Diario di guerra
lunedì, 2 febbraio 2009 | Di Fabio | Sezione: Scritti ineditidi Thomas Otto Zinzi
(Pubblichiamo un estratto da un testo molto più ampio. Buon pro vi faccia)
Centocinquattaquattro
Questo era il mio
numero d’attesa
per poter parlare
con il responsabile
tasse rifiuti.
Eravamo tutti
nella stessa sala
azzurra. Televisori
accesi senza volume
e la speranza di
potercela fare
entro mezzogiorno.
Quella brutta stronza
acetona dell’ufficio
informazioni – così
l’aveva definita
la mia compagna
di guerra – dispensava
numeri, saliva
e occhiatacce!
Prima o dopo il
purgatorio tocca
a tutti.
Un urlo lacerante
ammutolì la sala
mi chiama il direttore?
mi chiama il direttore?
Siete dei ladriiii!
Un applauso.
Commenti tutti a
favore della voce.
E’ perché nessuno
parla, né io, ne lei!
Adesso chiamano quei
poveracci della vigilanza!
A me manca un
occhio e domani
mio figlio si opera!
Sono sei anni che
mi torna indietro
la multa!
Ma me le faccia
vedere le ricevute!
Noi siamo ebrei!
A me piacciono tanto i
carciofi alla giudia
Tanto quello che è
Competente… non scende!
Poi
tutto tornò come prima.
Quell’occhio ferito su
quel viso da generale
appannò i miei
pensieri.
Mi sentivo incastrato
nel meccanismo d’una
vita non mia.
Avrei preferito che
mi pignorassero
tutto…che macerassero
carte, oggetti,
riferimenti e mi
lasciassero in pace.
In pace con la vita
mia stretta stretta
in questa fossa
della prima linea.
La trincea è
un foro nella corteccia
dell’universo…
Si sta in tanti e
per un po’ si può andare
anche d’accordo ma
per un po’. Poi, poi è
guerra tra noi
della stessa specie…
lotta senza quartiere!
L’uomo non si fida
dell’uomo.
L’uomo chiede a Dio
protezione, considerazione
e fa un patto e si
lega ai Dieci Comandamenti e
rispetta solo l’undicesimo :
quello che scrive
sulla tabulae rasa
della sua striminzita
vita.
Ma quando le bombe
prendono in pieno il
tuo vicino, si
resta immobili,
si trattiene il respiro,
si riparla con Dio
e imbarazzati, sottovoce si dice
grazie!
Poi si prova a pensare
Perché ha fatto uccidere
lui e non me? Io
avevo tanti peccati
da scontare. Mi vuole
lasciare qui nel Purgatorio
terrestre! O questo è
l’inferno e noi ci
illudiamo di vivere.
Forse le preghiere vengono
esaudite per tantii?
Chissa!
Mancavano venti numeri
e cominciavo ad avere
fame. Guardai la
pancia d’una ragazza:
c’era un bambino dentro.
Ero lì tanti anni fa
a nuotare nell’acquario
di mia madre.
Non era buio. Si percepiva
tutto. Conoscere
la propria madre senza
essere visti! Fumavo
a quei tempi, mi piaceva,
furono otto mesi pieni
d’euforia, dico ottobre
perché il primo non lo ricordo!
Aspettavamo, aspettavamo.
Avrei voluto attaccare,
facendomi proteggere
le spalle, ma qualcosa
luccicò non troppo
lontano dalla trincea.
Rinunciai.
Ebbi il timore che
da un momento all’altro
un colpo di mortaio
ci avrebbe preso tutti.
Ma quel luccichio era
un dente d’oro, un
molare che rividi bene
nello sbadiglio.
Era una bocca,
una delle tante bocche
che quando s’aprono
sembrano il cassetto
d’un orefice o il
catalogo d’una
fabbrica di sanitari.
Una bocca che aveva
masticato a tutte le
temperature della
vita, che aveva
baciato l’amore
e gustato quei rari
momenti di serenità
della vita.
Una bocca amara
in quei giorni in
cui fuori va tutto
bene e dentro il
tuo cuore arrivano
richieste assurde,
voglia di zucchero,
di purificazione,
di medicina
definitiva per
stritolare il male.
Chissà cos’era sucesso
tanti anni prima
quando fu impiantato
quel dente d’oro.
Sarà cambiato
qualcosa? Una volta
quelle bocche facevano
effetto, ora nessuna
emozione. Ma quel
luccichio mi fece
stare in guardia.
Cosa pensavano gli
altri di me? Chi ero
per loro?
Solo un soldato con
medaglietta da spezzare
in caso di dipartita?
O un uomo con
tutti i tempi del
verbo essere :
sono, ero, sarò, fui, sarei.
Un semplice soldato
o qualcosa di più?
Mi alzai e andai
in bagno. Attraversai
tutta la sala. Il
mondo era lì, certo
mancavano i monaci
tibetani, gli indios,
una giovane Brigitte Bardout
e più di tutti Melson Mandela,
Madre Teresa e
il signor Walt Disney.
E quando manca
gente carismatica
si sprofonda
nei torpori del
pensiero, quello che
ha un orario. Ma
io volevo rimanere
appeso alle lancette
del grande orologio
della vita e di
fronte al distributore
di merendine e acqua
pensai E se fossi
stato un prete? Avrei
evitato il servizio militare!
Non sarei stato in
trincea accucciato ad
aspettare e aspettare.
Chissà come sarei stato
in un convento
come quello di Assisi
o in una abbazia
a Subiaco. Cosa
avrei fatto?
Cosa avrei avuto tra
le mie mani al posto
di queste poche
munizioni?
Presi una crostatina
molto buona e ritornai
al mio posto. Qualcuno
s’era spostato o se ne
era andato. Il
conteggio dei numeri
era in fase di stallo
e smisi di pensare
per un po’ o almeno
ebbi questa sensazione.
Mandare in frantumi
la responsabilità.
Lasciare tutto e
andarsene, via,
fuori.
Abbandonare l
campo di battaglia.
Rischiare d’essere
sparato alle spalle.
Ma c’è una percentuale
molto bassa.
Tornare a casa.
Anzi no.
Entrare in un
hotel con le stelle
tutte in fila e
chiedere la stanza
centocinquantaquattro.
Vivere lì.
Ordinare subito
una bottiglia di vino
bianco fredda fredda
e uno spuntino.
Girare nudo per
la suite e
cominciare a scrivere
lettere sulla carta intestata
della catena alberghiera.
Crollare sul letto.
Dormire dieci minuti.
Musica classica.
Ordinare due
abiti eleganti con
rispettive camice
cinta, pullover, scarpe.
Dal terrazzino guardare
la vegetazione e
il panorama laterale
dell’umanità.
Poi scendere in sala
e pranzare bene,
un po’ di tutto.
Forse comprare subito
un ottima stilo.
Lasciare una poesia
al vecchio cameriere
e tornare in camera
per la siesta.
Assolutamente un
caffè alle 16 sul
terrazzo e chiedere
se quella signora signorina
sotto in giardino
è impegnata. Non
ascoltare la risposta e
mandare un mazzo
di fiori dentro
il vecchio elmetto.
Vederla sorridere e
portarla subito
in centro a comprare
un cane, un’altra stilo,
un cappotto, gli occhiali,
un libro senza parole.
Mentre sposto tutte
le mie cose vicino
al divano e lascio
a lei il letto
king size le annuncio
che domani si parte.
Perché?
Perché è giunta
voce che anche
l’albergo è pronto
ad entrare in guerra
e noi, scusa se già
di noi, noi non
ce lo possiamo
permettere più.
Un taxi, all’alba
ci porterà, dopo
nove ore di viaggio,
ai piedi della funivia alle 17,
saremo nell’albergo
sul ghiacciaio lontani
dalla battaglia.
Sempre vita
d’albergo faremo!
Ero rimasto a
fissare uno spazio
senza persone. Era
come se avessi dormito
un po’. Mi sentii un
pochino meglio.
I numeri acceleravano,
ora almeno settembre di seguito.
Mi sentivo scoperto,
qualcuno aveva sbirciato
nei miei pensieri.
Ritornai al mio posto
che sembrava
un po’ più stretto,
eppure eravamo
di meno.
E se dopo tutta
questa attesa
m’avessero detto
che avevo sbagliato
sportello, oppure di
tornare un altro giorno!
Un altro giorno?
Tornare?
Avevo sbagliato guerra?
Forse dovevo andare
diritto e poi a destra,
e invece avevo fatto
tutta quella strada
perché mi avevano
detto che la guerra
è sempre lontano
da casa, altrimenti
sarebbe stato tutto
più grave.
Non volevo sapere,
aspettavo con coscienza
ed incoscienza insieme.
Ad un certo punto pare che
ci si abitui all’attesa
e non si vuole mollare
la battaglia, nel pericolo,
nel freddo, la pioggia,
il grande caldo con
i suoi mantelli di
zanzare e l’odore
che ci appartiene, ma
dà fastidio, di altri
uomini.
C’era chi parlava, parlava
e parlava, non smetteva
mai di raccontare
tutti i fatti della
propria vita e chi
ascoltava a cosa
pensava? A quei
giorni dove stiamo
veramente bene, in
pace con il presente e
sorridiamo ai bambini
e parliamo con i pescatori.
Forse quello pensava
mentre le parole
cadevano a terra come
bombe a grappolo.
Non volevo leggere
il solito romanzo tappabuchi
che ci portiamo sul treno,
sul bus e dal dentista.
Dentro quel romanzo
c’è l’estate, il paradiso
e l’inferno, gli angeli,
il sud, le strade.
Ma tante volte non
ci siamo noi.
Ti posso dire una cosa?
Prego.
Sembri tanto mio figlio!
Ah sì, ma lei è giovane?
Giovane sei tu?
Insomma!
Mio figlio fa un lavoro
simile al tuo.
Come fa a sapere che
lavoro faccio?
Lo vedo dalle mani e
da come stai dritto con
la schiena…e da
come ti difendi!
Come mi difendo?
Sì, sei sicuro di te stesso
e non ti fa paura
l’arrivo del crepuscolo.
Non lo so neppure io!
Anche mio figlio non
lo sa! Ma lo so io… quando
è uscito di casa
l’ultima volta
mi ha detto “ vado
al fronte, ci vediamo
stasera!” Ma questa
giornata è molto lunga e
stasera non arriva mai. La
madre di un uomo
coraggioso deve sapere
aspettare e fidarsi
del destino. Hai mai
avuto paura?
Io?
Sì, tu.
Beh, qualche volta ho
sentito delle grandi
vampate di caldo, poi
ho sentito freddo e
ho fatto tanta pipì,
a lei lo posso dire,
è una madre!
Potevo prendere il
cuore tra le mani,
qui, all’altezza del collo.
Ho aspettato,
anche quella volta,
il sonno e finalmente
ho dormito qualche ora.
I proiettili
passavano vicini ma
non colpivano nessuno.
Copyright by Thomas Otto Zinzi
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