava. E se non bastava, passava alle mani. E picchiava, forte. Finiva in questura, prendeva denunce. Anche una settimana di carcere.
“IO SONO STATO ANCHE IN GALERA, MA NON SO COME DIRE… BOH, MI SEMBRA STRANO CHE TUTTI STANNO ZITTI… MA CHE, SI VOGLIONO BENE DAVVERO? PERCHE’ STANNO INSIEME AL BAR A FARE IL TIFO DAVANTI ALLA TIVVU’? NOOO… DAIII… NON CI CREDO!….”.
“Ok, ok, Antò, statti calmo… siamo circondati da gente di merda, d’accordo…”, facevo io.
“MA PORCODDIO, VUOI CHE NON CAPISCANO?”
“No, non capiscono, Antò”.
Faceva molto caldo. Antò andava avanti con una media di una rissa ogni due sere.
Era troppo poco pacificato.
Tornava in stanza sempre pesto. Il custode notturno della stamberga aveva avvisato il proprietario. Che mi aveva preso in disparte, chiedendomi se c’erano dei problemi. Dissi che Antò andava spesso in spiaggia di notte, che era pieno di zanzare e quindi si riempiva di bozzi, anche sugli occhi. Ci guardammo negli occhi per qualche secondo; non mi credette, ma capì che per me non era molto importante che lui mi credesse.
Una sera di inverno, a stagione finita, quando trovare lavoro sembra impossibile, Antò rientrò con un quotidiano locale in mano. Avevamo una camera per uno, ma la mia era sempre aperta, non mi piace star chiuso.
“Antò, tutt’apposto? “, domandai.
“MMMHFF…”, ringhiò lui.
Non ebbi voglia di alzarmi dal letto. Avevo mal di testa.
Antò si mise sulla porta. Incombeva sulla mia stanza. Il neon della cucina lo stagliava come un eroe del cazzo fino al mio letto. Riuscii a guardarlo in faccia. Aveva i tratti del volto stravolti dalla rabbia, era quasi irriconoscibile.
“ Cos’è successo ?”
“UN… UN… BARBONE! “, e piantò un pugno violentissimo contro la porta. Fece un bel buco, era una porta da quattro soldi.
Qualche settimana prima avevano bruciato vivo un tizio che dormiva su di una panchina. Quel giorno la polizia li aveva beccati. Lo avevano fatto per divertimento. Quattro bravi ragazzi.
“LO HANNO BRUCIATO VIVO, MINCHIA! PORCODDIO! “
“ Sì, ho letto, Antò, li hanno beccati, quei bastardi… “
“ CON LA BENZINA VIVO, PORCODDIO! “
“ Sì, proprio una storia di merda, Antò, ma datti una calmata… “
Antò andò di corsa in cucina, prese il sacchetto della maria nascosto sotto il lavello e le cartine lunghe, una bottiglia di rhum da quattro soldi che tenevamo in credenza, e sparì.
Qualche giorno dopo riuscii a ricostruire i suoi spostamenti di quella notte.
Furibondo di rabbia, rullandosi una canna dietro l’altra, tracannando rhum, era andato camminando fino a Riccione, seguendo il percorso del filobus, cercando di menar le mani. Ma era troppo rabbioso, e nessuno ebbe il coraggio di accettare la sfida.
Era una notte fredda di novembre, una notte qualunque. Non c’era tanta gente in giro. Non c’era tanta gente normale, in giro. O meglio, sembravano sfrecciare al caldo sulle loro macchine sul lungomare, mentre lui era un disperato a piedi. Stravolto e congelato, dovette decidere di far qualcosa, e all’altezza di Bellariva – colonia Murri piazzò due cassonetti in mezzo alla strada.
Le auto si fermarono. Qualcuno dietro suonava. Da qualche auto si sentivano gli UMF UMF dei subwoofer, sparati con la techno. Qualcuno ascoltava Laura Pausini. Qualcun altro sentiva probabilmente quel che passava la radio, concentrato nella speranza di un pompino di fine serata.
Antò cominciò a passare in rassegna il suo pubblico, presentandosi ai finestrini dei guidatori bloccati. Non chiedeva niente, non parlava. Li guardava negli occhi, poi decideva. Si era procurato una bomboletta spry di vernice rossa. E qualcuno si beccava una grossa X sulla portiera, qualcuno no. Solo Antò sapeva il perché. I più rimasero terrorizzati nell’abitacolo, chiudendosi all’interno.
Antò era fuori di sé, stralunato e con gli occhi fuori dalle orbite, un mostro di rabbia, faceva paura.
Qualcuno invece uscì dalla macchina. Erano quattro ragazzi alticci.
“Che cazzo è? Perché cazzo siamo fermi? “, fece uno.
“ Ma chi cazzo sei ?”, fece un altro.
“Ma guarda ‘sto BARBONE…”, fece un altro.
Era la chiave di volta, la parola che aspettava. Da tutta la sera li aspettava, li cercava.
Antò, un giustiziere. Un eroe proletario…
I quattro ragazzi ne ebbero per parecchi mesi, senza contare la riabilitazione.
Io mi vidi arrivare i poliziotti intorno alle 7. Antò era morto. Qualcuno ci doveva essere andato giù pesante, durante l’arresto, o forse dopo. Non doveva esserci stata molta collaborazione. Forse era meglio. Antò era un animale libero, non sarebbe sopravvissuto a lungo in carcere, fra quattro mura e le sbarre. Proprio come il tizio cui avevano dato fuoco.
“ Chi li mantiene questi che non fanno niente? “, ho letto scritto da qualcuno su questa vicenda.
Chi li mantiene questi che non fanno niente?… un pensiero davvero curioso… Chi li mantiene questi che non fanno niente… chi li mantiene questi che non fanno niente… Mi risuona in mente e non riesco a smetter di pensarci. Qualcuno l’ha pensato. Chi li mantiene questi che non fanno niente, qualcuno ha scritto… chi li mantiene questi che non fanno niente… che non fanno niente… niente… niente.
Niente.

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un commento
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  1. Bellissimo. Comunque mi sa che mi sarei beccato anch’io la x sull’auto

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