Venerdì, 3 Settembre 2010

Ho dimenticato quello che stavo dicendo

martedì, 26 maggio 2009 | Di Manuel | Sezione: Scritti inediti

di Andrea Esposito

Parlavo con Giacomo, eravamo in un giardino, un terzo si era appena allontanato, una sera d’ottobre. Faceva freddo ma volevamo fumare e nella casa dove eravamo stati invitati non si doveva assolutamente fumare, ce l’avevano ripetuto almeno cinque volte da quando eravamo arrivati.
Il terzo che si era allontanato era stato a suo tempo il tramite tra me e Giacomo, poi era sparito inghiottito da mille impegni, era diventato una specie di consulente legale che lavorava nel cinema.
Ci raccontava di questo regista che era in bancarotta, piagnucolava che gli facessero almeno finire il film, di quell’altro attore che si era indebitato per organizzare una festa, una sola festa, e adesso non sapeva come ripagare chi gli aveva affittato la casa, o meglio il palazzo in una campagna vicino Prato, i camerieri, il gruppo che aveva suonato Summertime e I put a spell on you. Anche io e Giacomo lavoravamo nel cinema, ma non eravamo così impegnati. Non avevamo così successo.
Questo terzo ci fece conoscere, una sera, ci incontrammo per caso a Trastevere e passammo il resto della serata tutti e tre insieme. Ci siamo visti altre tre o quattro volte.  Io e Giacomo parliamo bene, ci fanno ridere le stesse cose, beviamo molto entrambi.
Le serate che passavo con Giacomo e il terzo in genere si svolgevano così: il terzo interviene e ci racconta le sue storie, il tema è sempre una celebrità che si rivela un micragnoso, un ingenuo, un fanfarone o uno con qualche passione ai limiti della legge o del disgusto. Io e Giacomo inorridiamo, ridiamo, commentiamo, e poi attacchiamo a parlare di qualche nostra esperienza personale, qualcosa di un po’ più intimo e serio. Quella sera stavamo parlando da almeno un’ora, quando il terzo decise di aver esaurito la sua funzione: ci aveva raccontato quei due o tre aneddoti, aveva riso e fatto la spalla, e ora da molto tempo non diceva più nulla, spostava lo sguardo da me a Giacomo, con un’espressione alcolica colma di falso interesse.
Accusando il freddo tornò dentro casa, con passi un po’ incerti sull’erba.
Due mesi dopo si sarebbe ammalato e non avrei più sentito la sua voce.
Vari amici in comune mi avrebbero parlato di lui e della sua malattia. Mi avrebbero detto che qualcosa dentro di lui era cambiato, che non era più quella persona cinica e fiacca. Io di chiamarlo non me la sentii.

Adesso, prima della malattia, era solo un individuo debole, odiava molte persone e molte persone lo disprezzavano. Non aveva molto da dire perché non pensava granché a quello che lo circondava, niente lo incuriosiva davvero. Le cose che gli accadevano servivano soltanto a dimostrare lo schema che incardinava le logiche del mondo. Non prendeva facilmente una posizione ma provava un generico disprezzo per le persone, chi era ricco lo era troppo e non lo meritava, lo stesso chi aveva successo, chi era felice era stupido. Deprimeva la sua ostilità acquiescente verso ogni tipo di pensiero critico.
Rideva molto, per molte cose, rumorosamente.

Una volta ammalatosi mi dissero che era cambiato. E io ci credevo. Eppure anche credendoci non avrei cambiato opinione su di lui. La malattia non rivela la verità di una persona, fa sorgere dalla paura un’altra persona, modellata dalla paura.

Io e Giacomo restammo a parlare, soli, alticci. Il giardino si componeva di siepi basse e squadrate. Noi sedevamo al buio, su una panchina bianca, affacciata sul sentiero di ghiaia ordinato che conduceva dritto alla casa.
Passavano coppie di invitati, ci sorridevamo a vicenda, loro andavano a appartarsi, noi continuavamo a parlare tra noi, a voce alta, ridevamo. A un tratto presi a dirgli qualcosa, lui mi interruppe per dirmi un’altra cosa che si era ricordato in quel preciso momento, terminò, ridemmo, mi invitò a riprendere quello che stavo dicendo; provai, risi, non ricordavo più cosa stessi dicendo, ridemmo, eravamo un po’ più che alticci. Non riuscivo a ricordare quello che gli stavo raccontando prima dell’interruzione. Tentammo di ritornare indietro con il discorso, ma niente. Feci silenzio per ricordare, Giacomo fece a sua volta silenzio e bevve per un po’ dal suo bicchiere. Mi sforzai, tra me e me. L’avevo perso, non riuscivo a ricordarmi nemmeno l’argomento.

E accadde allora che sentii montarmi dentro un astio. Accadde che non sopportavo di non riuscire a ricordare quello che gli stavo dicendo. Dissimulai, e invitai Giacomo a proseguire. Nel frattempo continuai a pensare a quello che non volevo rassegnarmi di aver perduto.
Non capivo perché fosse così importante.
Le siepi squadrate separavano il giardino da una zona dietro di noi, dove l’erba era più alta e le cose si immergevano in un buio solido. La poca luce sembrava un vapore che lasciava intatta la realtà degli oggetti.
Qualche corpo in parti emergeva dal buio, una coppia che si era avventurata nella zona d’ombra, entrambi spaesati e confusi, come se in quell’assenza di luce avessero trovato un qualcosa di sconfortante, un’amarezza.
Io sentivo quella sensazione e su quella sensazione mi interrogavo. Si manifestava come un fastidio alla schiena, sotto le spalle, un nervosismo corporeo che mi agitava.
Mi appariva una questione fatale, eppure sapevo bene che aver dimenticato ciò che stavo dicendo non era, non poteva essere così importante. Ma proprio il fatto che me ne rendessi conto, della mia reazione stranamente esagerata, acuiva invece di diminuirla la mia ansia di ricordare.
E ricordai di un’altra volta, di un’altra occasione in cui avevo perduto nella testa quello che stavo dicendo, ed era in un sogno.
Nel sogno ero in un palazzo, all’inizio percorrevo dei cunicoli che mi portavano in varie stanze, tutte molto simili tra loro: pareti bianche, fili neri che pendevano dal soffitto. Ero in compagnia di un uomo che non vedevo mai in faccia. Nel sogno era un mio amico. Lo amavo ma temevo anche il suo giudizio, perché mi scusavo con lui continuamente per il disordine delle stanze. Raggiungiamo la stanza che cercavamo, ma non possiamo entrare perché in un interstizio del muro c’è un nido di vespe. Grosse come olive, sciamano per la stanza inferocite. E preoccupati, sulla soglia, progettiamo il da farsi. Mentre parlo l’uomo che è con me mi interrompe e io dimentico quello che stavo dicendo. E mi dispero, perché in quello che stavo dicendo c’era forse la soluzione al problema delle vespe. Non riesco a ricordare, un’angoscia mi toglie il respiro.

Giacomo aveva continuato a parlare. Io non lo ascoltavo. Lo guardavo come un paesaggio contemplato dall’aereo.

Quella persona che era con me nel sogno, quell’uomo che amavo e temevo, sapevo di averlo incontrato almeno in un’altra circostanza. In un ulteriore sogno, forse, o in un ricordo di cui mi era rimasto solo qualche frammento. Come nel sogno delle vespe anche qui il mio amico non lo vedevo in faccia. C’è qualcosa di vivido e verosimile per cui non mi convinco che fosse un sogno. Questa persona mi camminava accanto. Forse era stato un capodanno di molti anni prima: la mattina del primo gennaio percorrevamo le strade deserte di un paese. Il freddo trasformava il fiato in piccoli sbuffi bianchi. Davanti a un cancello erano state radunate delle fascine di legna. Il mio amico parlava e io guardando quelle fascine ripensavo a un quadro che avevo in casa da bambino, nel soggiorno, un paesaggio invernale che non avevo mai considerato né bello né brutto. Mentre passavamo davanti al cancello, quella legna mi dava l’impressione di avere una natura straordinaria, di essere miracolosamente flessuosa. Mi invitava a piegarla. Non lo feci. Mentre ci allontanavamo continuai a pensarci, e già nel ricordo si faceva più forte la morbidezza elastica che evocava: sembrava si sarebbe potuto piegarla all’infinito senza spezzarla mai.

Era una sensazione di benessere violento. Il ricordo vero o presunto finiva lì, ma mi restava addosso una piacevole suggestione, che tutto intorno a me fosse in qualche misura flessuoso. E non so perché, ma lo trovavo bellissimo.
Ma ora, a ripensarci, mi rendeva inquieto non sapere se fosse stato reale o no. Perché se era un sogno non riuscivo a non pensare che quella gioia fosse artificiale, che fosse finta. Se non era accaduto davvero non potevo non pensare che non fosse niente.

Tornammo dentro. Ogni tanto mi arrivava alle orecchie qualche parola di Giacomo. Sembrava non essersi accorto che non lo stessi ascoltando da interi minuti. Probabilmente era troppo impegnato a parlare per farci caso.
Entrammo nella casa dove la festa si era smorzata e procedeva ingrigita verso la fine. Vidi il terzo che parlava ad alta voce con un gruppo di invitati. Sembrava un oggetto sgargiante nell’acqua. Rideva, gli altri erano silenziosi e non gli staccavano gli occhi di dosso. Il terzo raccontava uno dei suoi aneddoti. Lo guardai e risi alla battuta finale dell’aneddoto. Anche lui mi vide e mi sorrise. Quella sua leggerezza, quella sua inconsistenza, in quel momento gliela concessi e la trovai meravigliosa.

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