Giovedì, 9 Febbraio 2012

“Poesie” di Stefano Leoni

venerdì, 6 marzo 2009 | Di | Sezione: Scritti inediti

Dovrei spegnere la sveglia, costruire
una giornata che abbia un volto
voglio dormire senza nemmeno sognare
solo un breve nulla, una culla
qualcosa che mi afferra e mi dissolve,
mi risparmia
e che onore bislacco e disumano
essere il volano, la leva, la molla
se ci lascio le dita in una morsa,
in un rotore, se si sgancia qualcosa
e cade e cado, insieme, un niente
un vuoto c’era da aspettarselo
spegnere la sveglia, demolire
la corsa, le file autostradali, i lupi
e i denti aguzzi, riacciuffarmi
e che inutile sudore, in piazza
conteggiato, corteggiato
qualcuno che mi occupa, mi succhia.
mi disperde.
essere altrove, in dormiveglia
essere la Terra, il Vento, il Fuoco
un Suono, un Tuono
e sentirmi
un mistero.

*

Sono adesso una fiamma,
piccola e testarda, rasa dal vento.
(mi urta l’irriverenza di una pace sporca
il suono incapace di un voce morta,
la nostalgia, il rimando e anche il futuro
disegnato su brogliacci a quadretti)
Solo la mia bruciante piccolezza
tra i visi del sabato mattina, a far la spesa,
la luminosa bellezza dell’imperfetto:
il culo grosso, i graffi sulle mani,
l’appartenenza
a un mondo di basse verticali.
Penso a quanta forza nella spinta
delle invisibili micropalificazioni
piantate giù nella Terra, sotto
il pesante passaggio di pochi
e come inghiottirebbe i pochi lo squarcio,
se volesse, questa china sostanza,
riposarsi un poco, un minuto.
*

Bic

Finire qui, dalla linea all’ansimare del tratto che si spezza,
io non volevo
nelle penne trasparenti si dovrebbe prevedere
il gorgo quando inghiotte l’ultimo rivolo d’inchiostro
ma no ma no
finirla qui la frase, le ragioni,
in petto a un cielo ancora così chiaro
sembrava ancora piena
era tutto cerone da teatro
era la fossa, un imbuto
così tutto il meglio si è sparso
la sfera muta incide carta e pelle
io nemmeno pregavo

*

Generazione di passettini, di colori coordinati,
correttamente bilanciati in corpi da palestre,
lucidi al sole di oleosa armonia tra le insegne
brillanti di un disco pub sul marciapiede al mare
-così si dice, al mare, per chi non chiede un’onda –
generazione trafitta e supina all’idea del potente
così attenta a non invecchiare, a strappare un giorno

(e che importa morire d’un tratto, cinque anni prima magari,
prima di cosa? La sparizione è in assenza di spazio
e la magra manina non afferrerà alcuna preda
in cambio di quel tempo…)

E’ colpa mia. So quanto ho perduto
e mi è rimasto poco (il mo primo jeans a zampa d’elefante)
e il momento fu quello:

Relativo. E sufficiente. Poi faccia bassa
al trascendente, senza domande, solo un po’ di paura,
quanto basta.

Soldatini: “lasciamo ai vecchi amarsi e non amarsi”
prendiamo a mani basse ciò che occorre,
(gettato il cellophane, il sacchetto di carta, il polistirolo e l’adesivo,
rimane sempre qualcosa da mangiare)

Generazione di pochissime parole,
Pierpaolo è morto prima di essere nato,
benedetta spiaggia!
dove il sangue ha preso il posto del seme.

Che importa, ci siamo detti, setacciare
se l’oro è tutto in superficie e sotto
la dignità non brilla?

*

Da “Frane e frammenti” – Lietocolle, 2008

Io so che mi passi dentro, attraverso,
entri come una scheggia di cristallo
dalla pelle invecchiata e non per questo
più ostile e più pronta al taglio.
So che ti inietti nelle vene disordinate,
lungo le arterie risali tutti gli organi
e graffi le pareti. So che dissemini
minuscole lamine negli alveoli, nei gangli.
E so che residui nei follicoli, che dimori
nei nervi. Ho l’immagine chiara di te
nel cristallino dei miei occhi, nel verde
brillante delle iridi. Trafiggi le radici
dei miei denti e sento il tuo sapore
nella saliva che inghiotto avidamente.
So che è come non averti, disperso
come sei nella mia carne. E come
non posso dissiparti, mai.

*

Di te rimane anche questo pezzo
di terra di pianura, nostra pianura
e madre che ci diede il nome.
Un piccolo frammento, poche zolle
ammutolite anch’esse al tuo svanire.
C’è profumo di vino e verderame
e qualche sparsa pianta di albicocca,
un fico e la tua voce che mi suggeriva
di assaggiarne il frutto con la goccia.
Io cammino, lungo i confini incerti
che il vicino di anno in anno erode
a poco a poco, e cammino negli occhi,
nei riflessi, come un cane a cercare
qualche impronta, o l’ odore.
La terra, credo, assorbe e accoglie -
mentre la benna abbatte questa vigna
e il mostro sferragliante la tritura -
la mia disordinata insofferenza
agli inutili altari. Nelle giovani foglie
tutti i passi, le voci.

Stefano Leoni è nato nel 1961 a Forlì, città dove vive. È laureato in Economia.
E’ cofondatore della Associazione Culturale Poliedrica di Forlì.

Ha allestito diverse mostre di poesie in immagine fondendo fotografia e poesia.

Nel 2005 pubblica la sua prima raccolta Ipotesi sottili (ed. Il Ponte Vecchio, Cesena), finalista al premio “Renata Canepa” di Torino 2006 e tra i vincitori al premio Arcobaleno della Vita – Città di Lendinara 2008.

Maurizio Cucchi segnala sue poesie nella rubrica “Scuola di poesia” su “Specchio” n. 511 de La Stampa e su “Tuttolibri” de La Stampa del 7 dicembre 2007.

Vincitore e finalista in diversi premi nazionali di letteratura, fra i quali il Città di Forlì,
Prosapoetica 2007 e Pubblica con noi 2008 di Fara editore, sue poesie sono pubblicate su riviste e nelle antologie LietoColle Il segreto delle fragole 2007, Stagioni e Verba Agrestia 2007.

In febbraio 2008 pubblica la raccolta “Frane e frammenti” (ed. Lietocolle, Faloppio Como)

Nel 2008 è incluso nella antologia “Il silenzio della poesia” (ed. Fara, Rimini), nella antologia Storie e versi (ed. Fara, Rimini)e nel 2009 nella antologia del premio Scrittura amorosa edito da Kolibris, Bologna.

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