Venerdì, 10 Febbraio 2012

L’eterno dualismo in politica: ora la sinistra cerca il suo Coppi

domenica, 3 maggio 2009 | Di | Sezione: Profili

di Curzio Maltese

Fonte: Venerdì di Repubblica, n. 1102, 01/05/2009, p. 15

Coppi, Bartali e un Giro d’Italia da vincere. È stato questo lo schema di sessant’anni di campagne elettorali. Con tutti i suoi arzigogoli, partitoni e partitini, formule algebriche, prime e seconde repubbliche, la vita politica italiana è in realtà sempre stata bipolare. Dove i due poli non poggiavano solo o tanto sulle ideologie, ma sulle personalità di duellanti che rappresentavano ciascuno una visione del Paese, in genere inconciliabile con l’altra. Col passar del tempo anzi le ideologie sfumavano, ma l’inconciliabilità dei caratteri dei leader aumentava in misura inversamente proporzionale. C’erano in principio le due Italie di Alcide De Gasperi e di Palmiro Togliatti. La chiesa bianca e la chiesa rossa, l’Occidente e l’impero sovietico, il capitalismo e il comunismo, la Chiesa e i cosacchi. Sono gli anni duri di una guerra fredda combattuta dentro il nostro Paese più che in qualsiasi altra nazione dell’Occidente. Eppure il rapporto fra i due leader era temperato nei fatti dalla stima reciproca, dalla comune matrice antifascista, dalla concezione stessa della politica come passione assoluta.
Gli anni Sessanta e Settanta cominciamo a mettere in crisi le forti identità culturali e politiche, il cattolicesimo sociale come il comunismo. L’abisso ideologico si riduce, ma in compenso aumenta una distanza emotiva e culturale fra le due Italie, passate a identificarsi nei due ex pupilli di De Gasperi e Togliatti, ovvero Giulio Andreotti ed Enrico Berlinguer. Collaborano negli anni di piombo contro il terrorismo, danno perfino vita al governo di unità nazionale, naufragato dopo la tragedia di Aldo Moro. Ma non hanno un tratto umano in comune. Il cinismo irridente di Andreotti e il pensoso moralismo di Berlinguer riflettono un Paese dove le divisioni ormai non passano più per il confine della politica ma, si direbbe, per quello dell’antropologia. L’apoteosi del fenomeno è il duello di quindici anni che ha segnato la Seconda repubblica, quello fra Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Le differenze ideologiche qui sono ridotte, almeno in teoria, a dettagli. Entrambi cattolicissimi, magari uno più a parole, con un passato democristiano e decisamente anticomunista. A dispetto di ciò, antitetici. Ugualmente popolari, capaci di rivolgersi al loro pezzo di Paese con due tecniche opposte ma altrettanto efficaci, Prodi e Berlusconi hanno sempre dato il meglio nella tensione agonistica della campagna elettorale, trasformata in una perfetta metafora del Giro d’Italia. Oggi ne è rimasto uno solo. Non era mai successo nella storia italiana, se non lungo il ventennio. Mezza Italia è alla ricerca del suo Coppi. Nell’identikit dovrebbe essere ancora più alternativo a Berlusconi di quanto lo sia stato Prodi, e all’orizzonte non se ne vedono.

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