Quando l’autore esce allo scoperto
domenica, 26 aprile 2009 | Di Manuel | Sezione: Profilidi Manuel Semprini
Io sogno un mondo nel quale gli scrittori saranno obbligati per legge a mantenere segreta la loro identità e a usare pseudonimi. Tre vantaggi: limitazione radicale della grafomania, diminuzione dell’aggressività nella vita letteraria, scomparsa dell’interpretazione biografica di un’opera.
(Milan Kundera, L’arte del romanzo)
Interrogando il dizionario di italiano online fornito da Hoepli, si legge che autopresentazione è l’«azione del presentarsi da sé a qualcuno, dichiarando il proprio nome, i titoli ecc.». Naturalmente, la voce di un dizionario non fa alcun accenno al modo in cui si dovrebbe mettere in pratica questa azione. Eppure, nell’epoca di Facebook e della Blogosfera, l’autopresentazione è sempre più richiesta, l’anonimato è bandito.
Anche quando si cerca lavoro o si desidera cambiarlo, si deve comunicare un’immagine di sé attraverso un curriculum vitae, magari sorretto da una presentazione più discorsiva e avvincente di un semplice elenco di talenti o titoli acquisiti. Infatti, la lettera d’accompagnamento è in qualche modo ciò che giustifica e dà ragione del curriculum: la prima cosa che leggerà il selezionatore e che dovrà quindi colpirlo positivamente accattivandosi il suo interesse.
Volendo, si può giocare anche la carta del videocurriculum, nato nei paesi anglosassoni e da qualche anno diffuso anche in Italia da diversi siti, fra i quali si segnala Videocurriculum.tv: «Il primo concorso in Italia di curriculum in video con l’obiettivo di mettere in luce il talento creativo e professionale di chi vuole cercare un lavoro attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie».
Presentarsi agli altri è richiesto pure nell’ambito artistico e letterario. Tanti scrittori, poeti e artisti esordienti o sconosciuti inviano alla nostra redazione i loro scritti, componimenti e dipinti, accompagnandoli spesso da una breve presentazione. In questo caso, sono i contenuti ad avere la precedenza rispetto alle biografie.
La forma scelta, grosso modo, è quella costituita dal susseguirsi di nome, anno di nascita (a volte il luogo), professione (se si ha o si ha ancora), interessi e, soprattutto, aspirazioni o conquiste. Forse perché inediti gli autori si presentano con umiltà ed estrema sintesi: come a voler dare solo qualche notizia giusto per soddisfare l’eventuale curiosità nata nei loro confronti.
Encomiabile, perché l’autore non deve comparire, se vuole che si legga e si commenti la sua opera e non la sua vita. Come afferma Milan Kundera: «L’elemento distintivo del romanziere vero: non ama parlare di sé» [Milan Kundera, L'arte del romanzo, Adelphi, Milano, 1988, p. 204]. Che Proust fosse omosessuale influenza in qualche modo la lettura della Recherche? Eppure, non solo un cospicuo numero di biografi, saggisti e giornalisti ama scavare nella vita degli scrittori, ma anche tanti artisti (non più ahimè esordienti o sconosciuti) godono nel fornire al loro pubblico notizie di prima mano sul loro passato. In effetti, nell’autopresentazione ci può stare una nota di autocompiacimento. Una tentazione veniale che spesso si traduce in una sorta di mitizzazione di alcuni episodi della propria infanzia o giovinezza.
Alcuni esempi chiarificatori (e sinceramente imbarazzanti) presi da Internet:
Ho iniziato a scrivere poesie a 8 anni. Non mi sono ancora fermato. [...] Mi ricordo che ero ammalato a letto: gli orecchioni. Era inverno, venne il primo verso: “Ecco arriva l’inverno/ i bambini accendono il termo”. Grande.
(Davide Rondoni, poeta forlivese)
In prima elementare non avevo colto in modo preciso il senso delle mie mattine… non mi ricordo molto di quel periodo, più che altro la sensazione di avere molte cose su cui riflettere, e che quelle ore, fossero in un certo senso, il tempo per pensare, fuori dal gioco, fuori da casa, fuori dal mondo… Ma non era un isolamento completo, i gesti li accordavo perfettamente a tutti gli altri, insomma bluffavo… Sapevo che se aprivano un certo libro, io dovevo aprire lo stesso libro, la pagina però, ritenevo che fosse a mia discrezione… mi accorgevo che stavano leggendo un’altra cosa, ma non so come, mi ero convinta di far bene leggendo tutti i giorni la stessa pagina, una che avevo trovato io, e che credevo fosse l’unica che sapevo leggere, ironia del destino… era una poesia. Mia madre ogni tanto, ricorda come si stupirono tutti, quando a giugno scoprirono che sulla mia bandierina da scrivere per la festa finale, avevo scritto una specie di distico in rima… Forse si sarebbero stupiti meno, se si fossero accorti che il mio problema non era, come temevano, una forma di dislessia, ma una sorta di maniacalità, graziata dal fatto di poter diventare un bene. C’era tanto da stupirsi se dal mio sguardo, che per nove mesi era scorso su e giù per la poesia del ragnetto senza ago e senza filo, alla fine erano venute fuori due cose… il saper fare una rima, e il sapere a memoria quella poesia?
(Isabella Leardini, poetessa riminese)
Fin dall’infanzia, senza rendermene conto, avevo facilità di scrittura senza aver avuto un ambiente che a questa inclinazione avesse dato sviluppo. Infatti le mie letture, considerate un ozio, volavano sempre insieme ai libri fuori dalla finestra.
Durante il tempo che a scuola ci davano per consegnare il tema, io, oltre a scrivere il compito, ne costruivo altri due per le compagne. I giochi erano le letture (le mie beatitudini) e la messa in scena dei miei scritti (in famiglia ho fatto recitare tutti). Organizzavo le feste a patto che i partecipanti facessero una performance.
(Liliana Ugolini, poetessa fiorentina)
Esiste, per fortuna, un’arma abbastanza efficace per non scivolare in considerazioni troppo ego-centrate: l’ironia (e, nel caso specifico, l’autoironia). Occorre tenere sempre presente che ciò che si va a presentare non è l’individuo (a meno che non si voglia incorrere in intime elucubrazioni sul proprio io e sulla propria autoreferenziata creatività), ma la persona, cioè l’aspetto sociale, la “maschera” indossata per gli altri e per gli altri rappresentata. Tanto vale inventarsene una simpatica che celi la vanità dell’operazione.
Un esempio illuminante è quello offerto dallo scrittore e trombettista eclettico Boris Vian:
Sono nato, casualmente, il dieci marzo 1920 sulla porta di una clinica ostetrica che era chiusa per uno sciopero contro il calo delle nascite. Mia madre era rimasta incinta non ricordo se per via delle opere o proprio per opera di Paul Claudel (da quel tempo non lo reggo e non lo leggo), comunque la mamma era al tredicesimo mese e non poteva certo aspettare il concordato. Un prete, un sant’uomo che passava di lì, mi raccolse e immediatamente mi riposò: in effetti pesavo un casino!! (è da allora che soffro della mia ben nota aspersoriofobia). [...]
Nel 1938 cominciai a studiare la trombetta a rosolio e immediatamente raggiunsi il livello di Armstrong, la mollai subito per non privare il poveretto della pagnotta: a causa dei soliti pregiudizi razziali ero avvantaggiato, la mia pigmentazione verde offriva un effetto piacevole.
Poi, tutt’a un tratto, la mia fisionomia prese a trasformarsi e mi misi ad assomigliare a Boris Vian, da ciò il mio nome.
Insomma, se nel mondo del lavoro presentarsi agli altri è importante per creare una prima valutazione positiva della propria persona, nel mondo artistico è più efficace far parlare le opere e lasciare il proprio ego (già alquanto provato dall’essere più o meno alla ribalta) in disparte a guardare, a meno che non si resista alla voglia di uscire allo scoperto e fare un autoritratto ironico e leggero. In questo caso, siate brevi e misteriosi: la gente ama interrogarsi e discutere sugli aforismi indovinati.
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