L’ultimo picaro – Cristi Polverizzati di Luigi Di Ruscio
mercoledì, 1 luglio 2009 | Di Luca | Sezione: Profilidi Massimo Raffaeli
Luigi Di Ruscio Uno dei nostri maggiori poeti, nato a Fermo nel 1930, operaio autodidatta, emigrato a Oslo: tra i suoi «sostenitori», Quasimodo e Fortini
Non ha nulla del letterato italiano, Luigi Di Ruscio, eppure e’ uno dei nostri maggiori poeti, senz’altro il piu’ singolare quanto al percorso biografico e alla sua dislocazione. Nato a Fermo poco meno di ottant’anni fa, emigrato a Oslo nel ’57, a lungo operaio metallurgico, Di Ruscio non parla da decenni l’italiano in casa sua ma continua a scriverlo via Internet come per mezzo secolo ha spedito i propri dispacci battendo in solitudine su una Olivetti «lettera 22». Autodidatta, ha trasformato gli evidenti problemi di pronuncia e di ortografia in lapsus d’autore (non dice, infatti «scrivere» ma «iscrivere») e in meravigliose invenzioni linguistiche; ignora, o finge, tutta quanta la letteratura a’ la page ma ha letto i classici, Giordano Bruno, Benedetto Croce, Gramsci, ed Hegel in originale, cosi’ come ha tradotto numerose liriche di Ibsen. Non e’ mai entrato nel senso comune della societa’ letteraria, ha sempre avuto pochi lettori pero’ alcuni sceltissimi che l’hanno sostenuto nella clandestinita’, da Franco Fortini a Salvatore Quasimodo, Antonio Porta, Giancarlo Majorino o, da ultimo, Eugenio De Signoribus, Angelo Ferracuti e Andrea Cortellessa. Formatosi in pieno neorealismo, ha firmato una decina di raccolte (da Non possiamo abituarci a morire del ’53, a Firmum, 1999 e L’Iddio ridente, prefazione di Stefano Verdino, Zona 2008) che si leggono in retrospettiva come parti di un solo poema epico e testimonianza di una ricerca d’avanguardia condotta fuori da qualunque gruppo, in un perfetto assolo. Di Ruscio non distingue nemmeno fra poesia e prosa limitandosi ad affermare che la prima va per le corte e la seconda, invece, per le lunghe. La prosa, per lui, non e’ altro che la dilatazione o la propagazione della poesia, di cui mantiene l’incandescenza ritmica e l’assetto frontale, iterativo e percussivo. Lo dimostra ora l’uscita di CRISTI POLVERIZZATI che richiama la prosa di almeno due libri precedenti, Palmiro (Il lavoro editoriale 1986, poi Baldini & Castoldi ’96) e L’allucinazione (Cattedrale 2008). Non si tratta di romanzi ma di memoriali autobiografici stravolti nello spazio-tempo, plasmati con furia espressionista: tema elettivo, o meglio esclusivo, e’ la sopravvivenza a questo mondo della persona di Luigi Di Ruscio (in un Bildungsroman picaresco dove il protagonista deve superare enormi ostacoli di Storia e Natura) cui corrisponde, in parallelo, la genesi o il senso della sua stessa poesia. Scrive, in apertura: «Ero immerso nelle acque fetali, sono immerso in questa acqua sociale». Complice della propria materia (in CRISTI POLVERIZZATI siamo a Fermo tra gli anni quaranta e cinquanta, prima della fuga a Oslo), lo sguardo di Di Ruscio comporta tuttavia uno straniamento primordiale, perche’ viene portato da fuori e da sotto, vale a dire dall’indigenza economica e dalla subalternita’ di classe. Il ragazzino sudicio che il maestro fascista mette all’ultimo banco vede il mondo come non puo’ vederlo nessun altro, cogliendo la propria esclusione nell’evidenza di un fenomeno naturale; allo stesso modo, l’adolescente disoccupato che nel primo dopoguerra si iscrive al Pci di Palmiro Togliatti conosce un’ulteriore e duplice esclusione: le persone perbene, in paese, lo ritengono un rosso, un sovversivo e un senzadio, mentre i compagni di sezione pensano che sia un poeta blasfemo, un estremista e insomma un anarchico. CRISTI POLVERIZZATI, afferma Emanuele Zinato in uno dei contributi allegati, racconta nient’altro che «la lotta tra la disperata vitalita’ del protagonista e l’insieme delle pratiche di dominio». Ovunque si volga, il giovane protagonista vede paramenti religiosi, crocifissi che si moltiplicano, ora come allora, nel mercimonio e in sordide transazioni. Ma la sua fuga dai quei simboli, i gesti sarcastici con cui li polverizza sono comunque irreligiosi solo nella misura in cui la religione, il fasto liturgico, e’ sinonimo di potere, di ogni potere, e della relativa dogmatica: ha scritto di recente in una poesia che, per troppi individui, Iddio e’ soltanto l’idealizzazione di un Padrone. Per parte sua, colui che chiama «belve religiose» gli uomini di potere ha la sola religione dell’essere al mondo («mi portavo dietro odori di erbe e di terre» ) e del sentire consanguinei gli esseri umani come tali, sempre a rischio di emarginazione, di sfruttamento e, in un mondo armato fino ai denti, ormai di fisica liquidazione. Il lettore che si immerge nel flusso travolgente della sua prosa/poesia sente subito che Luigi Di Ruscio e’ compagno dell’anonimo autore dei Fioretti francescani, di Bohumil Hrabal, di un Ce’line disinfettato dal rancore o del buon soldato vejk, terribilmente candido e dunque micidiale. Chiunque lo legga, avverte che la sua intelligenza delle cose e’ incapace di sublimazione o di ideologia proprio perche’ aderisce fino in fondo al nostro essere qui-e-ora: ed e’ l’intelligenza integrale del corpo da cui scaturisce, per amore di verita’, il suo riso straziante.
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Aggiungo una recensione recente di Giorgio Falco, uscita il 5 febbraio 2010 su «Repubblica» a pagina 52.
Una parola esule che avanza furiosa
Alla fine degli anni Ottanta, volevamo fuggire ventenni dal senso di asfissia per ciò che l’ Italia rappresentava da quando eravamo nati. Un mio amico voleva andare in Norvegia per fare il magazziniere, vai lì, fai il magazziniere, e le tue cose. Il problema non era solo trovare lavoro, imparare il norvegese e le parole necessarie per lavorare in magazzino. Il problema principale era e le tue cose. Cosa volevamo diventare? Non lo sapevamo, l’ unica cosa che avremmo dovuto fare ai quei tempi era scappare, ma non l’ abbiamo fatto, ci siamo dispersi qui. Questa vecchia storia su Oslo mi è tornata in mente durante la lettura di Cristi polverizzati di Luigi Di Ruscio (Le Lettere, pagg. 317, euro 25, introduzione di Andrea Cortellessa, interventi di Emanuele Zinato e Angelo Ferracuti), un libro che è, contemporaneamente, romanzo, diario, affresco autobiografico, memoriale storico, testimonianza. Di Ruscio è nato giusto ottant’ anni fa a Fermo ma vive a Oslo dal 1957, dove ha lavorato in una fabbrica metallurgica per trentasette anni. Dopo un’ infanzia segnata dal fascismo e dalla guerra – «noi del 1930 ne abbiamo fatte pochissime ma ne abbiamo viste praticamente tante» – Di Ruscio ha esordito nel 1953 con la raccolta di versi Non possiamo abituarci a morire, opera che ha suscitato l’ interesse di Fortini, più volte evocato tra le pagine di Cristi polverizzati. Poi una prima fuga in Svizzera e infine, dopo un breve ritorno, la Norvegia: «Io sognavo di emigrare lontanissimo e per sempre». Dal suo esilio di Oslo ha scritto soprattutto poesia. Ma è del Di Ruscio narratore che qui occorre parlare, lo stesso che Calvino ha accostato a «Celine, per la volontà di scaricare nel flusso di parole una cupa aggressività». La prosa di Di Ruscio ricorda il rugby, le migliori azioni alla mano: è una lingua armoniosa nell’ avanzata furiosa, procede con percussioni, a folate, attraverso piccoli passaggi all’ indietro che la compattano pur aprendosi allo stupore di infiniti rivoli digressivi, lingua che è lotta e si divincola da se stessa, impossibilitata ad accontentarsi della frase, si frantuma nei placcaggi, nelle mischie, quando il pallone sembra bollire sotto la superficie dei corpi, perdersi dentro di essi, ma proprio in quel momento, quando pare tutto perduto – e forse lo è – la lingua si ricompone, con guizzi, aggiustamenti, scossoni e buffetti, quasi carezze, che fanno riemergere, per un istante, l’ ovale. E poi riparte, condannata a espandersi, felice comunione musicale, jazzata, sintesi tra poesia, tradizione orale, talento naturale, espressione vitale con ciò che potremmo definire l’ alfabetizzazione di una resistenza, della Resistenza: «L’ alfabeto era in mano ai proprietari terrierie ai preti addetti alle proprietà», scrive Di Ruscio, e aggiunge: «Una classe che le storie non le ha mai scritte e non le ha mai inventate». Una lingua corale, epica, “sprocedata”, per usare una sua definizione: procede come un esproprio vivifico ed è data perché conquistata attraverso il dolore dell’ esperienza, dei corpi umani e animali, il dolore dei cristi di gesso venduti dall’ ambulante Moscatritata, in una già inospitale Milano. Cristi polverizzati è il fascismo italiano e i suoi esiti duraturi, gli anni Cinquanta e oggi, l’ esistenza individuale di un artista inconciliato, dallo sguardo lucido, spietato anche con se stesso: «Non sono riusciti a brutalizzarmi completamente, non abbiamo scelto niente, essere fascisti era come essere italiani». Ma per nostra fortuna Di Ruscio ha scelto, e ci ha indicato quanto possa essere tortuosa la formazione di un artista: «Uno non nasce poeta, diventa poeta sapendo approfittare delle smagliature della rete metallica». Cristi polverizzati ci ricorda quanto sia decisivo, faticoso e al tempo stesso premiante l’ aderenza tra vita, esperienza e scrittura, per trovare piccoli varchi, spazi in cui incidere o, per dirla alla Di Ruscio, “iscrivere”. Questa lingua esule, sopravvissuta nella lontananza, è anche il risultato di mezzo secolo norvegese: trentasette anni di ritorno dalla fabbrica, i contorni delle cose a fine turno in bicicletta, giorno dopo giorno, i parabrezza gelati o la meraviglia delle linee bianche tratteggiate, la luce lunga dell’ estate sui muri, il felice rinnovarsi della scrittura, verso casa, la vita, e non solo.