Ondata migratoria
mercoledì, 29 aprile 2009 | Di Manuel | Sezione: Scritti ineditidi Nicoletta De Boni
Nicoletta De Boni è nata in Italia 36 anni fa, a Feltre, in provincia di Belluno, ma vive da quasi una decina d’anni a Barcellona. Lavora come insegnante d’italiano per stranieri, traduttrice, lettrice e consulente editoriale.
Ondata migratoria
Dicono che sarà un’estate lunga e molto calda
e dicono che finirà all’inizio dell’autunno.
Che sara un’estate molto bella, così dicono.
Che il turista andrà al mare o in montagna
che la montagna sarà verde e alta
e il mare calmo e grande.
Prima di partire io vi ho visti in mezzo al mare.
Il mare era effettivamente calmo
e ancora non era estate.
Eravate già in molti in mezzo al mare.
Dicevano: sono tonni.
Dicevano: hanno catturato molti tonni
e il turista mangerà del buon tonno
nelle sere d’estate.
Dopo esser partita io vi ho visti in riva al mare.
Il mare era effettivamente calmo
e era già piena estate.
Eravate già in troppi in riva al mare.
Dicevano: sono uomini.
Dicevano: hanno catturato molti uomini
e il turista mangerà del buon uomo
in queste sere d’estate.
Al turista che vi ha assaggiati
non siete piaciuti un granché. Così dicono.
Ma dentro il suo piatto vi ha fotografati specialità della casa.
Fa freddo.
Dove siete?
Vi hanno detto che quando l’estate finisce
il mare è in burrasca
e a casa nostra mangiamo del buon uomo surgelato?
La verità è così banale in tutte le stagioni a casa nostra
che non basta a distinguere una cosa com’è
da una cosa come pensiamo sia.
Così quotidiana questa nostra verità
che non basta a capire cos’è un uomo
e cosa un tonno.
Istruzioni di gioco
Come a cercare la lacrima
che perdesti attraversando il fiume
distilli ad uno ad uno i gesti
setacci i nomi e vieni
questa sera a parlarmi.
Apri il sacco della vita
con cura disponi parole
ne scopri alcune poi mescoli
e scegli regole e allegrie
di un nuovo gioco.
Come a cercare un sorriso
tra graffi di pietre spoglie di volti
vado rasente ai muri e provo
a infilarmi negli angoli.
Con precisione traccio le linee
che conducono a antiche fidate fessure.
Tiri di dadi truccati.
Come insetti impauriti e curiosi
se ne andranno i nostri corpi. Passerà ogni voce
da quelle strette e nascoste vie.
Carezza
Era una farfalla quella che è passata a sfiorarmi la nuca?
O sono già così grandi le ali del mio angelo?
Così lunga la coda del mio diavolo?
Fu un capriccio quella notte.
Di uno dei mille fantasmi che appaiono
appena spengo la luce.
Incontro notturno
Da anni di noi sapevamo solo chi fossimo.
Poi una notte ci incontrammo.
Guardavamo negli occhi il vento
mentre aspettavamo il ritorno degli ospiti.
Confessammo di avere paura e piantammo i piedi a terra
per non volare via.
Sottovoce ti dissi non temere.
Dammi la mano
il vento pulisce e ci restituisce.
L’indomani il cielo era terso
e i nostri ospiti dormivano ancora.
Degli alberi rimanevano radici.
Ora che bene ti conosco
sono in una nuova città senza piante né fessure
con porte blindate e doppie finestre.
Buoni ospedali psichiatrici.
Ad ogni angolo che svolto
misuro la forza delle correnti
e sul taccuino annoto.
Stringo un corrimano
ho zavorre alle caviglie
nel sottosopra dell’esistenza.
Spaesamento
Dormono tutti o non ci sono più.
È così bello andare su questa strada che porta la terra in laguna.
Non avere paura.
Se qualcuno ha creato una oscura linea e perfetta
e vera
che basta a due persone e un animale.
Non avrà fine questa sottile vitale vena
e un’audace lepre che ora l’attraversa,
se non nel dolce luogo dove fra un po’ giungeremo.
Nell’acqua quieta cercheremo
di un’ignota esistenza il moto
decifreremo intarsi di voce di upupe e kakapi.
Oltre questa laguna ci sarà una via
retta e poi ancora laguna
e pace. Di uccelli notturni un canto nuovo.
Su altre acque
le braccia forti del sonno.
E sempre pace tutt’attorno.
È così bella l’immagine di un ritorno che è niente
e nessuno a dire che ci fu giorno in cui partimmo
e poi curve dove soli guidammo le vite che passavano.
Così bella questa lunga via
e il suo ricordo se la verità è
amore del mondo dentro il cerchio di una esistenza.
Non c’è bisogno che tu dica
Se non è questione di parole
né questione di azioni.
Se non è questione solo di quelle o queste
e è dunque un silenzio
o un invisibile movimento
che conduce l’esistenza e la risolve
e è dunque su una linea densa di umanità e assenza
che la persona
si siede e cammina
senza patria sotto i piedi
che la persona osserva
dice e ascolta
senza voce, né pensiero
ovunque animali su quella linea
tutti ugualmente animali
e nessuno specchio a mostrare
quale tristezza o gioia hai sul volto
a segnalare i sensi unici
sulla via del giusto e dell’ingiusto.
Se la questione è questa allora il paradiso esiste.
E l’inferno no.
Ha una porta d’ingresso e persino un gentile custode
che in premio ci dona lente d’ingrandimento
pare anche un microscopio
per poter sapere cos’è una vita
e quale la sua più umana lingua.
Esercizio di postura
Se riuscissimo a sapere chi è il nemico
dentro di noi a noi stessi
se riuscissimo a vedere quanto è grande
a quale organo s’aggrappa.
Se riuscissimo a scendere giù
con una mano a prenderlo.
E tirarlo per i capelli fino alla gola
sputarlo incatenarlo riconoscerlo altro
da noi.
Un polso non bacerebbe l’altro
tra queste ginocchia braccia tese pupille verso l’alto
a questa schiena curva non peserebbe testa né collo
non avremmo bisogno di buoni esercizi di postura
per distogliere lo sguardo
dal ghirigori della maiolica in basso.
Poco ci importerebbe
del cielo e della terra
sopra o sotto.
Guarderemmo avanti e con le spalle ben aperte
parleremmo come un buon oratore
che ama ugualmente se stesso e tutto il suo pubblico.
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