Sabato, 4 Febbraio 2012

Macerie

lunedì, 2 marzo 2009 | Di | Sezione: Scritti inediti

di Andrea Muccini

Cammino tra cocci di vetro, lattine di Coca-Cola schiacciate, brandelli di copertone. Inciampo in un pezzo di paraurti, ai miei lati automobili sfasciate, una ha preso fuoco e si alza una colonna di fumo denso e nero. Aggiro dei cassonetti rovesciati e proseguo la mia marcia come un sonnambulo.
Le vetrine dei negozi sembrano un quadro di Duchamp, i manichini senza arti giacciono supini come bambole di un gigante-bambino che ha voluto giocare un po’. Maglioni penzolano sfiorando il suolo, collane giacciono sul pavimento e rivelano la loro inutilità, una scarpa da tennis riposa in mezzo alla strada, solitaria.

Una dopo l’altra aziende che sembravano solide mostrarono i loro piedi d’argilla, gli investitori fuggirono lasciando i piccoli risparmiatori con in mano carta straccia. Gli istituti di previdenza dichiararono bancarotta e tanti distinti signori finirono in mezzo alla strada. L’inflazione alle stelle fece il resto.
Lunghe code alle mense dei poveri raccoglievano un’umanità variegata di ex-commessi, ex-impiegati, ex-negozianti e tutti gli altri ormai ex. I pochi esercizi commerciali rimasti aperti agognavano clienti che non arrivavano mai. La vita notturna non esisteva più con l’eccezione delle bande di saccheggiatori che depredavano tutto quello che trovavano e rapinavano, e spesso uccidevano, chi si avventurava in strada.
La situazione era insostenibile ed infatti esplose.
La scintilla fu l’omicidio di un tredicenne che cercava di raccattare qualcosa da una vetrina infranta da chissà chi. Un poliziotto lo vide, prese la mira e sparò.
Frotte di ragazzini iniziarono ad assaltare banche, sedi di multinazionali, stazioni di polizia. Qualunque istituzione fosse identificata come fautrice del latrocinio ai danni del popolo o come sua protettrice fu colpita, depredata e data alle fiamme. I piccoli assalitori, vestiti di jeans e felpe, si muovevano in branchi, sceglievano l’obiettivo, lo distruggevano, poi fuggivano per riunirsi altrove e ricominciare daccapo.
Fu mobilitato l’esercito, ma quella marea montante di guerriglieri-bambini s’ingrossò ancora e ancora. Si unirono a loro, prima quelli di poco più grandi, poi ex-lavoratori di tutte le specie infine anche le massaie diedero il loro contributo con lanci di stoviglie e vecchie suppellettili dalle finestre. Niente fu risparmiato dalla foga della folla che, una volta esauriti gli obiettivi principali, si accanì sui negozi, i quali non avevano più proprietari e commessi a loro difesa ma mostravano ancora impudentemente le loro merci. Le auto in sosta furono presto vittima di calci, mazzate ed incendi, senza nessuna cura per chi le possedesse e ne facesse vanto.
Una dopo l’altra tutte le maggiori città furono messe a ferro e fuoco. Il Governo, incerto, dapprima esitò poi dichiarò lo stato d’emergenza. L’esercito sparò sulla folla, ci furono dei morti. La gente s’inferocì ancor di più, prese a colpire nei modi e nei momenti più inaspettati, una guerriglia spontanea, totale e feroce contro ogni simbolo del consumismo e della speculazione. Quel gonfio mondo di plastica non si sgonfiava, ma esplodeva fragorosamente.
I soldati non sapevano come fronteggiare quella minaccia ubiqua ed improvvisa, senza capi e senza strategie, e cominciarono a dare segni d’insofferenza, poi d’insubordinazione. Qualcuno si unì ai ribelli. Ogni strada, ogni vicolo, ogni edificio ed ogni finestra erano un potenziale pericolo per i militari che, quando sembravano avere il controllo della situazione, si ritrovavano in un nuovo focolaio di rivolta. Non era più possibile garantire la sicurezza di alcuna carica o personalità importante.
Imprenditori, politici, dirigenti, ufficiali fuggirono all’estero. Le televisioni non trasmettevano più. Nessuno prendeva più ordini e, anche se fosse stato disposto a farlo, nessuno glieli avrebbe impartiti. Era una fase di libera confusione, in cui il potere era vacante ed ognuno poteva consumare la sua piccola vendetta contro di esso, in cui qualcosa era finito ma non si sapeva cosa sarebbe cominciato nei giorni o, forse, nelle settimane a venire. Sarebbe ricominciato tutto come prima o sarebbero intervenuti radicali cambiamenti? Tutti se lo chiedevano, ieri.

Ora la città è tranquilla. Si può passeggiare senza il rischio di un’aggressione o di un proiettile vagante. Non sono rimasti che pochi cartelloni pubblicitari, nessuna automobile in giro, rari i pedoni. La furia devastatrice ha risparmiato ben poco di quella massa multicolore dalle innumerevoli forme che costituiva i tanto anelati beni di consumo, esposti, esibiti sfrontatamente nelle vetrine luminose dei negozi. Al loro interno nessuno che commenta malignamente l’incedere dei passanti, nessuno che acquista, solo resti di manichini muti.
Non c’è più nessuno che imponga la propria autorità, nessuno che stenda recinti veri od immaginari attorno alla sua proprietà, nessuno che si senta migliore per il peso nella tasca del suo portafogli gonfio.
Sembra tutto così immobile, c’è un silenzio strano come in certe notti di quiete.
Allora cammino.
Cammino tra i detriti e le macerie, faccio attenzione a non inciampare. Cammino e rido. Spudoratamente rido.
Rido.

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  1. Un bel racconto, scritto con il minimo di fantasia e di immaginazione possibili, utilizzando solo il vantaggio di saper osservare fuori dalla propria finestra, mettendo avanti di cinque minuti l’illusione del tempo.

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