Giovedì, 9 Febbraio 2012

Pescatori

sabato, 13 giugno 2009 | Di | Sezione: Scritti inediti

di Primo Pellegrini

Davanti c’è l’acqua. Tonalità infinite di colori, dal grigio al dorato, dall’argento al verde, dal blu più scuro al marrone più torbido. Acqua ferma, acqua mossa. Onde. Vento che le increspa o assoluta calma, quando anche una ameba che si muove si vede a cinque metri. L’acqua è il mistero, e noi, i pescatori, siamo lì sopra a interrogarci. Cosa c’è là sotto. Avrà fame o no. Mangerà a fondo o in superficie. Dove saranno. Cosa faranno. Mangeranno più tardi o hanno già mangiato e non mangeranno più fino a domani. E’ troppo freddo o troppo caldo, è il mese giusto o sbagliato. E molto spesso, è la resa al mistero. L’acqua non si fa interrogare, i pesci restano incomprensibili, a fondo o lontani o vicini: ma invisibili e imperscrutabili.
Certo, ci sono infiniti artifizi e arnesi di ogni tipo che si possono acquistare per ridurre o addirittura vincere il mistero. La tecnologia, anche qui come altrove, riduce il disordine ed elimina la fantasia, il conflitto. “Quel che non puoi capire, uccidilo”, qualcuno ha detto da qualche parte. Io invece se non posso capire non me la prendo: penso che non posso capire, tutto lì. Nel frattempo, cerco di godermela.

Ho iniziato a pescare a 11 anni. Avevo letto molte storie di pesca. A dire il vero me la immaginavo anche un po’ diversa ed eroica, perché avevo letto tutte storie ambientate in mare o sui grandi fiumi americani. A casa mia e nella mia famiglia non aveva mai pescato nessuno. Non si ricordava a dire il vero nessuno che avesse mai piazzato una canna con un filo ed un amo su di un lago o in un fiume. Il pesce si comperava e basta, di tanto in tanto, ed era pesce di mare. Ma io ne ero attratto, la pesca mi affascinava. Alla Standa c’era un piccolo reparto con le minime cose necessarie. Quell’estate, a 11 anni, ci passavo quasi tutti i giorni a dare un’occhiata. Ma niente. A casa bisognava tirare i cordoni, quello era un passatempo inutile. Incontrai Paride, un mio compagno di classe, una mattina di vacanze d’estate, in bicicletta e vidi che aveva un sacchetto di vermi. Erano bigattini.
Al pomeriggio, entusiasta, ero con lui sul porto di Rimini, sulla “palata”. Aveva una bobina di filo che teneva in mano. Il filo era arrotolato intorno ad una grossa tavoletta di sughero. In fondo aveva fissato un amo e sopra l’amo c’era un grosso piombo affusolato. Infilzava i bigattini nell’amo e velocemente srotolava il filo. Il piombo si faceva scendere sul fondo; ma quando toccava bisognava poi tirare un po’ su, perché altrimenti non si sentiva il “tocco”. Si pescavano i paganelli, e bisognava sentire esattamente quando abboccavano, non tanto perché poi si “slamassero” sfuggendo, quanto perché più tempo passava dalla beccata più ingoiavano amo ed esca e poi era estrarli diventava un intervento chirurgico. Quel pomeriggio io iniziai a pescare. Per Paride la pesca era un passatempo estivo. Per lui, d’estate era normale andare al mare, fare il bagno, mangiare il gelato, pescare al porto… così. Si allontanava spesso per prendere un gelato o per andare non so dove. Io non lo ascoltavo neanche più. Guardavo solo quel filo, guardavo l’acqua, il mare. Mi porgeva il rocchetto di sughero, lo prendevo in mano e mi sembrava di toccare e sentire qualcosa di tutta quella profondità, di quell’immenso mistero. Gli strattoni dei paganelli erano ogni volta una scossa, una emozione indescrivibile. Era come se una parte infinitesimale di tutto quel mistero avesse deciso di farmi partecipe. Il paganello si dimenava e dibatteva, lo tiravo sul cemento della palata, con uno straccio lo prendevo in mano e lo slamavo.
Al mattino successivo, dopo una estenuante trattativa, avevo strappato qualche soldo a casa. Paride mi accompagnò a comprare 100 metri di filo da pesca 0.30, qualche amo n. 8, 5 pesi da 15 grammi, una tavoletta di sughero. E i bigattini. Quello era un grosso problema. I bigattini mi inorridivano. Puzzavano orribilmente, e quando si infilzavano nell’amo sbucava un liquido oleoso, giallastro, ed erano ancor più puzzolenti. Le mani rimanevano imbrattate di quel liquido ed io pensavo che non sarebbero mai più tornate come prima. Ci doveva essere qualcosa di meno ignobile e puzzolente che attirasse i pesci, pensai. E c’era, ma ancora non lo sapevo. Paride conosceva solo quella esca, e non altre. Anzi, un pomeriggio mi presentò anche quelli colorati, i bigattini rossi… emettevano un liquido ancora più ributtante, e secondo me puzzavano ancor di più dei loro parenti gialli. Paride sosteneva che però quelli rossi erano più appetitosi per i paganelli.
Il problema nacque dal fatto che dopo un po’ si stufò di infilzarli nel mio amo al posto mio, e disse che dovevo arrangiarmi. Io rimanevo per ore con uno o due bigattini risucchiati e mangiucchiati dai paganelli, reduci e superstiti. Dopo due o tre volte, ovviamente, l’amo era ripulito e i paganelli non mangiavano più. In aggiunta ci si mettevano anche le cozze. Strisciando lungo il cemento della palata, visto che non avevamo una canna, spesso finivamo per agganciare delle cozze, a volte anche dei granchi. Provavamo a salvare la lenza, ma era tutto inutile. Occorreva rifare tutto, annodare l’amo, innescare l’esca… Ma io ero schifato dai bigattini, e pur di non prenderli in mano ero disposto a rimanere così, senza prender nulla per ore. A volte Paride era mosso a pietà e mi aiutava. Ma dopo poco il problema si ripresentava, i paganelli erano voraci e si avventavano sui bigattini lasciando poca cosa. Ebbi svariate notti di incubi. Sognavo bigattini, gialli, rossi,… sognavo che si spargevano sulla palata, fra i piedi dei turisti che li calpestavano e inorridivano urlando…
La palata del porto era sempre molto affollata. Oltre ai turisti, a quelli che passeggiavano ciondoloni in bici o a piedi, c’erano anche sempre un gran numero di pescatori. Molti ragazzi, ma soprattutto anziani pensionati. Erano bruciati dal sole, avevano vecchie canne da pesca rappezzate, secchi, spugne, tutto molto ordinato. Arrivavano in bicicletta, avevano corde ed elastici per legare l’attrezzatura, smontavano tutto in silenzio e cominciavano a pescare senza degnarci di uno sguardo. Eravamo i paria della palata, noi “senza canna”. Il loro atteggiamento mi infastidiva. Avevo sempre pensato che un giorno un vecchio pescatore mi avrebbe accolto come allievo e mi avrebbe insegnato tutto quel che c’era da sapere. Lì nessuno mi insegnava niente e sembrava che non esistessi. Parlavano molto, fra loro, sempre ad alta voce. Raccontavano di pesci che non conoscevo e che non avevo mai preso. Cefali, “becconi”, orate, anguille, mormore… parlavano di nottate di luna, di pesca con la “bilancia”… io ascoltavo e registravo tutto. Non perdevo una sola battuta. Osservavo con estrema attenzione la loro attrezzatura, le loro esche, i loro gesti. Dopo un po’ Paride si stufò ed io iniziai ad andare da solo. Non c’erano altri che conoscessi interessati alla pesca. Alcuni amici venivano a vedere, provavano, si annoiavano e non ne volevano più sapere.
Un giorno partì una discussione fra due anziani pescatori. Io ero poco distante. Era una discussione piuttosto concitata, e dopo poco finì in un litigio. Era una discussione in dialetto. Era una discussione fra un “marinaio”, un anziano che si riteneva pescatore di mare “doc”, ed un “montanaro”, uno dell’entroterra. Ad un certo punto della discussione il marinaro, livido di rabbia, si rivolse al montanaro apostrofandolo proprio così. “Voi montanari”, gli disse, “non sapete niente di come si pesca in mare. Ma tornate a pescare al fiume, da dove venite!…”.
Rimasi sconcertato. Ci pensai per un po’. Poi pensai che visto che ero un montanaro di origine e lì non mi si voleva, dovevo in effetti dedicarmi alla pesca di fiume. Forse quello era il mio ambiente. E d’altro canto, la pesca sul porto non corrispondeva certo alla idea che mi ero fatto dai racconti letti sui libri. Non c’era niente di quel che avevo letto, a parte il rapporto con l’acqua, fra tutti quei piedi e pance e olio abbronzante e barche e folla e la motonave che passava con su i turisti e il liscio a tutto volume… no, la pesca era una cosa da fare in solitudine, così avevo sempre letto.
Presi a girellare lungo il fiume con la bicicletta alla ricerca dei luoghi dei pescatori. Rimasi sconcertato dal fatto che tutti i posti che avrei detto fatti apposta per la pesca, perlomeno secondo quanto avevo visto nelle illustrazioni dei libri, in realtà non lo erano. Trovai i pescatori di fiume tutti intorno ad uno sporco bacino creato da una piccola diga. Erano una decina. Si respirava aria di far west: arrivavano in silenzio, senza far rumore, strisciando come pellerossa. Stavano immobili per ore, in un silenzio rotto solo da pochi rumori, gesti misurati… mai un rumore di troppo, mai un gesto di più. Nessuno chiacchierava: eventualmente, si avvicinavano bisbigliandosi poche parole, poi tornavano ognuno al proprio posto. Stavano per ore sotto ai loro cappellacci, immobili, fumando o masticando stuzzicadenti, lo sguardo immobile a fissare il galleggiante sull’acqua… come in un duello all’ultimo sangue, aspettavano la mossa dell’altro per rispondere. Niente strattoni, niente di grossolano. Solo un’occasione per rispondere, o si perdeva. Il pesce qui non si allamava: occorreva allamarlo. Un gioco di sguardi: il galleggiante come fosse gli occhi del pesce, ti fissava e metteva alla prova la tua capacità di concentrazione… il tutto in una calura soffocante che avvolgeva tutto, insieme al puzzo di alcuni scarichi cittadini. Pensai che questa era la mia pesca.
Andai a pesca al fiume per la prima volta in un pomeriggio d’estate, e sempre senza canna. Avevo con me un galleggiante a penna, avevo messo un amo un po’ più piccolo di quelli che usavo al porto e avevo pensato che lì potevo tentare di utilizzare una cosa che avevo visto alla Standa.
Bigattini finti, di gomma, proprio così.
Ne avevo preso una bustina. Mi sembravano perfetti, una riproduzione eseguita fin nel minimo dettaglio. Con la differenza che non puzzavano, se non di gomma, e non emettevano nessun liquido. Per come la vedevo io, avrebbe dovuto funzionare, e non mi sarei guastato una giornata rimestando le mani nella lordura vermeggiante.
Il fiume, anzi la diga, offriva poi un altro vantaggio. Sicuramente avrei combinato dei pasticci, ne ero certo; ma lì, a differenza del porto, le distanze fra chi pescava erano molto più ampie rispetto all’appiccicaticcio del porto, e nessuno avrebbe fatto caso a me. E infatti fu così.
Lanciavo il galleggiante a penna con pochi grammi di piombo come un lazo, visto che non avevo la canna. Mi ci volle qualche ora a capire come funzionavano le correnti della diga, finchè riuscii a trovare un buon punto dove, lanciando con precisione, il galleggiante avrebbe preso il largo, in mezzo al fiume. I bigattini finti rimanevano al loro posto. Certo, pensavo, questi non si staccano facilmente. Il pensiero che ai pesci risultassero gomma inerte non mi sfiorava, o comunque non volevo mi sfiorasse. Dovevano essere le quattro del pomeriggio, ed io ero lì, sotto un sole abbacinante e soffocante, al puzzo dei depuratori e senz’acqua da bere da almeno due o tre ore. Il galleggiante aveva preso una buona corrente: la penna era saldamente piazzata in mezzo al bacino della diga, con una canna non si sarebbe potuto far di meglio. Ora bisognava pazientare e avere i nervi saldi.
Rimasi così per due lunghe ore. Ero sfinito per il sole, il caldo, il fetore, le mosche e la sete. Vicino a me altri due pescatori avevano preso. Anch’io ci credevo. Dovevano essere le sei o sei e mezza quando un carasso molto affamato si attaccò alla mia lenza e prese a portarla in giro per il bacino. Andava in tutte le direzioni, spostandosi a diverse velocità: ora piano, ora forte… no, non erano le correnti: c’era di certo attaccato un pesce. Sentivo il sangue pulsare, mi pulsava in testa, mi pulsava alle orecchie, tremavo tutto. Non dovevo sbagliare, o forse non avrei mai più pescato. Andò avanti così per più di mezz’ora, poi il galleggiante sprofondò negli abissi marroni e melmosi davanti alla diga, ed io con lui, per lunghi istanti, trattenendo il respiro… e tirai, tirai il filo, e c’era. Tirava, e io ero come il vecchio di Hemingway, non esisteva niente altro, solo io e il mio carasso là, sotto l’acqua… il filo mi stringeva le dita, e per quel che mi riguardava era come se si fosse trattato di uno squalo. Lentamente, girando piano piano, un giro di filo alla volta attorno alla bobina di sughero… lo vidi arrivare. Lo trattai come il più grande e gradito degli ospiti: gli ero davvero riconoscente. Un piccolo carasso grande come una mano. Tolsi piano piano l’amo dalla sua bocca, e accarezzandolo lo rimisi in acqua.
Se dovessi mai spiegare come si diventa grandi, direi che forse lo si diventa anche attraverso cose come queste. Attraverso storie d’amore come questa. Quella è la “mia” diga. Da quella volta ci ho passato pomeriggi interi, mattinate all’alba, in tutte le stagioni, da solo e in compagnia. Con canne fisse, bolognesi, galleggianti e a fondo, bigattini veri e paste, lombrichi e mais… Per me è la Diga, e quando ho un po’ di tempo ci vado. C’è silenzio, poca gente, da un po’ ci sono anche degli immigrati: qualcuno pesca, qualcuno beve birra e pesca e qualcuno beve solo birra e sta in silenzio, ma tutti comunque guardano quell’acqua, come me. A me fa piacere vedere che da tutto il mondo c’è gente che viene alla mia Diga. Magari vivevano sull’Orinoco, o sul fiume Giallo o sul Dnepr, o su chissà quale altra potenza acquatica del mondo. Eppure sono lì, sullo sporco bacino del fiume Marecchia, alla diga delle Celle… tutti a fissare affascinati quell’acqua sporca. Tutti a gioire con gli occhi che brillano, come bambini, quando un piccolo carasso si attacca all’amo… Tutti con la faccia scottata, gialla o bianca o olivastra che sia… accaldati e assetati, a bestemmiare in silenzio e in tutte le lingue e a scacciare le mosche… pescatori.

L’anno successivo, a 12 anni, ebbi la fortuna di avere in classe con me due pescatori. E addirittura uno di loro aveva un lago suo, privato. Potevamo andarci tutte le volte che volevamo, e non c’era nessun altro all’infuori di noi. Il lago era in collina, un buon quattro chilometri di salite fuori Rimini. In bicicletta. Ma non era un problema: all’andata c’era l’entusiasmo e la voglia di pescare, al ritorno – comunque fosse andata -, era discesa. Il lago era in fondo ad una piccola valle, sotto una casa colonica diroccata. Aprivamo il recinto, il lucchetto, con le chiavi e ci scapicollavamo con la bici giù per la discesa, fino al bordo del lago.
A dire il vero, chiamarlo lago forse era un po’ troppo. Si trattava più che altro di un minuscolo bacino di irrigazione, uno dei tanti maceri di campagna. Ma a noi bastava. C’erano i pesci rossi, che si erano incrociati in ogni modo con i carassi e con non so cos’altro… e c’erano le carpe, qualcuna anche di buona misura. Normalmente, quindi, si piazzava una canna a fondo per le carpe, con il mais o la pasta, e una canna fissa con lenza sottile e amo piccolo per pesci rossi, rossastri, alborelle e simili. Era il “lago di Mauro”. Quando si arrivava, Mauro estraeva da un sacchetto, con un rituale ormai consolidato, alcune vecchie pagnotte di pane, le sbriciolava con le mani e le gettava qua e là in mezzo al lago. Allora avveniva la magia: il lago si tingeva di rosso. Tutti i pesci rossi, infatti, salivano a mangiare le briciole del pane, famelici, e tutta l’acqua diventava rossa.
Ci mettevamo solitamente su tre lati del lago, a buona distanza l’uno dall’altro. Rilasciavamo tutto, ad eccezione di qualche regalo al gatto e di qualche esemplare che mettevamo in un secchio e rilasciavamo poi nel torrente poco distante. Mentre pescavamo, le discussioni erano interminabili, e leggende e articoli letti su “Pescare” si mescolavano con gran disinvoltura. L’argomento, i maceri della val padana, era trattato e sviscerato sotto ogni aspetto. Se per caso qualcuno rompeva il filo nel tentare una ferrata, quando il galleggiante spariva, si avviava il tourbillon delle congetture più varie ed azzardate: anguille di 15 chili, rane pescatrici alte come un uomo, siluri, lucci assassini di anatre, assurdità di ogni genere, perlomeno per il piccolo lago di Mauro… Ovviamente sapevamo trattarsi di pure fantasie ed infine ne ridevamo, ma sotto sotto ognuno sperava che un giorno o l’altro qualche orrida creatura degli abissi si attaccasse alla sua lenza, permettendoci di entrare a pieno diritto nell’olimpo delle leggende di pesca di tutti i tempi.
Questo gioco era peraltro molto divertente, ed ognuno provvedeva a portare con sé per ogni pomeriggio di pesca qualche nuova fantasia, magari condendo ed infiocchettando qualche notizia o racconto di pesca letto da qualche parte. Insomma, passavamo più che altro dei pomeriggi ad inventare e raccontare storie di pesca.
La cosa diventava a dir poco esilarante quando poi a noi tre si aggiungevano il fratello più piccolo di Mauro e Gibe. Mauro non voleva mai con sé il fratello, perché lo riteneva di impiccio e troppo piagnucoloso. Ma il fratello non ci stava, e spesso, tormentando la madre, otteneva che questa imponesse a Mauro di portarlo con noi. Soprattutto, il fratello di Mauro sparava panzane mostruose: lo faceva con gran convinzione, e la cosa, che per noi era un vero spasso, faceva invece andare Mauro su tutte le furie. Gibe invece si aggiungeva all’ultimo minuto. Si trattava di un ragazzo particolarmente odioso e antipatico, che interveniva sempre in ogni discussione, di qualunque cosa si parlasse, con aria da gran saccente e con gran spocchia. Per questi motivi, Gibe era spesso solo, e la madre intercedeva con la madre di Mauro perché si potesse aggregare a noi.
I pomeriggi in cui a noi tre si aggiungevano anche Gibe e il fratello di Mauro erano per quest’ultimo un vero inferno, ma per noi si trattava di occasioni di divertimento imperdibili. Il fratello tormentava Mauro con richieste continue di aiuto per montare lenze e legare ami e minacce di ritorsioni che avrebbe ottenuto contro di lui al ritorno a casa, se non lo avesse aiutato; Gibe, oltre a sentenziare e a pontificare su tutto e tutti, aveva una fortuna sfacciata e pescava sempre immancabilmente più di tutti noi. Le sue grida di gioia, ad ogni cattura, risuonavano per il lago e per la piccola valle. Portava le prede in mano fin sotto il naso di Mauro, con aria di sfida. Inutile dire che il povero Mauro, in queste giornate, perdeva ogni barlume di pazienza e concentrazione e normalmente finiva per cacciarsi in qualche pasticcio, aggrovigliando il filo o rompendo più volte la lenza. La rabbia così montava, e alla impossibilità di pescare si aggiungevano i capricci del fratello e gli sfottò di Gibe.
Fu durante uno di questi pomeriggi che il fratello, particolarmente sicuro di sé, arrivò al lago con la precisa intenzione di adoperare un pesce finto, un gigantesco artificiale da traina che usualmente utilizzava suo padre per la pesca in alto mare. I due fratelli litigarono per un pezzo, poi Mauro si sedette e con aria canzonatoria disse che sarebbe stato a vedere il risultato di una simile idiozia. Il fratello disse “Vedrai!”, e con estrema convinzione prese a lanciare quell’artificiale che era più grosso di buona parte dei pesci presenti nel lago. Anche noi stavamo a guardare, e ad ogni lancio, ad ogni “splash” che il pesantissimo arnese produceva nell’impatto con l’acqua, aumentava l’ilarità generale. Dopo una decina di minuti, tutti ci stavamo letteralmente scompisciando dalle risate, rotolandoci sull’erba della sponda. Il fratello di Mauro, che non doveva avere più di otto o nove anni, cominciava ad avere le prime lacrime di rabbia agli occhi. Solo Gibe rimaneva accanto a Mauro e per puro spirito di persecuzione continuava a ripetere che con quell’artificiale si poteva pescare qualcosa di molto più grosso di quel che Mauro avesse mai pescato in vita sua. E successe veramente, incredibilmente. La canna si inarcò all’inverosimile. Pensammo subito che l’ancorina dell’artificiale avesse agganciato un tronco o un ramo, sott’acqua. Invece, lentamente, una gigantesca carpa stava venendo in superficie. Il fratello di Mauro stava per impazzire di emozione, e le sue urla all’indirizzo del fratello incredulo sovrastavano le nostre risate che stavano sfumando in incredulità. “Visto? Guarda! Impara come si fa a pescare…!”, e così via. Il povero Mauro cercava di difendersi alla meglio, e attonito continuava solo a ripetere che era tutta fortuna, solo fortuna… Poi la carpa arrivò verso riva. Doveva essere davvero un bell’esemplare, forse cinque o sei chili. Aveva uno strano movimento, ondeggiante, e non faceva resistenza. L’aveva agganciata sotto la pinna caudale. “L’hai presa per la pancia”, fece Mauro al fratello, “hai trovato un pesce grasso come te e l’hai presa per il posto più facile: la pancia!… un maiale, un maiale come te…”.
“Intanto te non hai mai preso niente di così grosso”, rispondeva il fratello, “perciò puoi stare solo zitto”.
Qualcuno prese un guadino e sollevammo la carpa, portandola sul prato. Scoppiò una nuova, fragorosa risata: la carpa era sì enorme, ma morta da diversi giorni, probabilmente, ed era già in avanzata putrefazione. Mauro tornò raggiante: “Allora? Perché non la prendi sulle braccia per farci una foto?”, disse sprezzante al fratello che, in lacrime, scappò correndo, per sfuggire alla derisione generale, verso la casa colonica diroccata. Ma proprio mentre il sorriso e il buonumore erano tornati sul volto di Mauro, si sentì la voce di Gibe. “Puoi farmela a me, la foto, Mauro? Guarda qui…”. Ci eravamo dimenticati di lui. Aveva lanciato in acqua e tirato su una carpa di tre chili almeno, più grossa di quelle che avevamo preso noi in tutta l’estate. In pochi minuti. Mauro si sedette sull’erba della sponda e si mise un filo d’erba fra i denti. Penso che se avesse fumato si sarebbe sicuramente acceso una sigaretta. Guardava Gibe trionfante con il suo trofeo sulle braccia, con quel ghigno di scherno che conosceva bene e che sarebbe durato per chissà quanti giorni, o mesi forse, tutte le volte che lo avrebbe incontrato. Doveva pensare questo, probabilmente, mentre ritornava galoppando giù per la discesa di ghiaia di gran carriera anche il fratello, alle sue spalle, urlando. “FAGLIELA VEDERE BENE! FAGLIELA VEDERE BENE, GIBE! Adesso prendila te, UNA CARPA COME QUELLA DI GIBE! Adesso VEDIAMO!”…
Povero Mauro. Certe giornate, anche da ragazzi, sono proprio da impazzire.
Ciabatte di plastica e terra fra le dita, punture di mosche e moscerini, pantaloni corti e canottiere di cui alla sera, rientrando in città, con le biciclette, ci vergognavamo un po’, come anche di quelle canne e cassette di attrezzatura in bella mostra sulle biciclette, mentre passavamo la coda delle auto in fila al semaforo sulla statale, alla Grotta Rossa. Ma durava poco. Il giorno dopo all’una e mezza saremmo ripartiti, riforniti di nuove storie e sperando di prendere una carpa più grossa di quella di Gibe.

L’anno dopo fu l’anno del Cognato. Noi avevamo tredici anni, e stavamo cercando qualcuno che ci allargasse un po’ gli orizzonti di pesca. Il Cognato, a tal proposito, aveva orizzonti sconfinati e una fantasia galoppante; non doveva avere più di 26 o 27 anni, il marito della sorella di Carlo, e probabilmente stava cercando qualcuno che lo aiutasse a prendere respiro dagli spazi ristretti del lavoro in fabbrica. Fu insomma un incontro felice, il nostro. La cosa funzionava di solito così. Il Cognato annunciava a Carlo qualche nuova tecnica o posto dove sarebbero successe cose mirabolanti. Noi volevamo crederci, e aspettavamo il fatidico pomeriggio in cui, alle cinque e un quarto, finito il turno di lavoro, sarebbe arrivato a prenderci con la sua 127. L’entusiasmo del Cognato era contagioso. Sapeva presentare anche il più sporco e misero laghetto come una grandissima novità, come – soprattutto – un posto unico, l’unico posto dove si poteva pescare quel determinato pesce. La mappa era sterminata. Di seguito, scoprimmo il Lago delle Tinche, il Lago dei Pesci Gatti, il Lago dei Lucci, il Lago dei Cavedani, e così via. Non dava altri nomi, a questi posti, se non quelli della specie che a suo avviso albergava in maggior misura delle altre lì. Puntualmente, ogni uscita con il Cognato finiva a secco. Non prendemmo quasi mai niente, ma del resto il tempo era così poco, e la sua voglia di spiegare e illuminarci su tecniche ed esche così entusiastica, che per pescare davvero rimaneva pochissimo. A noi non dispiaceva, anzi. Aspettavamo sempre con ansia una nuova proposta, una nuova uscita, e più appariva incredibile, più ci affascinava, anche se immaginavamo che sarebbe finita in niente. Tornavamo poi, con calma, a sperimentare i luoghi e le tecniche che ci aveva illustrato, e a onor del vero qualche volta si dimostrò un buon maestro.
Di tutte le uscite, però, la più demenziale fu quella agli sgombri dal porto di Rimini. Attraverso Carlo, con il consueto cerimoniale, annunciò una battuta agli sgombri dalla palata del molo di sinistra con una tecnica “che non avrebbe potuto fallire”. Dovevamo solo trovarci al solito orario, alle cinque e un quarto, pronti e con lenze e filo da mare, almeno 0.30, perché la mole delle prede sarebbe stata considerevole: addirittura si mormorava di cagnetti, di piccoli squali!, quindi era consigliabile dotarsi anche di un finale di acciaio…!
Quel giorno di settembre, intorno alle cinque e mezza, ci avviammo per la palata di sinistra con le attrezzature da pesca e due secchi. In uno c’era della pastura di sarda quasi fradicia immersa in una lordura nauseabonda. Nell’altro del sangue procurato non si sa bene come da qualche macelleria. Procedemmo con fare circospetto per la palata, con l’idea che forse la faccenda del sangue non era del tutto legale o comunque non sarebbe stata vista di buon occhio. La sarda fradicia emanava un fetore pestilenziale: in macchina, per il tragitto, ne eravamo rimasti storditi. Giunti sulla punta della palata, dove per fortuna non c’era nessuno, il Cognato prese un gran fiondone. “E’ un fiondone per la pastura dei gronghi.”. Il grongo: ecco una nuova specie su cui indagare, qualcosa che meritava addirittura un “fiondone”!…Mi ripromisi che avrei approfondito.
La tecnica consisteva più che altro nel pasturare abbondantemente, nel fare una palla di malsano impasto sanguinolento di sarde fradice e sangue, piazzarla nel fiondone, lanciarla più al largo possibile con gran sanguinare su palata e scogli. “Il sangue”, spiegò il Cognato, “attira gli sgombri, e, forse…”, disse ammiccando,”chissà, anche qualche cagnetto!”.
Dopo un’ora, la punta della palata e gli scogli antistanti somigliavano al set di un film horror. Era sangue ovunque, e anche noi ne eravamo inzuppati per ogni dove, braccia, gambe, corpo… Per lavarci, dovemmo tuffarci dagli scogli. E mentre ci asciugavamo, il Cognato già spiegava cosa non era funzionato e perché, narrando di correnti, di sangue sbagliato, di sarde troppo fradice, di pescherecci che erano passati poco prima buttando lo scarto che aveva attirato via i branchi… Il Cognato non mollava.
Le uscite a bordo della 127 continuarono per qualche mese, anche durante la scuola. Partivamo la domenica mattina o pomeriggio. Ci illustrò la “mazzachera”, la pesca alle anguille con l’ombrello, e la criminale pesca invernale al cavedano con il budello di pollo, e molto altro ancora che non ricordo. E, un giorno, lo spinning, la pesca con l’artificiale, il cucchiaino o il rapala. Roba un po’ da fighetti – e non parliamo poi della mosca, roba da signori…!-, ma interessante, disse. Interessante al punto che divenne la mia pesca, la mia preferita.

Mi capita spesso, le poche volte che riesco ad andare a pesca, di incontrare gente molto competente e agguerrita, gente da cui certamente avrei tutto da imparare. Garisti, gente superattrezzata, gente che non sbaglia una uscita, che se ne torna sempre a casa con il retino pieno di pesci che non mangerà. Attrezzature sofisticate, canne e mulinelli sempre nuovi e perfetti. Gente che non improvvisa mai. Chissà se tutta quella roba serve un po’ per colmare la stessa mia tristezza, quella che forse coglie anche loro, quando arrivano su di un lago o di un fiume a pescare e manca qualcuno, qualcuno che non si sa dove sia andato a finire; oppure qualcuno che non ha più tempo per venire a pesca.
Sono un solitario, e non mi dispiace andare a pesca da solo. Potrei starci ore, giornate intere, lì davanti a tutta quell’acqua, a guardarla. Ma ogni volta, Mauro e suo fratello, Carlo, Gibe e il suo ghigno, le dissertazioni del Cognato, penso che non mi dispiacerebbero. E mi domando dove diavolo sono finiti tutti.
Solita nostalgia, o forse sto solo invecchiando. O tutt’e due.

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