Poesie
lunedì, 5 gennaio 2009 | Di Luca | Sezione: Scritti ineditidi Stefano Lunedei
Il prof
Due occhi nuovi in prima fila
brufoli, labbra giù e capelli improbabili,
il prof attacca la scena, ogni lezione una replica
ma la prima fila oggi ha luce diversa
due fari sottili lo tagliano, come un diamante;
quale sarà l’incaglio, si chiede,
mentre cita un poeta dalla morte precoce.
Quello nuovo, lo chiamano i compagni,
viene da un altro istituto e fa ricreazione da solo,
fuma, con disperazione, non mangia mai
poi scivola, torvo, evitando contatti
e il prof sa che sarà dura.
Tra quattro anni il ragazzo cederà il banco
padrone e schiavo d’istinti mutati
ma il prof rimarrà, stesso cassetto, maglione moderno
cercando brecce nelle nuove classi
per infilare i trucchi sbiaditi d’un’intera carriera.
I suoi alunni, cristallizzati nel tempo,
cognomi diversi e identiche facce
in sintonie sempre più indistinte
gocce fresche di un supplizio antico,
solo lui invecchia ogni anno di un anno preciso.
Ora, mentre sale le scale, un pensiero lo spettina
per quei due fari, i mille fari che lo hanno vinto;
chissà se le gocce di vita in progetto
troveranno un fiume o soltanto
una morte venata di sabbia.
Il nome del portiere
Michelino urla, urla sempre
urla il suo essere storpio, la distanza e la sua non-età
e urlando si aggiusta gli occhiali.
Quando entra allo stadio saluta il pubblico
perché la gente deve sapere, e lui si toglie il pensiero,
poi legge le formazioni, si volge al campo
e comincia a gridare il nome del portiere avversario,
inesorabile, come un mantra pagano;
prima una poi un’altra, voci gli regalano un’eco,
il giocatore si gira, ringrazia sorpreso, e lui gli mostra il dito.
Sai, racconta alle ragazze, quand’ero piccolo
i dottori dicevano che sarei morto
per la malattia, o rimasto deficiente…
e n’approfitta, per incassare un abbraccio insistito.
Ogni partita qualcuno gli chiede di cantare al contrario
lui attacca “Sapore di sale” e ribalta le frasi
perché c’è sempre quello che non ci crede.
Certi giorni Michele se ne va con la sua auto speciale
a far manovre strane, pur di litigare,
altre volte rallenta agli incroci e fa passare le macchine
per un sorriso, un cenno, due occhi gentili.
Michelino è solo, e non dimentica mai un nome,
allo stadio urla e ride a singhiozzo
perché essere soli non è vocazione
ma canto o melodia senza musica,
e la sua voce rimbomba durante il gioco,
nessuno può ignorare la sua ombra nel mondo
nessuno scorderà il nome del portiere.
Seconda fila
Sono i libri della seconda fila
quelli sbagliati, regalati da mani distratte
e ripudiati dopo breve passione
quelli che c’è da stringersi un po’
per dare onesta sepoltura
tra i reietti di librerie virtuose
dai dorsi stritolati e scollati
e sembra sentirsi stridii di titoli
compressi eppure mai compresi:
tutto s’infrange nell’avanguardia dei corpi
soldati che resistono ma non guardano dietro
per paura di strani contagi,
supplenti d’appuntamenti saltati
i cui destini non lasciano canti
ma tracce sottili per comodi ricordi.
La seconda fila ribolle rabbiosa
la polvere strangola senza rumore
nessuna speranza perché mai si risale
perduto il gusto del tocco
respirando il sudore di chi è avanti un passo.
Rughe
L’uomo la guarda giocare tra i cani
e l’adora per la sua grazia dolente
lei lo ama di un amore frontale
che chiude la vista al mondo
con quegli occhi di giovane luce
che a volte lui vorrebbe oscurare
per pudore, uno scarto all’angolo d’un nuovo soffrire.
Vivere vuole sudore e buona memoria
un cuore grosso da bambino
qui invece tutto diventa sottile:
lei, che tenevi per mano,
è un ritratto di sabbia deluso dal vento
e la strada che il dito indicava
non ha luoghi né tempo
ma polvere e dubbi eccellenti.
Chiudi ancora la sua mano
non sposare un solo cammino
ma pensalo sempre diverso
fissando i solchi dei tuoi passi
le fresche ferite dei piedi
e carezze, gloria, errori,
che poi ne ridiamo la sera
li colmiamo di gioia e di acqua
per cederli al mare
quando il sole inonda le rughe.
Vita balorda
Una striscia di vertigine socchiude l’alba
sopra poche macchine urlanti
sul tetto di un’auto stanca:
quella vita balorda sembrava un vestito magico
cresciutogli addosso piano
senza sospiri o strepiti.
Patire e morire si fa per conto proprio, pensava
vecchio come la pubblicità di un circo
sui cartelloni laceri della città;
neanche stasera sposterà la linea del mondo
saprà di sogni incagliati che sudano il sonno
e nessun nuovo odore di donna
cancellerà il liquido svanire di una vita
di cui non riusciva a disfarsi leggero
perché leggero non era mai stato
bruciò un sorso di vodka dalla bottiglia
(l’estasi non si concede in pillole)
sputando dal finestrino per antichi riti
evitò lo sguardo dello specchietto
per non riconoscere il colpevole
e disegnò un uomo chiuso dentro casa
qualcuno che di carezze nutriva l’abisso
tra lame di polvere e luce.
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Son racconti preziosi, fermati e firmati dall’istante d’un occhio profondo
e chiude con nobiltà, col punto interrogativo di chi, se vuole, immagina il “loro” futuro… che sia d’un qualcuno, d’una frase, d’un gesto.
tnx,
Glò