Il sughero e le pietre
giovedì, 12 marzo 2009 | Di Luca | Sezione: Scritti ineditidi Francesco Lombardi
Come un serpente scendeva fino a scomparire, giù al fondo, tra la ghiaia, interrotto a tratti alla
vista da sterpaglie, alberi dal fusto contorto, cespugli. D’estate era preda di vacanzieri che ne
affollavano le sue curve fin dal primo mattino per poi risalirle nel tardo pomeriggio; faceva
eccezione, a volte, qualche coppietta che si attardava fin dopo il tramonto. Ritornava presto alla
solitudine o quasi già dopo ferragosto, così come il luogo a cui conduceva: un lembo di sabbia e
ghiaia strappato alla roccia che a strapiombo si tuffava in mare. Nel punto in cui il sentiero
piegava bruscamente verso il basso c’era un piccolo spazio che faceva da sosta, da lì era
veramente bello, buttare giù gli occhi: una sottile striscia bianca separava un verde intenso da un
grigio chiaro, che ritmicamente scompariva e ricompariva, come in una infinta e lenta
dissolvenza, tra il bianco il grigio ed il verde. Il verde che avrebbe voluto per i suoi occhi.
Erano rare le domeniche di quel autunno in cui rinunciava a quel luogo incantato, lo aveva
scoperto, per caso, un giorno di giugno, quando, attratta da un tramonto dai colori forti, lasciò la
macchina sul ciglio della strada e un sentiero appena accennato tra l’erba la condusse al punto di
sosta. Il sole di un rosso accesso era proprio a metà dei due costoni di roccia e stava lentamente
sprofondando in mare, non sfuggì ai suoi occhi il sentiero tortuoso. non appena il sole si tuffò
tornò indietro.
Lì, sarebbe ritornata. Non a Luglio, non ad Agosto.
Giunse sull’area di sosta intorno alle 9 e come al solito si fermò a guardare la linea bianca nella
sue lente ed infinite dissolvenze; poi assicurò il sacco alle spalle e giù per il sentiero. Adorava
camminare, la montagna era la sua prima passione e l’aveva ricambiata con un passo
instancabile e quando di tanto in tanto si fermava non era per prendere fiato ma solo perchè
qualcosa, ne rapiva i suoi occhi neri. Da li occorreva una dozzina di minuti per guadagnare quel
piccolo paradiso a patto di non fermarsi mai, il che era quasi impossibile visto quello che veniva
offerto agli occhi. C’erano dei posti che erano diventati punti di sosta obbligati, li le sterpaglie
avevano perso posizioni lasciando nuda la terra. La loro era una battaglia persa tutte le estati,
quella contro le innumerevoli scarpe, ciabatte, piedi scalzi, che in quei posti sostavano più che
altrove e a loro non era lasciata altra possibilità che arretrare complice anche l’arsura della terra.
D’inverno riuscivano a riprendersi in parte quei luoghi ma inevitabilmente con l’arrivo della
bella stagione tutto veniva inevitabilmente perso. La spiaggia era completamente chiusa ai due
lati e mentre si scendeva, i due muri di roccia chiudevano sempre di più il campo visivo su
quel tratto di mare, così che, le barche, per la maggior parte di pescatori, comparivano e
scomparivano senza lasciare intendere da dove venivano e dove erano dirette.
Sistemò con cura la tela, si tolse le scarpe, i calzini, arrotolò su per il polpaccio un paio di
pantaloni a quadri rosa e viola, poi alzandosi stirò le braccia dietro la nuca. In quei giorni
d’autunno quel luogo era tutto per lei, c’erano solo i suoi occhi. Occhi che da lì, le puntavano da
lontano, mentre si avvicinavano e le seguivano fino all’ultimo respiro, quando si tuffavano con
forza sulla ghiaia trascinandola con sè prima in su e poi in giù in un abbraccio mortale scandito
dallo stridere dei sassi, e dallo spumeggiare dell’acqua salata. Le osservava a lungo, con i piedi
nudi affondati nella sabbia bagnata. Pochi passi dietro le sue spalle, troneggiava il cavalletto con
su la piccola tela, ai suoi piedi il sacco, le scarpe, i calzini, la scatola di latta gialla con i colori
ed i pennelli.
Virò bruscamente, puntò dritto verso la spiaggia, la sagoma si stagliava netta contro il luccichio
mutevole della’acqua mentre il borbottio ritmico, lento, sincopato del fuoribordo rimbalzava da
una parte e dall’altra dei due costoni di roccia. Lei non si mosse, un brivido percorse la schiena,
e solo la vista delle reti, a poppa, allentò la tensione. pochi minuti, la prua aprì con forza un
varco tra la ghiaia e la sabbia ed il gozzo dopo un sussulto, si adagiò su di un fianco.
«Buongiorno Signorì. »
«Buongiorno. »
Aveva passato già da un pò la mezza età ed era difficile immaginare per lui un mestiere diverso;
non era solo per l’aspetto, forgiato dal sole e dal sale, i suoi occhi raccontavano il mare, occhi a
cui l’orizzonte, per quanto ineffabile, aveva fatto da punto di riferimento così che da tempo
avevano ormai varcato la soglia oltre la quale le rassicuranti mura di una bottega per quanto più
redditizie e meno dure, sarebbero state poco più che una prigione.
«E’ un pò, che vi vedo su questa spiaggia, sola, di domenica, a fare quadri; siete una
pittrice, signorì? »
Era rimasto vicino la barca con i piedi in acqua, mentre i gabbiani che lo avevano seguito
continuavano a volteggiarli intorno e lui pareva non curarsene più di tanto, sapeva bene cosa si
aspettavano e quella mattina non poteva accontentarli.
«Mi chiamo Lorenza;
no, no, è solo una mia passione;
magari lo fossi e potessi vivere di questo. »
«Io Antonio, al porto mi chiamano tutti Tonino.
Sapete, su questa spiaggia, mi ci portava mio padre quando ero picciriddro, tutte le
domeniche d’estate al rientro dalla pesca, a quest’ora. Lui puliva il pesce che poi
mangiavamo a mezzogiorno, ed io facevo il bagno. »
Scostò per un attimo gli occhi da lei ed indicò uno spuntone di roccia che sbucava solitario dalla
ghiaia e che ogni onda ne abbracciava i fianchi.
«Si sedeva lassù, diceva che i pesci andavano puliti nell’acqua di mare. »
«Doveva essere bello! »
«Si, molto bello! peccato che allora non lo sapevo. »
Si avvicinò al cavalletto.
«Dovreste venire a giugno, il sole tramonta proprio in mezzo, fareste dei quadri bellissimi.»
Si avvicinò ancora di un passo.
«Posso vederlo? »
« Cosa? »
«Quello che state dipingendo? »
«Si, certo. »
«Ma Signorì, il mare non c’è? »
Lei sorrise.
«Vengo qui perchè mi piace. Sa, è un pò come la storia di suo padre: dei pesci e dell’acqua
di mare. »
Risero insieme.
Il sole, scavalcato il ripido pendio, aveva invaso ogni angolo della spiaggia e quel velo di acqua
che la notte distende su ogni cosa altro non poteva che ritirarsi sotto la ghiaia. Era l’ora in cui il
calore dei sassi era giusto per camminare a piedi nudi o distenderci sopra la schiena e goderne il
tepore.
«Signorì, ora vado, vi lascio dipingere. »
Fece qualche passo, poggiò le mani sul fianco della barca, e mentre metteva forza per sfilare la
prua dalla sabbia, si volse verso di lei:
«mi è venuto in mente un’altra cosa che diceva mio padre.
Il mare e’ un posto dove il sughero galleggia e le pietre vanno a fondo; sempre. »
Le onde si affrettarono a riempire il vuoto lasciato dalla prua. Pochi minuti, ed era solo una
sagoma che si stagliava contro il luccichio mutevole dell’acqua.
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