La situazione dei diritti umani in Italia
mercoledì, 25 marzo 2009 | Di Manuel | Sezione: Cronache dalla reteFonte: Amnesty Italia
In occasione della pubblicazione, a 60 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, del Rapporto Annuale 2008 di Amnesty International, si riportano alcuni estratti relativi alla situazione italiana. Mentre nel mondo le esecuzioni capitali sono raddoppiate rispetto al 2007 (e il 93% di queste si concentra in soli cinque Stati: Cina, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti d’America), si può affermare che in Italia, dove la pena di morte non esiste, i diritti umani sono ancora ben lungi dall’essere diventati una realtà per tutti.
Per approfondimenti si rinvia alla lettura dell’articolo originale.
Tortura, maltrattamenti e responsabilità delle forze di polizia
Anche la XV legislatura ha lasciato immutate le lacune relative all’attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura (CAT): l’Italia resta priva di uno specifico reato di tortura nel codice penale e da più parti sono state autorevolmente segnalate le ricadute di questo inadeguato quadro legale sulla possibilità che le forze di polizia rispondano effettivamente del proprio operato.
Il rischio di impunità è aggravato dalla mancanza di forme di identificazione dei singoli agenti di polizia durante le operazioni di ordine pubblico e dall’assenza di organismi indipendenti di monitoraggio. L’Italia non si è ancora dotata di un’istituzione nazionale di monitoraggio sui diritti umani e di un organismo indipendente di controllo sull’operato della polizia e non ha ancora ratificato il Protocollo opzionale alla CAT, il quale imporrebbe l’adozione di meccanismi di prevenzione.
Questo quadro desolante viene da anni segnalato da Amnesty International (AI) alle autorità competenti e nel corso del 2007 è stato nuovamente oggetto delle raccomandazioni del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura.
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Erosione dei diritti umani nella “guerra al terrore”: le scelte dell’Italia
Nel corso del 2007 e della prima metà del 2008 le scelte dell’Italia circa il rispetto dei diritti umani nell’ambito della lotta al terrorismo si sono mosse lungo linee analoghe a quelle percorse negli anni precedenti. La politica del sospetto applicata alle espulsioni e una tenace riluttanza a fare chiarezza sugli abusi commessi in nome della “guerra al terrore” hanno caratterizzato l’approccio delle autorità di governo. In quest’ambito, l’Italia ha anche contribuito a mettere a rischio la tenuta del principio internazionale che impone il divieto assoluto di tortura.
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Rom e migranti: discriminazione, xenofobia e provvedimenti sulla “sicurezza”
Nel corso del 2007 e della prima metà del 2008, diversi esponenti politici locali e nazionali hanno usato un linguaggio discriminatorio nei confronti dei rom e dei migranti. Nello stesso periodo si sono susseguiti provvedimenti dichiaratamente a protezione della “sicurezza”, in realtà prevalentemente orientati a facilitare l’espulsione dei cittadini dell’UE e dei migranti irregolari.
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Commercio di armi e bambini soldato
Sussiste una preoccupante disomogeneità delle norme che regolano le esportazioni di armi da guerra e delle piccole armi ad uso civile.
Il commercio delle armi leggere e di piccolo calibro (fucili, pistole, munizioni ed esplosivi), le più diffuse nei conflitti in cui sono utilizzati bambini come soldati, non rientra nell’ambito della disciplina della Legge 185/1990, che contiene severe disposizioni procedurali per l’esportazione, l’importazione ed il transito di armi ad uso bellico verso paesi terzi, ma è regolamentato dalla Legge 110/1975 la quale, al contrario, non prevede limiti alle esportazioni sulla base dello standard dei diritti umani del paese importatore e del coinvolgimento del paese stesso in una guerra interna o internazionale. È quindi ammesso e possibile che l’Italia venda armi leggere a soggetti privati o a governi di paesi in cui persone con meno di 18 anni partecipano alle ostilità come parte di eserciti o di gruppi armati. Nel gennaio 2008, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha reso pubblico il Rapporto Annuale 2007, destinato all’attenzione del Consiglio di Sicurezza, in cui si conferma il reclutamento e l’utilizzo di bambini soldato in diversi paesi già segnalati nel 2006, tra cui: Burundi, Ciad, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Nepal, Filippine, Uganda e Afghanistan.
Da un’analisi dei dati disponibili si rileva che, tra il 2002 e il 2007, l’Italia ha autorizzato l’esportazione di armi leggere e di piccolo calibro verso soggetti privati o statali delle Filippine per € 7.169.863, in Afghanistan per € 3.189.346, e in Colombia per € 1.027.196, nonché verso soggetti privati o statali, nella Repubblica Democratica del Congo per € 179.582, in Nepal per € 18.321, in Uganda per € 10.088, in Burundi per € 9.017, e in Ciad per € 1.756.
Inoltre, nonostante gli elevati standard sui diritti umani contemplati dalla Legge 185/1990, non sempre le autorizzazioni all’esportazione di armi hanno effettivamente evitato che queste finissero a governi di paesi in cui i bambini vengono utilizzati come soldati. L’Italia, tra il 2002 e il 2006, ha infatti venduto armi alle forze armate delle Filippine per 1,6 milioni di euro e della Colombia per 2,3 milioni di euro.
Tutto ciò avviene in aperto e palese contrasto con gli impegni assunti a livello internazionale: in particolare, in occasione della candidatura italiana a componente del nuovo Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani per il triennio 2007-2010, il governo italiano si è impegnato a tutelare i diritti dell’infanzia, specialmente dei minori coinvolti nei conflitti armati e a settembre 2007 il ministero degli Affari esteri ha presentato uno speciale “Minori soldato una sfida ancora aperta” in cui si evidenziava il ruolo dell’Italia nel contrastare l’utilizzo dei bambini soldato.
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