Giovedì, 9 Febbraio 2012

Il cerchio e la vigna

martedì, 7 aprile 2009 | Di | Sezione: Scritti inediti

di Simone Cerlini

Guido troppo velocemente. Vedo che la bambina si attacca al bracciolo della portiera. Non diciamo niente. Non ce n’è bisogno. Ho passato da un pezzo ormai il periodo in cui dovevo sempre sollecitarla, impedire che scendesse il silenzio tra noi. Per paura che negli interstizi tra le parole si insinuasse qualche ricordo, o qualche domanda. La mamma non c’è. Semplicemente. E anche questo è un senso di colpa. Ma ormai ha nove anni e ha un suo mondo che sembra sfuggirmi. Pensa ai fatti suoi. Io penso a lei, invece, nei nostri modi cervellotici da padri. Conosco ogni centimetro di queste strade, un giorno le conoscerà anche lei. Ci tramandiamo le nostre montagne con ostinazione, come se qui ci fosse qualcosa di vitale, o come se avessimo il sospetto che senza le montagne scenderebbe tra noi e loro un silenzio assoluto, una separazione irrimediabile tra le generazioni.

Mi hanno chiesto qualche giorno fa cosa ci fosse dietro il mio lato oscuro. Gli altri vogliono fatti, narrazioni, altrimenti non capiscono. Non accettano un’irritazione improvvisa, una rigidità su minuzie apparenti, o i silenzi. Ho risposto che sono fatti miei. La verità è che non avevo niente da rispondere. Anzi mi sono inquietato perché ho sempre avuto la sensazione di essere un libro aperto, ma anche le banalità sfuggono a chi sta fuori dal tuo cerchio. Per la bambina sono invece un elemento del paesaggio, una parte del mondo, che c’è, senza bisogno di spiegazioni. Che io sia così come sono è la cosa più naturale del mondo. Soffrirebbe se cadesse questo pilastro della sua esistenza, ed io mi arrabatto per non deluderla, per essere sempre uguale a me stesso.

Arriviamo anche troppo presto al maneggio. La bambina si orienta come a casa. Va in selleria, veste i cavalli. Mi faccio aiutare. Ormai è molto più pratica di me. Ho sempre problemi a infilare il morso, e non mi fido a ficcare le dita in bocca all’animale. La guardo ammirato manipolare il cuoio e trattare i cavalli, mi sorprende sempre che usi la parola giusta, per oggetti che per me esistevano e basta, senza bisogno di un nome. Il martingala, la testiera, il sottopancia. Con la sua venuta al mondo è aumentato il vocabolario. Con naturalezza supera il mio impaccio. Mi accorgo che ho stima di lei, e che questa stima non c’entra niente con quanto le viene da me. La bambina mi aggiunge i pezzi che mi mancano.

Arrivai al piccolo albergo dell’Appennino che ero ancora bambino, con una macchina che a me sembrava immensa, e che mio padre usava per portare il materiale edile tra i cantieri. L’abitacolo aveva tre posti, ed io stavo nel mezzo. Si passava un cancello, sempre aperto, e dopo un lungo sentiero sterrato si entrava in un aia, dominata dalla casa colonica a due piani e circondata dalle piccole villette dove stavano le camere. A fianco del colonico, poco distante, stava un grande fienile, ed una stalla che un tempo doveva ospitare una decina di capi di bestiame. Oltre il colonico si stendeva una vigna immensa, che arrivava fino alla statale, a più di due chilometri di distanza, e copriva le colline come un mare verde, ordinato in filari, simmetrico. Tra la vigna e il fienile stavano cinque bersagli per il tiro con l’arco, come dei soldati abbandonati nel campo di battaglia. Al primo piano del colonico c’era la sala da pranzo, ed il nostro tavolo era giusto accanto al finestrone ad arco che copriva l’intera parete. Sembrava di stare in un immenso terrazzo, e quando si aprivano le finestre penetrava nell’albergo un pungente odore di liquame di maiale, con cui i contadini fertilizzavano i terreni. Si mescolava anche l’odore di una fossa, che stava accanto alla stalla, e che raccoglieva tutti i rifiuti organici del podere, e che veniva probabilmente utilizzata per produrre un fertilizzante ancora migliore. Ricordavo una fossa simile a casa dei nonni. La chiamavano “la massa”, ed era pericolosa per noi bambini, e proprio per questo dannatamente attraente. Rovistare tra i rifiuti era quanto di più proibito ed eccitante potesse capitare negli afosi pomeriggi dell’estate. O semplicemente mi ricostruisco il ricordo, perché fu proprio rovistando in quella fossa che trovai un reperto insieme repellente ed irresistibile, un concentrato di mistero e morte che mi segnò per sempre.

Mi accorgo che ho sempre tutelato la bambina da ogni simbolo di morte. Sono anche stato molto sospettoso nei confronti delle Chiese e delle Cattedrali, che di simboli di morte traboccano. Ed è stato così che abbiamo deciso insieme, io e lei, di non frequentare la Parrocchia. Il problema era emerso tardi, dopo il secondo anno di scuola, quando i compagni ne parlavano e lei mi chiedeva spiegazioni. Ma era l’occasione sociale a interessarla, non il messaggio spirituale. Lo spirito nei bambini è potente, non c’è bisogno di sollecitarlo. In loro convivono il fantastico, le paure e le speranze, esseri invisibili che li accompagnano ovunque, significati reconditi che non colgono appieno, e dunque il senso del mistero, dello stupore di fronte ad ogni piccolezza del mondo. Alla bambina interessa la vita. Quando la vedo prendere la scopa e pulire il maneggio dallo sterco dei cavalli provo un sottile senso di orgoglio, come se in quel gesto ci fosse la condivisione e l’accettazione della terra e della vita come essi sono. Un giorno mi ha detto che l’odore di cavallo è un profumo. Non molti sarebbero d’accordo, ma non sempre le verità sono condivise.

Nella fossa accanto alla stalla, in quella breve vacanza improvvisata con mio padre e mia madre, da bambino, trovai una mascella. Aveva i denti attaccati, e si riconosceva un’otturazione in un molare, e un dente d’oro. Quando molti anni più tardi a me e alla mia bambina servirono maialetto arrostito, in un agriturismo alla buona, fui costretto a trattenere un conato di vomito. Nel piatto, accanto ad una fetta di gluteo con tanto di coda arrostita, stava la mascella del maiale, con una succosa e saporitissima guancetta da gustare, con i dentini in una fila regolare e perfetta. La bambina si accorse del mio schifo, e lo fece suo. Siamo stati molto vicini a diventare vegetariani, anche perché amiamo gli animali, e in particolare i cavalli. Ho imparato a cavalcare in un circolo per ricchi. Mi sentivo un ospite appena sopportato, ma le lezioni le davano a chiunque. Anzi, c’erano più chiunque che soci, per via del fango, della bava, e delle pestate di zoccoli sui piedi. D’estate poi quando faceva afa i soci del circolo si mettevano in fila lungo lo stradello, in costume da bagno, e ci deridevano mentre noi passavamo grondanti e puzzolenti con stivali e guanti. E le signore bene guardavano con riprovazione il segno dell’abbronzatura nelle bambine che andava solo dal polso alla spalla e anche ci minacciavano “vi verranno le gambe storte!”. La bambina odia i cagoni. Coloro che reggono le briglie a guanti bianchi, per intenderci. Lei ama i cavalli, e il suo maneggio è un maneggio vero, dove non ci sono gli stallieri per far credere alle giovani rampolle della buona società che l’equitazione è uno sport raffinato e snob. L’equitazione è sporcarsi le mani, ramazzare le palle di merda dal cortile, lavare il morso dalla bava verde, dare un calcio ai topi nella selleria. E i pomeriggi al maneggio finiscono tra fango e sudore, fumana e terra. Le passeggiate ci lasciano i giubbotti laceri per i rovi le frustate di rami intorno ai torrenti e non c’è maneggio coperto, per cui l’inverno cavalcare è resistere al freddo, stringere i denti, farcela. Una volta la bambina accompagnata dal suo cane faceva la ragazza di fatica ad un concorso, si è seduta in tribuna, ha cacciato un urlo, ha strappato una zecca enorme dalla testa del cane, l’ha gettata a terra e l’ha spiaccicata con lo stivale. Si sono tutti girati, Pavarotti compreso, e non sono più riusciti a sollevare la testa dalla chiazza di sangue.

Era una mascella abbastanza grande, e me la misi accanto, per confrontarla alla mia. Io non avevo denti d’oro, e nessuna otturazione. Puzzava di morte. Uragano era il mio cavallo preferito, ma era già malato. Adoravo il fatto che quando tutti gli altri si spaventavano lui si piantava fermo e si grattava una zampa. Dopo qualche anno ho smesso, e ho saputo che l’avevano spedito al macello. I cavalli stavano legati nelle poste al foro boario. Adesso lì c’è la scuola della mia bambina. I più grandi lì fuori parcheggiano i motorini. Una mattina ho visto la bambina guardare assorta qualcosa nel parcheggio. Non le ho chiesto niente. Temevo che vedesse lo spettro di Uragano. Lei mi ha guardato poi a lungo, tornando verso casa, con aria di rimprovero. Certo se venisse a sapere che studia nel vecchio macello dei cavalli non me lo perdonerebbe, e si terrebbe dentro la sofferenza e il rancore.

Con in mano un osso umano, improvvisamente ebbi la sensazione che qualcuno stesse alle mie spalle. Per alcuni istanti rimasi rigido, in quel gelo ansioso e teso di quando nell’oscurità della camera da letto si sente un rumore sospetto. In quelle condizioni, in quel luogo sconosciuto, con quell’oggetto in mano, il gelo divenne terrore. Feci uno sforzo per concentrare il mio sguardo sull’osso, per fingere di studiarlo meglio, ma ormai non lo vedevo più. I miei occhi si erano messi a vagare intorno, e avevo lo spirito concentrato a esplorare l’ambiente in cerca di ogni possibile traccia e informazione. L’impressione di qualcuno alle mie spalle divenne anche vergogna. Mi sentivo brutto, grasso, sudaticcio, mal proporzionato. Mi sentivo stregato: avevo paura di voltarmi ed insieme ne avevo una voglia irresistibile. E fu allora che girai che la testa.
Quando la vidi, e fu un lasso di tempo impercettibile, tornai a guardare l’osso che tenevo in mano. Avevo paura degli esseri umani, molto più che degli animali. Gli animali li conoscevo bene. Gli esseri umani mi erano ancora del tutto sconosciuti. Mi sembravano imprevedibili, ma soprattutto perversi e sporchi, e la mia opinione era destinata ad aggravarsi.
In quel momento non potevo più vedere altro che quella figura, che mi era rimasta impressa nella retina. La macchia azzurra della sua gonna, il nero dei capelli lisci e lunghi, il pallore del viso, quel suo viso fisso su di me. Erano appena delle macchie di colore, eppure sapevo che quel momento stava cambiando per sempre la mia vita. Non so quanto tempo trascorse. Quanto tempo, in cui lei rimase ferma a guardarmi, nel sole dell’aia, dietro alla fossa, ed io immobile con un osso umano in mano e gli occhi ciechi fissi sui molari. Dopo un intervallo che sembrava lunghissimo sentii i suoi passi allontanarsi, nello scricchiolio della ghiaia. Alzai la testa, e la guardai: era una ragazza, magra e ossuta, camminava con una nervosa energia. Poteva avere un paio d’anni più di me. Si muoveva decisa e sgraziata come un monello, era già alta, e le sue gambe erano dritte e portava degli scarponcini da montagna sporchi di fango. Cominciai a camminare circospetto nella stessa direzione, ma d’un tratto, intimorito dall’idea che lei potesse accorgersi che la seguivo, e che potesse addirittura parlarmi, mi fermai. Girò dietro al fienile, e sparì. Gettai di nuovo la mascella in mezzo al cumulo di rifiuti della fossa, con un lancio lungo, con tutta la potenza del braccio. La vedevo roteare nell’aria contro al sole, in un baluginare ritmico di denti d’oro. Ero un bambino in mezzo ad un’aia vicino ad una casa colonica nell’Appennino. Non ero lo stesso di prima. E mai più lo sarei stato.

Passarono alcuni giorni, e non riuscivo a pensare ad altro che alla mascella dai denti d’oro e a quella ragazza dalla gonna blu e dai capelli lunghi e lisci, con quel suo muoversi a scatti, rapida e nervosa. Passavo le mie giornate in lunghe gite tra i monti con i miei genitori, oppure intorno al fienile, alla casa colonica, sempre sperando e temendo di incontrarla. Non avevo detto niente, a tavola, nei tragitti in macchina verso qualche paesino del crinale, o lungo le interminabili passeggiate che mi fiaccavano i pensieri. I miei genitori sembravano stare bene, e ne avevano bisogno, di quel bene, e non volevo essere causa di disagio, di inquietudini che avrebbero turbato un equilibrio fragile e ugualmente così desiderato. Finché decisi di ritrovare la mascella, per controllare che fosse una cosa reale, e non invece una mia fantasia, un mio sogno. Mi incamminai verso la fossa a passi incerti, poi sempre più in fretta, come se fossi in ritardo ad un appuntamento. Lei era là, in mezzo all’aia.
“Ti stavo aspettando”, mi disse.
“Me?”, non m’azzardavo a guardarla, solo registrai che aveva gli occhi di un verde scuro.
“Mi cercavi, eccomi qua. Se vuoi ritrovare l’osso non puoi riuscire, l’ho nascosto”
Non dissi niente. Innumerevoli altre volte sarebbe accaduta la stessa magia. Lei che indovinava il pensiero e io che ascoltavo in silenzio, con la testa bassa. Era un abisso tenebroso, che chiamava con la forza di un riconoscimento che abbiamo dentro e che stiamo bene attenti a non liberare.

In casa nostra, io e la mia bambina, la sera, dopo cena, stiamo sul divano a leggere. Sono i momenti in cui mi concedo alla mia ossessione, guardando ogni lettera dei miei libri senza riuscire a leggerla, e magari anche girando le pagine e muovendo la testa ora a sinistra, ora a destra, come a imitare le posizioni di lettura. E così mi creo un uovo di silenzio in cui la bambina non può penetrare e mi accanisco a ricordare i momenti con quella lei lontana, la ragazza dell’Appennino, che più tardi divenne una giovane e una donna. E’ necessario forzare la memoria in quei momenti, e ricreare a poco a poco la luce di quel giorno, il frinire delle cicale, la calura attenuata da una brezza che scendeva dalle montagne e faceva parlare gli alberi, per poi interrompersi all’improvviso e lasciarci nell’afa, con la maglietta che le si appiccicava al seno che stava sbocciando, e faceva intuire i capezzoli.
“Mi chiamo Alessandra”, disse.
“Arrossisci”, commentò ancora.
“E dove l’hai nascosto?”, riuscii ad articolare le parole con fatica.
“Che mestiere fa tua madre?”, mi chiese. Mi lasciò di sasso, come sarebbe accaduto così tante volte ancora.
“Non mi senti, dove l’hai nascosto?”
“T’ho domandato di tua madre”.
Quando ripenso a quell’incontro, nelle serate alla luce del faretto sopra al divano, che usiamo per leggere, appaiono frasi staccate, immagini immobili come illustrazioni improvvise, e rumori apparentemente insignificanti, come il suo strofinare gli scarponi sulla ghiaia, come se stesse schiacciando un qualcosa di vivo sotto di sé. Oppure la frase che per me rimase sempre senza ragione, ambigua e incomprensibile: “Tu ed io abbiamo qualcosa in comune, qualcosa di molto importante”. E quando quella voce e quelle parole mi sorprendono accade che lo sguardo mi si alza, mi fisso sul quadro alla parete sulla mia sinistra e posso rimanere in quella posizione per troppo tempo, forse respiro in profondità, con un sospiro lungo. E allora la bambina solleva la testa dal suo libro, me ne accorgo con la coda dell’occhio, ma non posso fare nulla, lei aspetta, la sento che mi osserva, che dipana i fili delle sue ricostruzioni, fino a che mi chiede: “Cosa c’è, papà?”.

“La tua mamma e la mia mamma fanno le puttane”

La signora che cucina e ci serve ai tavoli a cena e a colazione ha sempre una parola per me, mi manda baci con una bocca grandissima e rossa, e ha un seno enorme, e sotto alla gonna si intravvedono morbide cosce bianche, mentre scivola veloce tra i tavoli, facendo sollevare il grembiule con un gesto a mezzo tra il frivolo e il pratico, per camminare più velocemente. Oppure si china su un tavolo a preparare i piatti di affettati e formaggi. Poi sembra scomparire nel nulla nei lunghi pomeriggi caldi, quando mio padre decide che è giunto il giorno per riposare e insieme a mia madre si permettono lunghe dormite.

“Ho detto che la tua mamma e la mia mamma fanno le puttane”

Vedo la signora nell’aia. Appende un gallo per le zampe. Le lega strette. Prende un secchio e lo mette sotto all’animale. Prende una forbice. Incide il collo. Il sangue inizia a sgorgare. Il gallo rimane tranquillo, come in attesa. Oscilla, legato alla corda, e il sangue imbratta il terreno, con spruzzi. Poi allarga le ali, piano. E vibra, come una lastra di metallo, vibra, sempre più forte, si dibatte, pare urlare nel suono delle ali che sbattono, è un fremere violento, un pulsare aritmico, un lampeggiare, un tuono.

“Non mi guardare così, sembri tutto matto. Hai voglia?”

Mi prende la mano, e cammina svelta. Giriamo intorno al fienile. Nel retro si apre una porta di legno, che mette in uno stabbio pieno di conigliere. Sento il tamburellare delle loro zampe nelle gabbie. Sento il fremere della vita costretta, e ho la sensazione che ogni stia possa esplodere in una nuvola di pelo. Il recinto è addossato alla parete del fienile. Si apre una finestra grande quanto un uomo a qualche metro di altezza. Ci sono degli anelli di ferro incassati al muro. Alessandra si arrampica per prima. Io la seguo muto, nell’aria carica di odore di fieno, di calore. Mi sento il pelo dei conigli nella gola. Sono soffocato da un piccolo coniglio che mi abita la trachea. Lassù si alzano palazzi di balle di fieno. Lei mi incantona contro al muro. Con le sue mani, enormi, mi alza il braccio sopra alla testa. Mi immobilizza in quella posizione e mi guarda fisso, bloccandomi le mani con una sola delle sue. Ho gli occhi spalancati. Attendo che accada qualcosa. Che finalmente mi metta nel mezzo della vita. Con l’altra armeggia con i miei pantaloni, mi slaccia la cintura, e inizia a toccarmi là sotto, e scende oltre i testicoli, li stringe, poi con il medio ripercorre la mia pelle e arriva all’ano e poi ritorna su e continua.

“Fammelo tu, uguale”.

Lo facemmo un mucchio di volte. Con lei non si sapeva mai. Ci davamo convegno in posti assurdi. Nel pollaio, nella porcilaia, dentro ad una vasca di raccolta dell’acqua piovana, sopra al fico appoggiato ad una delle casette per gli ospiti. Tutto era imprevisto, niente si poteva spiegare: i suoi momenti scherzosi, le sue furie, i giorni in cui stava con me per ore senza aprire bocca, poi se ne andava. Le sue lunghe sparizioni, per cui per giorni interni non la si vedeva, né si sapeva nulla di lei, e non avevo il coraggio di chiedere niente alla signora. Tutto era frenetico, come gli scoppi di un temporale. E a volte sembrava calmarsi, e stavamo lunghi pomeriggio stesi nell’erba fresca, vicino alle vigne, come se io fossi una medicina capace di lenire un suo tormento. Oppure come se io fossi per lei il rifugio dove perdersi con un sorriso, dove riposarsi, prima di ritornare al suo mondo cupo e selvaggio dove abitava.

“Cosa c’è papà?”, mi chiede la bambina, nel cono di luce del faretto, sulla poltrona. Tiene un libro in mano. Un grosso libro fantasy di draghi, aperto, con l’indice appoggiato in un punto preciso alla pagina, per non perdere la strada nel suo viaggio. E mentre si addentra nel mondo di guerrieri, cavalli e maghi, so che la sua attenzione mi segue, mantiene un continuo contatto alla periferia del campo visivo. La bambina detesta quando mi allontano, vorrebbe sempre un legame, essere certa della mia presenza nel suo cerchio. A volte, quando lavoro in casa, e lei fa i compiti in camera, sento la sua voce.
“Papà?”
“Sì amore”
“Tutto bene?”

Oppure la vedo apparire sulla porta. Sta ferma e mi guarda. La sento quando c’è, allora alzo lo sguardo dai miei fogli e le rivolgo una frase qualsiasi: “Cosa c’è tesoro? Vuoi fare merenda?”. Lei mi risponde sempre allo stesso modo: “No, volevo vedere se c’eri ancora”.

“Cosa c’è papà?”. A volte penso che esista uno strano ribaltamento tra noi e i nostri bambini. Sono loro che si prendono cura di noi. Al maneggio è lei che mi accompagna. Mi porta con sé come un peso necessario. Mi ruba di mano la testiera, allarga la mandibola del cavallo e ci ficca dentro il morso, senza neanche guardarmi. Poi mentre stringe le cinghie del sottopancia della sua cavalla, attenta a infilare l’ardiglione nel modo giusto nella fibbia, mi dice: “Hai messo il sottosella a rovescio”, poi alza lo sguardo, e di sbieco mi sorride, o mi fa un occhiolino. Io mi sento al sicuro con lei vicino. Le chiedo conferme con gli sguardi, e lei mi fa smorfie che significano “perfetto”, “c’è qualcosa che non va”, oppure “può andare anche così”. Montiamo sull’arcione, insieme. Io mi sento un po’ goffo, spero che non mi guardino mentre mi arrampico aggrappato alla criniera. Ma quando sono in sella, nel pelo della mia vaquero del Cile, mi sento a casa, mi sento a posto, come se nulla di male potesse più accadermi. La bambina sta accorciando le staffe, che aveva allungato al massimo per salire con più agio. Io me le sento appena corte, ma le preferisco così, poi sarebbe troppo macchinoso mettermi a brigare con le cinghie. Lei mi guarda con aria di rimprovero, e temo si vergogni di me. Le faccio cenno che va tutto bene, che le staffe corte me le sento bene. Scendiamo nel bosco e iniziamo ad arrampicarci nella montagna. Siamo un esercito di dodici cavalli e dodici cavalieri. Ma io e la bambina siamo due, lei mi tiene vicino, sono nel suo cerchio, e mi piace starci dentro.

“E’ qui”, mi disse Alessandra.
Si sentiva il profumo intenso del fieno e dei fichi. La porta di legno era nascosta dietro ad un’alta pila di balle di fieno. Era piena di buchi e si muoveva con difficoltà, cigolando. La aprì quel tanto che ci bastava per entrare e la richiuse con attenzione. Dentro la stanza l’oscurità ci avvolgeva lentamente, mentre alle nostre spalle la luce fioca del fienile si eclissava nelle fessure del legno. Udimmo lo scalpiccio dei topi che fuggivano terrorizzati sui travoni del tetto.
“Mettimi le mani sui fianchi e seguimi”, avanzammo come due ciechi, io chiusi gli occhi e percepii l’odore pungente del suo sudore, un odore che avevo imparato a riconoscere. Le sue anche erano dure sotto alle mie mani, sentivo la tessitura dei jeans e la cintura di pelle. Arrivammo ad una parete di legno, che doveva chiudere un’antica apertura e lei prese ad arrampicarsi con sicurezza, aggrappandosi a grossi ferri ficcati nel muro, per arrivare ad un taglio che stava a un due metri d’altezza sopra di me.
“Tu guarda dalla fessura che sta attaccata al pavimento, fa in fretta, arrivano”.
Il legno lasciava trapelare una striscia lunga di luce che mi illuminava le scarpe da ginnastica, in un tappeto di polvere. Mi rannicchiai e avvicinai gli occhi. Aspettai qualche secondo che gli occhi si abituassero alla luce, poi riuscii a distinguere. Oltre la parete di legno stava una grande stanza del fienile, noi eravamo a tre metri d’altezza. Il fienile era pieno di rotoballe gigantesche sovrapposte una all’altra a formare delle colonne altissime, che ci superavano e ci sovrastavano. E proprio sotto di noi stava un materasso, sopra una coperta blu e rossa, sopra un gruppo di rotoballe, così che da basso era impossibile vederlo. Sentimmo delle voci strozzate, dei sussurri, e vedemmo un uomo arrampicarvisi. Aveva un gilet verdone e una camicia. Portava un cappello e lo lanciò sul fieno. Si chinò sempre pronunciando frasi sottovoce, ed aiutò qualcuno che stava sotto. La signora si issò non senza sforzo, e quando fu in cima si lasciò andare ad una risata sonora. Parlottavano in modo incomprensibile. Vedevo la nuca di lei a pochi centimetri da me, aveva i capelli raccolti e le vedevo il collo ed una sottile peluria che scendeva a punta fino alle prime vertebre e vedevo il suo seno bianco sotto alla camicetta azzurra. In un istante incrociai il suo sguardo ed ebbi la certezza che mi avesse visto. Ero troppo vicino. Ma rimasi immobile, era fermo il mio corpo, il mio respiro, le mie palpebre. L’uomo si appoggiò al materasso, si tolse il gilet, la camicia e i pantaloni, appoggiandosi alla schiena, vidi la cintura sventolarmi davanti. Lei gi girò, disse qualcosa, sembrava scocciata, prese ad accarezzargli il petto, lo baciò e gli fu sopra. Iniziarono a dimenarsi e il coso di lui, lo vidi chiaramente, alto e teso, rosso e vibrante. Provai vergogna. Per me, e per Alessandra, anche, che spiava sua madre. La signora si alzò in piedi sulla rotoballa, le vedevo le gambe. Si sfilò i jeans. Le mutandine. Vidi la sua pelle con le lunghe striature verdi irregolari delle vene.

Quando se ne andarono, ero ancora immobile, sudato ed eccitato. Sentii il respiro di Alessandra alle miei spalle, percepii il suo corpo che si stendeva accanto al mio, senza sfiorarmi.

“Adesso tocca a te”.

Percepisco una fitta alle reni, appena sopra alla sella. Ho male all’inguine, per la posizione imperfetta delle gambe. Le frasche mi frustano senza tregua, e ormai le lascio fare, indolente, pensando che la smetteranno di graffiarmi il volto e le spalle. Non tento più neppure scansarle, perché chinandomi sento queste pugnalate appena dietro al fianco, e preferisco degli schiaffi innocui di foglie appena umide piuttosto che quel dolore lancinante che mi coglie come un tradimento. Il trotto continuo di dodici cavalli è un tamburellare ritmico, sulla terra battuta del bosco, e in alto il sole sfrigola tra gli alberi minacciando una calura che qua sotto non ci coglie. Guardo la bambina. E’ attenta all’assetto, è perfetta, con le spalle dritte, i talloni bassi. Ondeggia seguendo l’ancheggiare del cavallo. Le sue spalle assomigliano alle mie. Mi scopro a guardarla con un risentimento nuovo, una rabbia che provo per i miei propri difetti e che mi fa pensare: “Smettila di mordicchiarti le pellicine delle unghie”. Mi sembra di percepire io stesso l’odore di cuoio e di cavallo della sua mano, che tiene vicino al volto, in pasto al suo nervosismo vorace. So che anche lei sente queste lame nei fianchi, lo percepisco da minuscole smorfie quando piega a sinistra, smorfie che sono le mie stesse, come in uno specchio. Sono otto ore che cavalchiamo senza sosta. Ne mancano quattro al rifugio e forse una all’antico colonico, al fienile, alla vigna senza fine arrampicata sul costone della montagna. Non so bene cosa farò, cosa dirò, se dirò o farò qualcosa. Intanto le sorrido, per darle coraggio in questa fatica, e per confermarle che ce la faccio, che va tutto bene, che dentro al nostro cerchio non ci sono rischi per noi due.

Nella porcilaia, sotto ad un tetto altissimo in cui nidificavano le rondini, stava un mobiletto pensile pieno di attrezzi e boccette. Alessandra frugò a lungo facendo emergere garze e cotone, poi estrasse un tubetto da cui tolse due pillole rosse. Mi prese per mano fino ad un campo di erba tagliata da poco, sotto ad una fila di amarene. Si sedette all’ombra di un albero, battendo la palma della mano sinistra vicina a sé. Mentre sedevo, lei, senz’acqua, inghiottiva le due pillole.
“Devo riposare un momento, tu non te ne andare”. Si stese e cominciò a respirare profondamente, e dopo poco fu addormentata. Si era tolta i sandali e si allungava tutta, appoggiando la testa vicina al mio fianco. Vedevo la sua bocca semiaperta, grande e sdegnosa. I capelli lunghi e nerissimi le coprivano il volto angoloso. Le posai una mano sulla spalla, e lei si accoccolò accanto a me, in posizione fetale. Non l’avrei mai conosciuta del tutto, e in quel momento mi divenne chiaro, come in una dolorosa rivelazione. Ma era lì, con me, ed era mia, come non lo era mai stata nessuna bambina o ragazza prima di allora. La accarezzavo sentendo un vibrare che non avrei mai ritrovato, mai più. Passò un tempo infinito, scandito ad ogni mezz’ora dai lontani rintocchi della chiesa nella valle.
Lei si svegliò all’improvviso. “Sono le cinque, hai sentito?”, mi disse guardandomi dritta, perfettamente lucida. Si infilò svelta i sandali e mi prese la maglia all’altezza del petto. Mi guardò come a valutarmi qualcosa dentro. Ci fermammo in quella posizione un tempo eccessivo. Mi sentivo in imbarazzo, ma come altre volte non avevo il coraggio di fiatare. Mi alzò di peso e senza dire una parola si incamminò rapida verso il colonico. La seguii. Entrammo dalle cucine e subito salimmo le scale che portavano ai piani. Continuammo a salire ancora, e oltre il primo piano le scale divennero strette e sporche, di cotto rosso, poi di mattoni all’ultima rampa. Oltre una porta di legno grezzo, stava una torretta luminosa, su cui si apriva la piccionaia, una gelosia con piccoli fori imbrattati dal guano. Appoggiato ad un angolo della torre stava un arco. Era un oggetto magico e metallico, con diverse aperture nel corpo, da cui si dipartiva uno strano mirino. Alessandra guardò dai buchi. Oltre la gelosia si apriva immensa la vigna, e si vedeva il versante tutto della montagna, e alla sinistra la valle e il fiume che la tagliava fino a scendere nel bacino di raccolta molti chilometri più in basso.
“Guarda”, mi disse.
Mi avvicinai a lei e cercai di mettere a fuoco l’oggetto delle sue attenzioni. Nella vigna vedevo muoversi un fagiano, un maschio tronfio che ogni minuto gorgheggiava un qualche suo misterioso richiamo.
“Lo vedi?”
Non sapevo esattamente cosa, ma sussurrai “Sì”, senza pensare. Poi capii.
Un uomo stava avanzando lentamente. Veniva dalla statale, senza dubbio, e stava attraversando la vigna, muovendosi circospetto. Andava verso il fienile, evitando lo stradello sterrato. Aveva una camicia ed un gilet verdone. Portava un cappello marrone e lo riconobbi con certezza. Chissà quante volte quell’uomo aveva percorso il medesimo tragitto, per quanti incontri nascosti, che lui pensava sicuri in un innominabile segreto. Avrebbe potuto sbucare accanto al fienile dalla vigna senza essere visto, ma da quassù niente poteva sfuggirci.
Alessandra prese l’arco. Preparò una freccia. La vidi tendere la corda, i nervi e i muscoli del braccio. Vidi una ciocca di capelli che le copriva gli occhi e mi venne l’impulso di spostargliela. Non la sapevo capace di usare quell’arma. Ma la pensavo capace di uccidere un uomo. Infilò la punta in uno dei buchi. La freccia avrebbe descritto una parabola nel cielo per tuffarsi nel mare verde della vigna. La sentii strofinare gli scarponi sul pavimento, come se stesse schiacciando un qualcosa di vivo sotto di sé. Vidi leggermente vibrare la mano che teneva tesa la corda. Poi scoccò il colpo.

Arriviamo alla radura, sbucando dal bosco. Il piccolo esercito di dodici cavalli e dodici cavalieri si disperde intorno alle case abbandonate. Il fienile è crollato, lasciando un alta parete e qualche trave del tetto. Il colonico mantiene alta la torre con la piccionaia, ma attraverso le ante marce delle finestre si intravvede la luce del sole. La vigna è ormai infestata da erbacce, e dai faggi. E’ rimasto un grande ciliegio. Ci sono tracce di cavallo ovunque nel prato.

“Questo posto, amore, è dove ho conosciuto tua madre”.

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  1. C’è cosi tanto di te,della tua vita..di cose dette e altre percepite nello starti accanto…Ogni cosa che dici rivela verità che nessuno direbbe sue per vergogna, paura di se stesso o semplicemnte perchè così bravo a mentire agli altri da farlo anche con se stesso senza rendersene conto. Una verità continua, pungente a volte, ma così vera e pronda da lasciare il segno.
    Grazie

  2. ciao.
    conservo ancora il tuo racconto… e anche il ricordo di te.

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