Giovedì, 9 Febbraio 2012

A proposito di Ulisse

lunedì, 20 luglio 2009 | Di | Sezione: Scritti inediti

di Cristian Sesena

Cronaca un po’ inventata un po’ veridica della lectio magistralis del prof Carlo Magris tenutasi domenica 3 luglio 09 nell’ambito delle iniziative promosse dal comune di Reggio Emilia per la “ Settimana della Fotografia Europea”

Come ogni domenica il signorino C. si alzò relativamente presto. E subito si avventò come un piccolo cucciolo di lupo a fare colazione. Spalmare marmellata su una torta al cioccolato, addentare contemporaneamente una fetta di crostata all’uva; la colazione era un atto di vandalismo e di ribellione contro la linea e il girovita, ma essenzialmente rivolto alla titanica sfida di dover vivere presentemente una nuova giornata. Sua madre intonava la solita cantilena per la quale automaticamente azionava l’orecchio selettivo. Giunto nel bagno per farsi la barba, accese la radio e subito si scoprì ballare alle note di una insulsa canzoncina.
La vestizione fu complessa e come sempre gli accadeva riuscì ad infilare una giacchetta assai minimale, ossia adatta al ministro Brunetta qualora lo stesso avesse gradito, in quella soleggiata giornata di festa, uscire a spasso e aggregarsi ad un gruppo di debosciati teen agers di 16 anni potenziali frequentatori di futuri e rari concorsi per un posto all’agenzia dell’entrate. Uscito dal condodomio popolare si accorse subito che l’aria era insolitamente calda. E che la sua auto nera la rendeva ancora più insolitamente calda. E che era cominciata l’era in cui la frase “ Hai sentito che caldo fa?” avrebbe fatto da riempitivo a tante conversazioni rachitiche. Il bar era pieno di personaggi in ozio, e il barista Giovannone sembrava dietro al banco una specie di totem semovibile. Bevve distrattamente il suo caffè e per un attimo sentì la fretta scorrere lungo la schiena come una carezza di morte. Non poteva avere fretta anche domenica mattina alle 10.15, quando l’unico impegno che lo attendeva era assistere ad una conferenza nell’ambito delle iniziative per la Settimana della Fotografia Europea. Si fermò fuori dal bar lievemente alterato e confuso. Uno sciame di ciclisti tutti uguali e tutti con la pancia quasi quasi lo travolse. E nel cielo azzurrissimo e compatto echeggiò un’irripetibile quanto si spera innocua maledizione.
“Perchè mai devo avere sempre l’ansia per delle cose da fare anche se non sono gravose? Perchè debbo aver sempre fretta di fare per poi rimanere senza nulla da fare, per poi annoiarmi e fare disastri? Come stanotte! Fino all’una e trenta a inviare mails a quella là che palesemente non ne vuole mezza, facendo la figura dello psicopatico per poi rendermi conto che posso spiegare in parole mie la Critica della ragion pura, ma se uno non ci arriva o non ha interesse ad arrivarci mica la comprende? Potevo andare al cinema. Potevo leggere l’ Internazionale. E invece no. Mah!”.
Si passò una mano nei capelli ( che, piccolo dettaglio, non aveva) e si avvicinò al centro.

Reggio Emilia non è propriamente una città nota. Qualcuno certo la conosce anche da fuori ma non credo penserebbe di portarci la sua bella per una vacanza. Arrivando da Parma ci si imbatte subito in una rotonda che presenta una strana scultura, la ormai arcinota rotonda di Mazinga. E’ come un’ immensa folgore metallica che Giove deve aver scagliato un giorno che gli giravano parecchio storte e che si è conficcata nel terreno, pare fortunatamente senza fare grossi danni. Non è una bella città Reggio, ma al signorino C. è sempre piaciuta tanto per il suo fare spiccio e materno, per essere davvero donna dell’Emilia, che, spesso sciatta, sa anche sedurti al momento giusto con un fascino casereccio non privo di raffinatezza. Quella domenica la città pullulava di persone in palese divisa da turista: bermuda, tracolla e sandali.
Il signorino C non amava i sovraffollamenti e gli ingorghi umani che lo obbligavano a prendere strade diverse o a scansare signore: era solito camminare dritto e veloce con una discreta agilità.
Rimase sorpreso di questa vitalità inattesa che comunque gli sembrò una vitalità positiva, creata dal dono inconsapevole di persone belle che contribuivano alla vita della città con qualche stilla della loro passione. Subito però rimane alquanto pietrificato dal notare come molti avessero una pesante macchina fotografica al collo e la usassero pure, a volte per fotografarsi a vicenda. Si arrestò davanti all’ingresso della farmacia centrale, meta immancabile delle sue gitarelle, ad osservare una signora che, cappello in testa, e macchina fotografica fra le mani, mirava un signore nei pressi dell’edicola, che a sua volta, sentendosi nel mirino, in un batter d’occhi impugnava la sua nikon e la rivolgeva verso di lei. Attimi di tensione indicibile, degni di un film di Sergio Leone. Alla fine con sua buona pace, scattarono e tutto finì con un sorriso complice di chi condivide segretamente una perversione innocente e segreta. Arrivato in piazza notò come il tendone che ospitava l’evento avesse la forma di un deltaplano enorme e come fosse straordinariamente in anticipo sul tempo previsto. La fontana nuova era circondata oltre che dalle poltrone gialle, da bambini di ogni taglia che vi sguazzavano dentro con le biciclettine con le rotelline. Mancavano all’appello i getti eiaculatori possenti che ne facevano una attrazione freudiana per donne e uomini di ogni età e inclinazione.
Si mise a sedere in esterno per avere le vie di fuga libere. Ragazzi stile rap facevano strani versi nel microfono per provare l’audio. Il sole inondava l’asfalto, vi si rovesciava sopra come oro e sembrava davvero una di quelle domeniche mattina che ognuno di noi si porta dentro come stereotipo o come calco con il quale si spera di avere occasione di rimodellarne altre in futuro.

Pian piano ogni posto fu occupato da una umanità varia e straripante. Gli assessori Sig. C e Sig. S si misero in piedi ai due lati del catino, a controllare compiaciuti il popolo accorso all’evento voluto e promosso dalla loro giunta ormai in uscita e mai, come in questo anno, a rischio di non riconferma per il proliferare di liste civiche e cavalli nobili di ritorno.
La lezione finalmente iniziò.
E quel che il professore introdotto dal professore disse ognuno se lo prese, lo fece suo per quanto poteva, per quanto gli piaceva, sotto il tendone, assediato dal sole. E dalla primavera.
Il sig.ino C. comprese che non ci può essere vita senza viaggio e viaggio senza un’odissea. Rimase colpito dai versi di Umberto Saba “ Della vita il doloroso amore.”, colpito da come quel momento veniva inciso a freddo da quelle parole.
Lui prediligeva la stasi che non dava mai colpe o meriti e aveva il merito di diluire la vita in un enorme bicchiere colmo di istanti. Si chiese reclinando il capo all’indietro, proiettando il pomo d’adamo verso il palco, se nella stasi poteva esserci un viaggio. Immaginò una barca di legno sfidare l’orizzonte e vide le colonne alte come le twin towers comparire lente, emergere sempre più erette e turgide. Il mare era gonfio e arrabbiato. Era solo sulla barca o c’erano altri? Aveva le carte giuste fra le mani dove individuare quelle due torri e vedere oltre cosa c’era? Già cosa c’è dopo un minuto e oltre…pensò, mentre il pomo d’adamo si muoveva su e giù ingoiando saliva e facili risposte.
Avrebbe voluto fare una fotografia. Ma al collo aveva la solita tracolla con dentro mille oggetti utili alla sua sopravvivenza. Non aveva mai posseduto una macchina fotografica. E francamente non sapeva se, da Ulisse sbadato quale era e si sentiva, lì ritto sulla barcarola, qualora l’avesse avuta, si sarebbe ricordato di portarla.

Cristian Sesena fa di professione il sindacalista presso la CGIL Reggio Emilia. Ha 35 anni ed è laureato in filosofia presso l’Università degli Studi di Bologna. Ha pubblicato la raccolta di poesie Filmografia Essenziale per la Casa Editrice il Foglio di Piombino. Un suo testo poetico compare nel “Il sentiero delle fragole. Poetico diario 2006” edito da Lietocolle. Ha ultimato la sua seconda raccolta in attesa di pubblicazione Uscita Consigliata e la plaquette Viaggio di Sera.

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