Venerdì, 3 Settembre 2010

Il convegno dei tre

sabato, 9 maggio 2009 | Di Manuel | Sezione: Quadri e soqquadri

di Donato Piegari

SOCRATE

Sospeso a mezz’aria vi osservo. Dietro di me un mondo di meccanicità ancora opprime. Davanti una luce bianca, accecante, mi atterrisce. Giù dabbasso la scena è disperante. Il grigio, con le sue sfumature, è l’unica tonalità. Giù tutto rinsecchisce. Sospeso a mezz’aria vi osservo. Il vento mi accarezza, mi colpisce, mi avvolge. Tutto vibra, eppure tutto è sospeso. Sospeso il mondo, sospeso io stesso. Anche il mio corpo, libero dalle gabbie dello spaziotempo, è sospeso. Così i sensi si destano. Sento l’aria, la respiro, la posso sentire. Sento la brezza che mi sfiora. La trasformo e divento brezza io stesso. Sospeso a mezz’aria vi osservo. Ma che ne è di voi? Dov’è la vostra scienza? Dove sono i vostri congegni? Dove sono i libri? Dov’è la vostra civiltà? Vi osservo, ma vedo tanta polvere grigia. Sulla polvere, poi, una moltitudine di linee s’intreccia. Sotto di me si disegna un reticolato sconfinato. Un groviglio infinito affiora dalla sabbia e dalla polvere. È così opprimente e vi paralizza. Vi osservo e finalmente vi vedo per ciò che davvero siete. Vi osservo e ciò che vedo è agghiacciante. Voi e la vostra civiltà siete solo polvere oppressa da un reticolo afono di dura roccia. Riprendo il volo, allora, e a forte velocità. Ciò che vedo, giù in basso, è troppo doloroso per i miei poveri occhi. Respiro a fatica. Il vento irrompe attraverso la pelle. Posso sentire gli atomi di aria entrare nel mio corpo. Sento il sangue circolare nelle vene. Fiumi e ruscelli attraversano le mie membra. Mi libro in volo. Ora m’innalzo, poi ridiscendo. Viro e infine plano. Davanti a me la luce bianca si avvicina. Un eccitante turbamento mi assale. Una densa inquietudine si affaccia alla coscienza vigile. Che succederà al di là del bagliore? Con fermezza procedo e con slancio volo attraverso la bianca luce. Con meraviglia mi ritrovo immerso in una miriade di colori. Luci e forme dalle mille tonalità mi si parano davanti agli occhi. Ne sono avvolto e permeato. Sento di avere perduto il mondo. L’attenzione, tuttavia, è lucida e ho il pieno controllo dei movimenti. In assoluta tranquillità, volo con destrezza, pur in assenza di punti di riferimento. Niente spazio, niente tempo: il vostro mondo meccanico e minerale si è dissolto. Eppure io esisto. Colui che bevve dalla tazza il veleno pestato ora non c’è più. O forse, egli vive ancora? Una cosa è certa, tuttavia: egli non è mai stato, poiché io sono ora, io esisto in questo istante. In questo istante, sospeso, per la prima volta io sento. Sento il mio fiato, il mio verbo, sento la vita. E qui, sospeso a mezz’aria, io mi osservo.

NIETZSCHE

  1. Sappiamo dire solo ciò che è già stato pensato, sappiamo pensare solo ciò che è già stato detto. Il mondo in cui viviamo è uno spazio angusto e determinato, ricolmo di enunciati e privo di esistenza. Siamo solo un aggregato di parole. Eppure, l’ordine del discorso è ciò che si oppone all’ordine vitale. Imprigionati dal nostro stesso vivere fatto di parole, non ci resta che tentare la fuga, perforare le mura di cinta e saltare il fossato. Serve un atto contro natura per abbattere l’ordine del discorso, un atto che distrugga noi stessi. Raggiungeremo, così, la realtà dell’ordine vitale. Qui non troveremo dottrine, immagini oniriche, ricordi inconsci o altre simili amenità. L’ordine vitale è una realtà indicibile, una terra arida, in cui nulla di convenzionale può attecchire. Là, in quella terra desolata, nulla ci potrà consolare, poiché nulla riconosceremo, nemmeno noi stessi. Soli e abbandonati in una terra sconosciuta, privati delle parole con cui nominare le cose, di noi non resterà che cenere.

    fenomeno residuale + struttura assente + dato universale = redenzione

    Cercate la salvezza, e la troverete nella sostanza del fare. La salvezza è un mysterium tremendum, un velo che si squarcia sull’abisso, una maledizione, infine. Seguite le orme di chi vi ha preceduto, se ne avete la capacità, intraprendete il cammino, se ne avete la forza, e precipiterete nell’abisso. Perderete la vostra vita parvente, certo, ma guadagnerete il dolore assoluto. Benedirete la sofferenza conquistata, dunque, poiché oggettiva e non certo discorsiva. Attraverso la sofferenza conquistata, verità in carne e ossa, proverete la sensazione dell’assoluto, raggiungendo, così, la redenzione.

  2. Istituire la morte di dio è la più alta espressione possibile di umanesimo. Non c’è posto tra noi umani per un creatore assoluto. Dio è un creatore di morte, poiché eterno. Un dio, assoluto creatore dell’universo, non può che produrre eternità statica, immobile, mortale. Un dio assoluto crea la vita secondo un disegno che riconduce inevitabilmente a sé. La vita, così creata, è in realtà una non-vita, costretta e predeterminata. Potremmo identificare l’atto creatore di dio come il moto di un oggetto che, una volta lanciato, ritorna al punto d’origine, secondo una curvatura preordinata, senza vie d’uscita e con un destino obbligato. La sorte dell’uomo, così tracciata nell’immutabilità eterna, non può che essere un funesto ritorno alla non-vita da cui egli stesso è stato generato.
    Alzati, uomo! In piedi! Combatti!, poiché per questo sei nato. Combatti per creare la libertà che non ti è stato dato possedere. Uomo, non cercare un dio creatore, poiché tu sei il creatore. Lascia agli dèi l’eternità immutabile e afferra il tempo reale!Vedo intorno a me poveri esseri smemorati, incapaci di ricordare la propria natura angelica. I miei simili, poveri reietti, vivono come bestie da macello, ignare del loro imminente sacrificio. I miei simili vivono una vita apparente, poiché preordinata dai dettami dell’eterno. Essi sostano nell’attesa del fatale ritorno alla non-vita: non resta loro che pregare il dio di morte che li ha creati.
    Apri gli occhi, uomo!, poiché ti è stata data una possibilità. La vita reale è possibile, la puoi creare, devi solo ricordarti come si fa. Il tempo non è immutabile come vogliono farci credere. Puoi agire sul presente, così come sul futuro. Ma soprattutto, puoi impossessarti del passato e modificarlo. Puoi fare del tempo ciò che vuoi, uomo, poiché tu sei il tempo!
  3. Ciò che mi attrae dell’umano non sono i pensieri, essi sono ben poca cosa. È l’atto del pensare, tutt’al più, che merita interesse, non i suoi prodotti. Il meccanismo che conduce alla formazione delle idee, in effetti, ha in sé qualcosa di mirabile. I pensieri, invece, essendo prodotti dell’intelletto, sono inconsistenti, evanescenti, scarnificati. Ciò che mi aggrada è la materia. Nel caso dell’uomo, dunque, carne, ossa e nervi. Io anelo verità di carne, non labili concetti. Non sminuisco, certo, il valore delle verità scarnificate. Tuttavia, esse implicano un atto di fede. Posso solo credere nell’esistenza di un concetto e in colui che lo esprime. Le verità di carne derivano dagli organi di senso e giungono nel profondo senza la mediazione soggettivante dell’intelletto. La verità di carne è assoluta, quella concettuale relativa. Chi esprime verità concettuali, verità prive di carne, si assume la responsabilità di essere un sovrano e sacerdote, chi le fa proprie di esserne un suddito sottomesso. Per esempio, dio è un concetto, un’idea scarnificata, pensiero privo di consistenza. La riproduzione della specie è dio, è dio in carne e ossa. Il praticante crede in dio, il teologo descrive dio, la partoriente sente (e si sente) dio. La verità di carne ci appartiene, quella che ne è priva ci possiede.

CIORAN

Tenero è il blu della notte, terribile l’azzurro pomeridiano. Pensiero decadente, si dirà. E come potrebbe essere altrimenti! Io vivo nell’epoca della decadenza. È tempo di sparire. Non per deflagrazione, ma per implosione. Il crollo dell’umanità, così tanto decantato e temuto, avverrà, oh se avverrà, e non darà scampo. Uomini, donne, vecchi e bambini, tutti capitoleranno. Preparatevi, sciocchi, perché il processo è già iniziato. Se non altro, date sfogo alla consolazione. Né capi di stato, né boiardi, né giullari, né dotti e ballerine si salveranno. Ma soprattutto non aspettatevi esplosioni, poiché l’umanità scomparirà divorandosi, come il mitico serpente. Obietterete che l’uomo civilizzato e razionale non potrà mai capitolare; il suo raziocinio infine lo strapperà alla morte. Eppure, non sarà l’intelletto a consentirci di scamparla. L’intelletto è la libertà che ci salverà dalla schiavitù dell’istinto, si pensava. Quale errore, sciocchi! L’intelletto è schiavitù. L’intelletto crea in noi opinioni di carta, spacciandole per verità assolute, si rende dio buono e ci dona la sua libertà mortale. L’intelletto si consuma e ci consuma. Ci allontana dalle cose, dal mondo, dalla vita. Solo l’istinto e la sua fedele servetta l’intuizione possono salvarci. Solo intuendo istintivamente il mondo come armonia possiamo davvero sentirci vivi. Io, da parte mia, continuo ad amare. Amo le foglie, amo i colori, amo il mare. Io amo il mare. La mia vita è come la risacca del mare che, a riva, ripete incessantemente lo stesso movimento, per l’eternità. Io amo il mare, amo il mare. La mia vita è come la risacca del mare, un’eterna ripetizione, un’eterna ripetizione.

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