Venerdì, 10 Febbraio 2012

Il Novecento, finché ne resta un pezzo

venerdì, 2 gennaio 2009 | Di | Sezione: Cronache dalla rete

Di Michele Marziani

Fonte: Appunti Di Viaggio (link all’articolo)

Se si capita per caso al museo della piccola pesca di Viserbella, frazione di una frazione di Rimini, ci si trova davanti il Novecento, almeno in parte, almeno parte di quello riminese, che arriva e ti schiaffeggia ti dice in una sfilza di attrezzi vetusti e di foto in posa per bagnanti e in bianco e nero chi sei, chi eri, chi eravamo. Forse è per questo che lo tengono nascosto, perché non piace ricordare i pantaloni intrisi di mare e le giornate passate a raschiare vongole, poveracce, dalla sabbia. Non piacciono le donne che andavano a vendere il pescato pedalando e urlando per le campagne. Meglio il capodanno televisivo, questa è Rimini, non quella che puzzava di pesce, che scambiava le poveracce con le melanzane, in una solidarietà vera di orti e di mare. Allontaniamo il Novecento dalla memoria, che non ci scappi la voglia di sapere. Ai nostalgici una stanzetta, un museuccio, poca roba. In attesa che finiscano i testimoni, così la storia in bianco e nero ce la ridipingiamo a colori, patinata, in sedici noni, come ci piace. Mi è piaciuto Napolitano, il presidente, che ha usato parole fuori moda: sobietà, moralità, roba vecchia, da Novecento anche quella. Mi sono passate davanti le immagini in frantumi di Miljenko Jergovic, scrittore bosniaco che nelle sue Marlboro di Sarajevo, la crisi, quella fatta di bombe, morti e guerra, la pennella con tratti che non nascondono, ma abbracciano. E tutte quelle storie marginali, di solitudini, di Sarajevo a pezzi, di montagne di cui nemmeno si sa il nome, ti fanno pensare che anche loro sono eredità di Novecento. Sono testimonianza. Guardo un pacchetto di sigarette bosniache, locali, bianco, con grafica minimale, antica, vetusta. Arrivano dall’altra parte dell’Adriatico. Ecco, sento scivolare lontano i testimoni.
Allora vorrei prenderli i vecchietti, i sopravvissuti, i comandanti partigiani, i maestri elementari quelli non solo unici ma con le matite spuntate e senza riscaldamento, le operaie del tabacchificio, i metronotte, i preti che avevano l’oratorio, i pescatori delle battane, le sarte in casa, la sera, tra i marmocchi, a perdere gli occhi sotto la lampadina da trenta candele, gli operai, i lattonieri, i cordai, quelli al tornio, i coraggiosi e i pavidi, quelli che si sono infiammati per l’ideale, gli scottati dal sol dell’avvenire, i muratori con la schiscetta, quando c’era, e il cappello fatto col quotidiano vecchio, col giornale, quelli che non hanno capito forse mai, ma lavorato sempre, per la famiglia, i figli, per dare un istruzione, per costruire questo mondo che diciamo in crisi ed è infinitamente più roboante, scintillante, luccicoso, caldo d’inverno. Mi piacerebbe averli davanti a una cinepresa e lasciarli parlare. E quel parlato farlo girare per le piazze. Che almeno uno sa da dove arriva. Che magari è utile per sapere dove andare. O è solo struggente e fa bene, comunque, alle anime perse, a quelle ferite.

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  1. Michele cuor d’oro.

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