Venerdì, 10 Febbraio 2012

Su “Gran Torino” di Clint Eastwood

giovedì, 19 marzo 2009 | Di | Sezione: Profili

di Fabio Orrico

Gran TorinoNon vi rubo troppo tempo. Mi limito a elencarvi alcune ragioni per cui andare a vedere Gran Torino è cosa buona e giusta:

Per la purezza e la linearità d’ispirazione: non c’è nulla di troppo in Gran Torino. E allo stesso tempo non si può parlare solo e semplicemente di classicità. Vi siete accorti che la figura retorica principe del film è quella della digressione? Digressione a cominciare dalle immagini. Perchè Joel Cox e Gary D. Roach tagliano sempre una manciata di secondi in ritardo, passando dai corpi degli attori a, che so, lo sfondo sfocato di una cantina? Ma gli attori non escono di campo come in un film di Garrel o Wenders. Non ci viene da pensare a nulla di metafisico perché Gran Torino ha la leggerezza e il calore di un home movie.

Perché è un film testamentario e, come tale, commovente a prescindere: Eastwood ha detto che il personaggio di Walt Kowalsky è il suo testamento di attore. Non di regista, per fortuna visto che il grande vecchio è già sul set di The human factor, biopic su Nelson Mandela con il sodale Morgan Freeman nel ruolo principale. Gran Torino riannoda a Million Dollar Baby e Kowalsky è una controfigura se possibile ancora più aspra e dolente dell’allenatore Frankie Dunn. Lì c’era una colpa taciuta che divorava il passato di un uomo, qui c’è un’intera famiglia (e probabilmente un’intera nazione) allo sfascio. Kowalsky avverte, all’inizio confusamente poi con sempre maggior certezza che sangue e spirito di appartenenza si relativizzano di fronte all’uomo e al suo comportamento. E non è un caso che, anche visivamente, Eastwood insista sul concetto di confine (“Fuori dal mio territorio” è il suo ritornello per tutta la prima parte del film). Amare il prossimo, checchè ne dica il pretino irlandese a più riprese sbeffeggiato da Walt, non è affatto una cosa facile e ha tanto maggior valore il sacrificio per l’altro se avviene restando collocati nei rispettivi confini (se serve delimitati anche da una veranda o dal filo spinato, come in tanti film western). In questo caso amore e sacrificio significano anche riconoscere, avere consapevolezza di chi si è, di chi è l’altro. Ovvio che un cammino del genere non può essere facile, unidirezionale, scontato.

Per la libertà stilistica e di pensiero: Eastwood non si tira indietro nel mescolare e contaminare generi, così, nell’arco di due ore passiamo dalla commedia al dramma, ridiamo, piangiamo e assistiamo a magnifiche epifanie (la bellissima scena della festa nella casa dei vicini hmong). Il gesto cinematografico di Eastwood è all’insegna della semplicità, ci ricorda Ozu, il Wenders degli anni ’70 e il Ford più denso e affettuoso (quello di La carovana dei mormoni e di Il sole splende alto).

Perché è un film spietato: a proposito del suo L’anno del Dragone Michael Cimino aveva detto che si trattava di “un film di guerra girato in tempo di pace”. La definizione calza benissimo anche a Gran Torino. L’America è, ancora e sempre, territorio di guerra. Gang, razze e popoli che non smettono di affrontarsi più o meno frontalmente. Il razzista Kowalsky che ingiuria chi non è “realmente” americano e che viene spregiativamente apostrofato dal barbiere italiano “polacco”.

Perché sintetizza un’ossessione molto speciale e presenta nella cultura americana di oggi: il padre. È così al cinema (prendete ad esempio The wrestler, altro film magnifico o, lo splendido segmento di Into the wild tra Hal Holbrook e Emile Hirsch) e sopratutto in letteratura. I romanzi più belli degli ultimi anni parlano del padre o comunque di rapporti fra padri e figli: Il padre fantasma di Barry Gifford, Pastorale americana, Everyman e Patrimonio di Philip Roth, Lunar park di Bret Easton Ellis, La strada di Cormac McCarthy e questi sono i primi che mi vengono in mente.

Perché è un capolavoro.

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2 commenti
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  1. Parola chiave :P adre
    romanzo ALLA CORTE DEL NONNO MASTICANDO LIQUIRIZIA ed Agemina
    Un padre bugiardo è la peggiore delle sciagure se tutti i padri non fossero bugiardi, ma non hanno colpa
    perchè devono lottare per apparire e contemporaneamente essere agli occhi dei figli.

  2. Il tema del padre, Fabio, nasce con gli uomini. Oggi dove nulla sta al suo posto stiamo cercando nuovamente di riconnetterci a qualcosa di originario e antico. E amiamo l’arte che ci parla di padri e figli perché è ciò che stiamo cercando anche noi. Comunque grazie per le tue recensioni, che cerco spesso nel sito, con le quali sento ogni volta di aderire, e che ti invidio per la potenza della lingua e il riflettersi delle tue lunghe catene di rimandi. Ci si vede giovedì 2 aprile.

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