Sabato, 4 Febbraio 2012

Trash: “cultura” o mancanza d’idee? Da un neologismo, brevi considerazioni sulla subalternità culturale e sui padroni della lingua

martedì, 23 dicembre 2008 | Di | Sezione: Profili

di Andrea (woquini) Frasconi

In tempi di neologismi anglosassoni vincenti, una citazione parafrasata da Metternich sembra proprio adeguata: la lingua italiana (e la Cultura) è solo un’espressione geografica sub urbana. Vale a dire: è parlata solo nelle remote propaggini dell’impero, e questo con la benedizione di chi dovrebbe promuoverla.
Negli anni ’80, e successivi ’90 stava ad indicare una moda, una tendenza, che aveva la pretesa d’essere trasgressiva, e, forse lo era nei luoghi d’origine, oltreoceano, ma che nella “vecchia Europa” assumevano un altro tipo di tendenza: quello di servilismo culturale, di adesione a tutto quello che riesce ad offrire visibilità, interesse, senza il filtro di un’analisi critica ponderata. Suscitarono scalpore anni fa in Francia le dichiarazioni di Jack Lang, allora Ministro della Cultura durante la presidenza Mitterand, circa la difesa della cultura francese dallo strapotere di quella d’oltreoceano, che in forma invasiva, stava soppiantando quella francese, e, in senso lato l’europea. A quel tempo la critica era rivolta alla produzione cinematografica ed al potere della distribuzione delle cosiddette “majors” del cinema, in Europa di prodotti, atteggiamenti “culturali” d’origine U.S.A. Per estensione, si potrebbe affermare che una dichiarazione del genere ben si accosta anche ad un altro tipo di “prodotto”. Un tipo di moda, d’essere, di stile di vita che, invadendo sempre più nicchie più vaste, assume quella che è definita una “tendenza”, soppiantando le esistenti, fino ad assumere il significato, vero o presunto, di “cultura”.
L’accettazione passiva, acritica, di mode, linguaggi e lingue di una cultura nata sull’industrializzazione, dove la ricerca del profitto ad ogni costo, è portata alle estreme conseguenze non deve far altro riflettere sulla portata di un problema, sicuramente avvisato da pochi e quei pochi ampiamente ridicolizzati, che porta non alla scomparsa di culture e linguaggi, ma alla loro subalternità nei confronti d’altre, palesemente più forti. Il discorso sul “Trash” come tendenza culturale più che come cultura, può esser preso come un esempio abbastanza semplice e comprensibile. Si potrebbe obiettare che stili di vita, mode, tendenze, ecc. hanno un percorso molto breve, e che non pregiudicano un’invasione culturale così profonda da portare dei mutamenti. È vero solo in parte. Dietro una moda, stile di vita, linguaggio, esiste sempre un proprio veicolo di comunicazione che è la lingua e che ne supporta la descrizione, le motivazioni, le giustificazioni. Un linguaggio molto sintetico, conciso, senza alcun supporto metafisico che non sia un puro e semplice edonismo inconsapevole, ma che entra nel lessico comune, portando una rivoluzione fatta, nel caso della lingua italiana, di neologismi anglosassoni, che lungi da un reciproco scambio culturale, ne soppianta i termini. Una rivoluzione del genere è favorita dall’uso sempre più massiccio dell’informatica che “dialoga” con un’unica lingua. Spesso, quando una sub cultura occupa il posto di quella dominante n’assimila alcuni caratteri e ne cede altri, diventando lei stessa cultura dominante, nell’attesa di un’altra che faccia lo stesso con lei.Si pensi alle parole arabe, tedesche derivate dalle invasioni e dai regni barbarici in Italia: hanno dato ed hanno preso, in un processo a volte lentissimo che è arrivato fino ai nostri giorni. Diversa è la concezione della subalternità. La comunicazione viaggia con una sola lingua, che bene o male, cede, impone, richiede, senza nulla prendere né farsi manipolare, fino a che linguaggi, mode, stili di vita si adeguano alla cultura di cui questa lingua è veicolo. Negli anni ’80, in Europa, essere, vivere “Trash”, lungi dal rappresentare una trasgressione, significava piuttosto una sapida e a volte inconscia accettazione di un modello culturale importato che non ha lasciato niente all’infuori di neologismi che sono entrati a far parte del lessico comune. Non rappresenterebbe niente oltre che un banale esempio, se dopo la “cultura trash” non arrivassero o fossero arrivati in Europa stili analoghi senza che ci siano gli strumenti critici a livello generale per filtrarli. Si può parlare d’Europa, dove il fenomeno incontra una resistenza in parte accentuata, ma se il discorso cade su Paesi in via di sviluppo o Paesi che trovano nell’accettazione passiva una ragione di sopravvivenza, il discorso, allora, cambia, e le conseguenze sono negli occhi di tutti, o, almeno, per chi vuol vedere.

Stampa questo articolo | Invia questo articolo per email | 536 visualizzazioni
1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle (Nessun voto)

Articoli consigliati:
Parole chiave: , , , ,

Lascia un commento