Venerdì, 10 Febbraio 2012

Il romanzo riscatta la cronaca

giovedì, 21 maggio 2009 | Di | Sezione: Profili

Fonte: TuttoLibri, n. 1664, anno XXXIII, sabato 16 maggio 2009, pag. 4


Confronti Un dialogo tra Vattimo e Scurati: come la letteratura si misura con l’attualità

GIANNI VATTIMO: Sono un ammiratore spontaneo dell’opera di Scurati. Avevo letto Il sopravvissuto e mi era piaciuto molto. Allora ho comprato Il bambino che sognava la fine del mondo e per tre notti, leggendolo, ho faticato a dormire.
Durante la lettura, ho avuto presenti tre esempi molto lontani fra loro: I diavoli di Loudon di Huxley in quanto indagine sulla superstizione del Male, 1919 di Dos Passos per la tecnica narrativa e Fratelli d’Italia di Arbasino per la sua ambizione di stenografare il presente facendo romanzo attraverso la cronaca. Anche nel romanzo di Scurati, pur diversissimo per molti altri aspetti, vengono inserite di continuo fette di attualità. Trovo intrigante questa docufiction letteraria, l’idea di costruire una narrazione, con diversità di piani e di storie che s’intersecano, a partire da un fatto di cronaca.
La cronaca, per un verso, è il rumore di fondo, il chiacchiericcio della lite tra i vicini, ciò che Lukács chiamerebbe «l’inessenziale»; per altro verso è proprio ciò che ti appella perché de tua re agitur, perché si parla dei fatti tuoi, e così s’induce il lettore a una anagnorisis aristotelica, a un riconoscimento di ciò che già sa. Un movimento che ho trovato particolarmente affascinante.
ANTONIO SCURATI: Una delle principali motivazioni per scrivere questo libro è stata la convinzione secondo la quale noi ci troviamo oggi imbozzolati dentro un tempo angusto, il tempo della cronaca, la cattività del presente.
È come se ormai vivessimo dentro unità temporali scandite dalla giornata.Non viviamo più anni, decenni, ere, epoche, magiorno dopo giorno. Imprigionati in una struttura iterativa, in cui le vicende dell’esistenza individuale e collettiva ci sfuggono perché noi le misuriamo con un metro corto, un giorno alla volta. Non c’è progressione, non c’è crescita, c’è solo accumulo.
Sparisce da quest’orizzonte il tempo della Storia, che ha segnato il XX secolo. Quella forma di organizzazione del racconto della vita, ma anche del sentimento del tempo, per cui io sto dentro Storia, per cui ciò che io faccio oggi si richiama all’opera di generazioni precedenti, e si ricollega a quella delle generazioni future: quel respiro ampio, quel racconto più grande, che ha caratterizzato nel bene e nel male, nella sua grandiosità tragica, il XX secolo.
Il tempo della letteratura non è quello della cronaca, è un tempo più vasto. Proprio per questo, una delle grandi sfide che la letteratura può raccogliere oggi è di misurarsi con il tempo della cronaca, scendere sul suo terreno. Per usare una metafora pugilistica, deve entrare nella bagarre, nel corpo a corpo. Se io voglio piazzare il mio colpo da scrittore devo andare vicino al mio avversario, devo perfino assomigliargli un po’. Poi devo fare un passetto laterale, come il pugile, schivare e portare il mio colpo. Io la chiamo «rivalità mimetica».
GIANNI VATTIMO: Sì, penso che Scurati, mischiando invenzione romanzesca e cronaca, vissuta dal protagonista autore cui viene chiesto da un giornale di commentarla, sia riuscito a farmi apprendere qualcosa sul mondo in cui vivo. Ad esempio, il fatto che il diavolo, naturalmente tra molte virgolette, è più presente di quanto io non mi sarei aspettato; che il nostro quotidiano è uno stato d’insicurezza collettiva marcato da un atteggiamento superstizioso nei confronti del male. Horipensato all’idea, già di Max Weber, che una società super tecnologizzata diventa ancor più superstiziosa, più legata ai capi carismatici, più abbindolabile da leggende, dicerie, Wanne Marchi.
ANTONIO SCURATI: Credo che, con il passaggio dal tempo della Storia a quello della cronaca, si perda soprattutto la possibilità di dare un senso alle nostre sofferenze. Di qui la superstizione del Male. E’ venuta meno è l’idea che la sofferenza patita possa in qualche modo essere redenta, in un tempo più grande, in un racconto maggiore. E così la nostra esistenza scivola verso una dimensione nella quale la cronaca è sempre cronaca nera: oggi sono i bambini vittime della pedofilia, domani sono le donne stuprate da un passante, dopodomani un’altra tragedia ma sempre puntiforme, isolata, incapace di riscattarsi in un tempo più grande che la redimerà.
Per chi crede in Dio c’è un aldilà in cui i torti saranno riparati; per chi credeva invece nella Storia, ci sarebbe stato un domani migliore che veniva a vendicare questa sofferenza. Invece noi abbiamo la sensazione che la nostra vita sia stata trasformata in una sorta di patologia di lungo decorso. Questa sorta di oppressione spirituale che ci priva delle nostre energie civili e persino biologiche – questo il motivo per cui, a mio avviso, non facciamo più figli – è uno degli effetti più perversi del fatto di vivere nel tempo della cronaca.
GIANNI VATTIMO: Noi col pensiero debole volevamo mettere la astoricità al servizio di una nuova forma di vivere storico, che poi era il sogno di Nietzsche, non per niente lui parlava dell’eterno ritorno dell’uguale come di qualcosa che si doveva conquistare, che comportava anche per esempio l’idea di abbandonare i sensi di colpa, perché i sensi di colpa sono legati alla storicità. Nell’idea dell’eterno ritorno c’è come un liberarsi dalla storia in quanto luogo dei sensi di colpevolezza: di chi è la colpa, contro chi mi posso rivalere se tutto ciò che capita ricapiterà in eterno? E questo è anche molto cristiano: nella parabola del cieco nato, Gesù dice «non è colpa né sua, né dei suoi genitori, ma è così piaciuto al Padre».
Ora ad esempio – penso al fatto che mi ricandido per le elezioni europee – la politica può essere un modo per riscattarsi dalla astoricità del presente. Rimettersi in politica è un po’ come impegnarsi nei confronti della cronaca, cioè sporcarsi le mani, provare a vincere la astoricità attraverso una forma di storicità. Un altro modo per venirne fuori è la letteratura.
ANTONIO SCURATI: Io mi sono formato sui libri di Vattimo e devo, perciò, dire che la profezia del «pensiero debole» si è avverata soltanto in parte perché la fine delle grandi narrazioni non ha portato la liberazione promessa. Vattimo appartiene a una generazione convinta che l’attività filosofica, culturale, intellettuale non fosse discernibile da quella politica. Per la mia generazione, la politica è divenuta un punto cardinale di orientamento negativo, cioè il punto da cui tenerti lontano. Ed ecco che, scomparsa la politica come attività nobile e potente, in cui impegnarsi e confidare, si accampa all’orizzonte la versione superstiziosa del male.
Il mostro quotidiano fornitoci dai media (pensiamo al serial killer che ha dominato l’immaginario Anni 90) è quasi sempre un malvagio di proporzioni inumane. Non un male umano con cui tu puoi lottare. Perfino il nazismo fu un’incarnazione storica del male, enorme, che alla fine si è potuta combattere. Il «mostro» come fai a combatterlo? Ritorni bambino, sei in quella tua cameretta tremante, non sai più distinguere tra le tue fantasticherie e il reale. Tramontato l’orizzonte della storia e della politica, regrediamo all’infanzia, spaventati e inermi di fronte alle apparizioni superstiziose del male.

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