Venerdì, 3 Settembre 2010

Del sonno fu profondo il mentire

martedì, 11 agosto 2009 | Di Luca | Sezione: Scritti inediti

di Giuseppe La Licata Mannino

Alla chimica silente del barbiturico testardo
affido il canto del mio sonno
che il germogliar della veglia fu ostile assai
alle gambe mie di sciolto cavallo
che inseguì la gonna del tuo pianto
che trangugiò dell’avena l’insofferenza
che consegnò dell’Icaro le ali al tempio
che sentì del calpestio le ceneri notturne
che a terra al fin di lunga corsa
al suolo schiantato rassegnò il suo corpo
appeso putrefatto ai ganci delle macellerie al bosco
ora a tranci svenduto alle dentiere tristi di
quelli che un tempo scolpirono ai tuoi fianchi
sorrisi di scontrosa amicizia
come bende d’incanti maldicenti
carezze d’ipocrita artiglieria
siringhe suonanti follia di versi.
Che ancora dell’occhio tuo stordito
ne riconosco il pianto
che fu dono d’amore violento al vento
del mio stesso dolce rimpianto

Che fu traccia e cordone di periferie di corse
senza morso o senza inganno
Che fu del mio stesso palmo scrittura di racconto
quando dell’ombra ai larici e ai pioppi
ci scaraventammo delle lacrime al mare
ci consegnammo al bersaglio della meteora infuriata
che ancora brucia la pelle del polmone
che del respiro inganna dell’ossigeno le sorsate.

Quando ancora senza schegge di tregua
ci abbandonammo della preghiera le mani al bimbo
che incise nel tremolio del segno la nostra fratellanza
il tenue destino d’inseparabile incanto
come solo a due nuvole di bianco schiumare
è dato al cielo la sopravvivenza
custodia di segreti e di sozzezze immonde che solo
dallo sverniciato orizzonte giù alla Terra
ci è concesso ancora vomitare quando scolora
il finto tramonto della boriosa allegria di un Tempo.

Che non conosce del vino alla puttana il vanto
e tra le cosce aperte del sorriso al sesso invita
il musicar dei prati e della rugiada l’umore ottuso
del seme dell’aborto.

Solo così mi consola alla posologia notturna
la compressa azzurra che con te divido
per quel vano sprofondare dell’abbraccio in finto sonno
sperando ancor di conservare al salvadanaio
gli spiccioli arrugginiti del mio sogno.

Che non si dica ai figli miei che del desiderio
ho profanato il senso
Che non si dica alla portiera del mio cuore
che coltivai l’infarto
Che non si dica ancora delle dita tranciate a salve
ora alle serre del campo di frumento inchiodate
del sottrarsi alla gioia del nutrimento al mare.

Che non si dica che del mio sesso non si conobbe del piacere l’antro
e che da altero imperatore galoppa dei mulini l’abbraccio
e il rotolar nel letto dell’amore il Santo.

Che non si dica alla compagna
che del tradimento ancor si vanta
della ferita mia imbrattata a marchio di sangue
Perché l’orchestra ha della partitura alle righe serbato
l’antica fattura della favola il mago
di questa mia vita sparpagliata e furibonda
che consegno ora al sonno del mio letto trafitto
da lame di verbi insulsi
Che solo di sussurro è dato il merletto
della carrozza in compassione
come stuolo d’ali che agli angeli ladri hanno rubato
artigli e piume e non meno divini sorrisi

27/01/2009

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