Venerdì, 10 Febbraio 2012

Il solco e la conchiglia – Cosmografia di un vagabondo

giovedì, 19 febbraio 2009 | Di | Sezione: Scritti inediti

di Alessandro Angeli

Presentiamo qui un estratto del romanzo inedito di Alessandro Angeli

Alessandro Angeli, nato a Roma nel 1972, master per “Redattori editoriali” all’ università di Urbino, Stage presso Dario Flaccovio editore, ha fatto parte del comitato di lettura di vibrisselibri. Giornalista pubblicista da un anno è consulente editoriale ed editor per Dario Flaccovio editore. Ha pubblicato: Maginot fotogenesi di un romanzo, Edizioni Controluce, 2008 Nardò (Le). La lingua dei fossi, miserie e orgoglio di un fuorilegge, è in corso di pubblicazione per lo stesso editore.

Non era affatto convinto che sarei riuscito ad arrivar vivo fin laggiù, il mio bagaglio era leggero avevo si e no due cambi un po’ di cibo e la chitarra, ma il cuore invece pesava un bel po’, perché da quel viaggio dipendeva la considerazione che avevo di me stesso. Per cinque lunghi mesi vagai dentro l’America tagliandola da parte a parte. Da est a ovest, da costa a costa, attraversai laghi, fiumi, montagne e città, senza aver altro orientamento che l’alternarsi della notte al giorno e l’accortezza di non finire al fresco o rimetterci la pelle. Partii da Marblehead col mio bravo sacco sulle spalle che era spuntata da poco la primavera, l’avena brillava al sole delle sterminate praterie e le nuvole erano così basse da sfiorarti i capelli. Tagliavo il sentiero che costeggiava i campi coltivati, le colline sfuocate all’orizzonte mi seguivano con lo sguardo ed avevo per me tutto lo spazio che volevo. Le scarpe con la suola rinforzata solcavano la terra già arida, a qualche miglio da lì, il fiume procedeva silenzioso. Camminai per due giorni interi senza fermarmi che per qualche ora. Quando la mia andatura stentava, mordevo una galletta di riso e sbocconcellavo un piccolo tocco di formaggio che avevo portato con me, quindi ripartivo più determinato di prima. Nella cittadina di Springfield conobbi un tale. Lo vidi appoggiato ad una ringhiera col sacco da viaggio ai suoi piedi e realizzai che se gli avessi chiesto qualcosa non avrebbe esitato a rispondermi, fu proprio così. Anche lui aspettava d’imbucarsi su un merci, era diretto a Chicago, ma consigliò di incamminarci fuori città, perché lungo lo scalo potevano esserci dei sorveglianti. Così facemmo la strada insieme lungo le vie periferiche della cittadina. Il giorno lentamente scuriva e un lungo sbadiglio di sole occupava il cielo, sotto il reticolo delle querce. Flint così si chiamava era renitente alla leva, era scappato perché temeva d’essere arruolato in guerra. Aveva il volto magro e rinsecchito di una giraffa e un’espressione ostentata da duro, a vederlo così nessun esercito al mondo l’avrebbe mai arruolato. Con la sua parlantina mi descrisse un po’ la sua vita e dopo poco capii che contava un sacco di balle. Disse che i suoi avevano un ranch a Tucson, che avrebbe potuto vivere di rendita fino al giorno della sua morte e se faceva il vagabondo era solo perché era contrario alla guerra. Nessun negro all’epoca poteva permettersi un ranch e a vedere le sue scarpe scalcagnate lui meno di ogni altro. Prima che facesse buio del tutto saltammo su un treno espresso che ci portò diretti a Chicago. C’era di buono che Flint conosceva i treni a menadito, nella sua vita diceva di aver fatto anche il frenatore su una locomotiva. Mentre eravamo lì sulla piattaforma ad aprire le nostre scatole di fagioli mi chiese dove fossi diretto.
“A San Francisco”. Gli dissi mentre inzuppavo il cucchiaio di legno nella brodaglia.
E lui ci restò secco “Pfuii” fischiò, “è una bella tirata amico … e pensi di arrivarci?”
“Beh lo spero”. Dissi senza guardarlo e continuai a mangiare. Flint non dormiva mai. Ogni volta che riaprivo gli occhi mi trovavo la sua faccia sgangherata davanti, il guizzo folle del suo sguardo mi fissava.
“Ma non hai sonno?”. Provai a dirgli una volta e lui sedendosi sulle ginocchia, abbassò il tono della voce. “Beh amico non dirlo a nessuno … ma io ho con me il segreto per sconfiggere le tenebre”. Rimasi a guardarlo, mentre Flint dalla sua sacca da viaggio estraeva una bustina di plastica trasparente, piena di pralinette bianche.
“Assaggiane una e vedrai se non ho ragione”.
“No, ti ringrazio amico, non mi va quella roba”.
“Beh peggio per te”, esclamò, poi se ne ficcò un paio in bocca e con un colpo secco del gargarozzo le buttò giù.
Nei giorni appresso Flint mi confidò che aveva un’ amica in città che poteva ospitarci e ce la saremmo spassata per un po’ senza avere problemi. Per farlo contento gli dissi che era fantastico e provai a dormire qualche ora. Quando arrivammo rimasi sbalordito. In vita mia non avevo mai visto tante luci tutte insieme, camminavo voltandomi a destra e a manca sorpreso come un bambino in gita e Flint se ne accorse.
“Ehi amico tieni gli occhi aperti, qui non siamo a casa di tua zia”.
“Che vuoi dire?”
“Voglio dire che è meglio se guardi bene il tuo culo nero, perché nessuno lo farà al posto tuo, ricevuto?”
“Ricevuto”.
Mentre camminavamo per una strada della città, “aspettami qui” disse, e lo vidi raggiungere il marciapiede opposto, dove c’era un locale con le insegne accese. Due tizi sugli scalini parlottavano fitto tra loro. Appena Flint fu lì vicino uno dei due si mise a gesticolare e lui per rabbonirlo gli mise una mano sulla spalla. Per un attimo credetti che le cose si stessero mettendo male e pensai seriamente di darmela a gambe, poi lo vidi entrare nel locale. Uscì una decina di minuti dopo, salutò i due tizi là fuori e tornò verso di me.
“Chi erano quelli?” Chiesi cercando di capire quanto stessimo rischiando.
“Amici compare non preoccuparti”.
Lungo la via ci comprammo delle pannocchie arrostite da un ambulante, ci fermammo a mangiarle su uno scalino e subito dopo ci rimettemmo in cammino. Dopo un altro miglio buono a piedi lui si fermò: “Janine abita qui”, disse, “dobbiamo aspettare che stacchi” e con tutti i bagagli ci piazzammo sotto casa della ragazza. Mentre eravamo lì ad aspettare, Flint cominciò ad innervosirsi, non gli piaceva di starsene per strada in un quartiere del genere, dove i pulè facevano lo stradello. Si alzava faceva qualche passo e poi tornava a sedere. Senza motivo era divenuto irascibile e per la paura che ci sbattessero al fresco a causa del nostro vagabondare, aveva perduto anche la sua invincibile parlantina.
“Dovresti calmarti Flint, così diamo ancora più nell’occhio”. Lui sembrò approvare. “Hai ragione fratello, non ci avevo pensato”, disse sedendo sul marciapiedi, ma un minuto dopo era già in piedi che gironzolava. Janine arrivò una mezz’oretta più tardi accompagnata da un’amica appena uscita dal parrucchiere. Gli saltò subito al collo e Flint un attimo dopo fece le presentazioni. L’amica si chiamava Yumy, ma poi aggiunse subito che si trattava di un nome d’arte, aveva lunghe gambe e un cesto di capelli ricci sulla testa. “E lui chi è?” Disse Janine puntandomi l’indice contro. “È un tipo apposto baby … si chiama Bunny ed è il mio compagno di viaggio”. “Bunny, che nome buffo”, esclamò Janine, guardandomi a lungo in posa, con la sigaretta sospesa tra le dita. Finite le presentazioni ci avviammo su lungo le scale di legno e Janine aprì la porta di casa. Sul loro lavoro furono entrambe evasive ed io non insistetti, Janine disse che facevano le cameriere in un bistrot. Quando fu il mio turno m’immersi nella vasca da bagno e non mi sembrava vero, restai nell’acqua una buona mezz’ora con i piedi che sporgevano in fuori, mentre dalla cucina li sentivo ridere in continuazione. La padrona di casa mise sulla piastra quattro hamburger e riscaldò sulla stufa una pentola di lenticchie, avevano anche vino bianco frizzante e pane in cassetta. Mangiai a testa bassa senza badare a ciò che dicevano, era più che altro Flint a tener banco con le sue imprese straordinarie e le due donne si limitavano a ridere senza interromperlo. Dopo cena Yumy notò la chitarra ed in coro mi chiesero di suonar loro qualcosa, io non me la sentivo perché non ero a mio agio, ma dovetti ingollare il rospo. Per qualche minuto tentai di accordare la chitarra, ma le dita non mi ubbidivano più e venivano fuori solo delle note fasulle e sguscianti. Poi visto che insistevano con un colpo di tosse mi schiarii la voce e cantai loro Devil got my woman, di Skip James, sono sicuro che fu la versione più brutta e insignificante che qualcuno avesse mai suonato. In più avevo disubbidito ai consigli di Abe, il mio maestro, che mi aveva detto di suonare soltanto quando il cuore era d’accordo. Ma loro tre non si accorsero di nulla, anzi le donne battendo le mani e agitando le gambe urlavano “Ancora ancora”. Flint si alzò e levando dalla sua sacca la busta con le pralinette la mise sul tavolo, visto che non mi andava di dare spiegazione mi alzai e andai a fumare alla finestra. Quando tornai in cucina trovai Yumi con gli occhi spalancati che fumava nervosamente, Janine e Flint erano in camera da letto. Presi una sedia e mi sedetti, lì per lì lei nemmeno se ne accorse, poi mi lanciò un lungo sguardo con la coda dell’occhio, mentre io cercavo di contenere il mio imbarazzo. Di certo Yumi era attraente, le sue gambe scolpite, sotto al tavolo si accavallavano in continuazione. La guardavo per tentare di dire qualcosa e lei sorrideva, quel suo sorriso sfrontato mi confondeva ancora di più, e perdevo il filo dei miei pensieri. Quando finalmente riuscii a pronunciare la prima sillaba qualcuno bussò alla porta, i colpi a venire furono rapidi e possenti, tesi l’orecchio, “polizia aprite!”, sentii urlare dal pianerottolo, guardai l’espressione spaurita di Yumi, anche lei doveva aver sentito. Di corsa arraffai la mia sacca, andai verso la finestra e senza guardare saltai giù. Erano come minimo tre metri e spiaccicato sul marciapiede come un melone marcio pensai che non mi sarei più mosso da lì, ma la fifa mi fece alzare alla svelta e alla svelta tolsi il disturbo. Camminai a casaccio per mettermi in salvo ogni due metri mi voltavo per vedere se mi stessero seguendo, le strade a quell’ora brulicavano di gente. Tutto preso da quei pensieri mi ero completamente dimenticato della chitarra, d’un tratto mi venne in mente che nella foga l’avevo lasciata a casa di Janine, ma non avevo il tempo di dolermene e non potevo certo tornare indietro. Più avanti fuori dal locale dove qualche ora prima mi ero fermato con Flint, si era radunata una piccola folla. Un uomo basso e tarchiato si spostò da lì venendomi incontro:
“Ehi negro vieni qua …”. Mi urlò in mezzo alla strada e con un colpo secco ruppe il collo della bottiglia contro un lampione. “Non sei l’amico di quel farabutto tu …” Prima che potesse avvicinarsi ancora cominciai a correre con tutta la forza che avevo, la strada divenne un serpentone infinito di luci davanti ai miei occhi. Corsi alla rinfusa schivando i passanti che si voltavano incuriositi a guardarmi, qualcuno lo urtai e mi scagliò addosso le sue maledizioni. Sapevo che facendo a quel modo avrei attirato maggiormente l’attenzione della polizia, ma io non avevo fatto niente, tolto il fatto che ero un vagabondo. Corsi così tanto che le luci della città tutt’intorno erano sparite. Avevo il cuore spaccato più delle ossa, mi sentivo infimo perché avevo passato l’intera giornata a scappare e non sapevo nemmeno dove mi trovavo. Perfino la chitarra che Abel aveva riaccomodato avevo perduta. Giurai a me stesso che per il resto del viaggio sarei stato alla larga dalle città e dai suoi abitanti. In lontananza vidi una siepe sbucare da una strada secondaria e la raggiunsi. Sotto di essa vi era un piccolo fosso e tutto intorno un prato circondato da grandi eucalipti, tolsi le coperte dalla sacca e nascosto tra il fosso e la siepe mi coricai alla meglio.
Mi svegliarono le prime luci del sole e le fitte terribili al braccio, doveva essersi spezzato. Mi alzai come meglio potevo e caricatomi il sacco sulla spalla buona, barcollando mi misi in cammino. Vidi una vecchia signora venire lungo il vialetto del parco con una sporta di cibo in mano e le chiesi dove fosse la ferrovia.
“Prosegui oltre la fine del bosco da lì in poi la terza traversa a sinistra costeggia la ferrovia”.
Mi guardò con disgusto e senza dir niente riprese a camminare. Non so per quante miglia avanzai lungo i binari, oltre la cancellata di cemento, dalla città, la gente continuava a osservarmi. “Lercio”, mi urlò qualcuno, qualche altro prese a raccattare sassi e a scagliarmeli addosso, allora mi infilai dentro i cespugli col cuore che si era messo di nuovo a palpitare. Lungo le ultime strade vidi un treno fermo a fare rifornimento, stando attento che non mi vedessero ci montai sopra adagio e mi sdraiai sul pianale.

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  1. Avrei preferito un estratto che rappresentasse un significato, anche micrometrico, al posto di un raccontare aperto che sospinge il lettore in libreria, a scartabellare, nella ricerca di un libro del quale sente di aver un improvviso bisogno. ;)

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