Venerdì, 3 Settembre 2010

Primavera trionfante. Una storia western

mercoledì, 12 agosto 2009 | Di Fabio | Sezione: Scritti inediti

di Fabio Orrico

Si era trovato solo, nella campagna ravennate, in quello che ricordava essere il primo giorno di primavera. Aveva parcheggiato sul ciglio della strada ed era sceso dall’auto per godersi il sole e il vento, magnificamente discreti. Lì accanto c’era un bar. L’unico indizio a qualificarlo come tale era un’insegna di gelati Algida, accostata al muro, accartocciata e quasi interamente divorata dalla ruggine. Sotto una tettoia c’erano sedie con la maglia di plastica, disposte senza nessun ordine logico. Era entrato e aveva ordinato un caffè. La barista doveva essere russa o ucraina, più o meno vent’anni, niente di speciale ma più che sufficiente a mandare fuori di testa il vecchietto che beveva un amaro al bancone e non smetteva di farle domande, chiederle cose. Anche lui si era accostato al bancone e mentre la ragazza si dava da fare intorno alla macchina lui aveva estratto il cellulare e si era messo a registrare i rumori del bar, compresa la litania autobiografica del vecchio. La modalità registrazione era annunciata, sul display del cellulare, dal disegno digitale di due bobine che giravano. Era impossibile cavar fuori qualcosa dal discorso di quel tizio. Parlava un dialetto troppo stretto per lui che era del posto, figuriamoci la barista. Sorseggiò il caffè cercando di capire qualcosa. Aveva appoggiato il cellulare sul bancone, poi era andato a sedersi a un tavolino, aveva preso un quotidiano, lo aveva aperto alla pagina degli spettacoli, aveva sbadigliato, aveva aspettato che il caffè si intiepidisse perché odiava le cose bollenti. La barista annuiva al discorso del vecchio ma ero ovvio che non provava il minimo interesse. Eppure c’era della simpatia sincera negli occhi di lei. O forse era semplicemente il sollievo di avere un lavoro. Il vecchio si staccò improvvisamente dal bancone, lui non avrebbe saputo dire se il discorso era o no terminato. Sparì in un altra stanza. Dalla sua visuale si riusciva a scorgere l’angolo di un tavolo da biliardo. Pochi secondi dopo arrivò anche il rumore di una palla che urtava un’altra palla. La barista lucidava qualcosa che lui non poteva vedere, oltre il bancone. Era bionda, pallida e portava occhiali senza montatura. Pensò che seria sembrava una bambina e che quando sorrideva acquistava immediatamente un’aria adulta. Pensò anche che se lei non gli avesse chiesto esplicitamente di ordinare qualcosa, lui avrebbe potuto restarsene lì facendo finta di leggere il giornale per dieci minuti o un quarto d’ora e finalmente smettere di pensare. In quel momento entrò una guardia giurata. Camminava a gambe larghe, come dopo una lunga cavalcata. La pistola al fianco si segnalava immediatamente come qualcosa di incongruo. A parte questo era sulla quarantina e aveva un sorriso mansueto. Chiese alla ragazza se andava tutto bene. Lei fece cenno di sì con la testa. La guardia giurata teneva il cappello in mano. Si guardò intorno ma non fermò lo sguardo su di lui. In effetti non sembrava cercare nessun genere di informazione sul luogo che lo circondava. Era semplicemente un gesto. Se avesse spostato una sedia da una parte all’altra del locale sarebbe stata la stessa cosa.
Lui si disse che fuori da quel posto c’era la giusta quantità di rumore, nè troppo nè poco ed era tutto rumore in gran parte proveniente da alberi e campagne. Le automobili restavano isolate, come chiuse in una cornice.
La barista versò qualcosa da bere alla guardia che in quel momento gli stava dando la schiena e non gli permetteva di vedere cosa la ragazza stesse versando nel bicchiere.
Questo è il tipico uomo capace di bere liquore a quest’ora del mattino, pensò lui. E invece, quando la guardia prese il bicchiere in mano e fece per girarsi verso la sala, lui si accorse che stava bevendo un succo di frutta. Le bobine digitali stavano ancora girando. La camicia della guardia era leggermente alonata sotto le ascelle. Ogni volta che si voltava verso la ragazza lei gli sorrideva con un che di triste e dolce insieme che, lui pensava, poteva essere lo spunto per una storia. Fuori la luce era accecante. Il vecchietto dava notizie di sè di tanto in tanto, facendo risuonare le palle del biliardo, come fossero il codice di un sopravvissuto. Lui stese le gambe e fissò il soffitto. Sulla sua testa ragni lentissimi e precisi amministravano i loro cantieri. Tutto questo nella sua registrazione non ci sarebbe stato.

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2 commenti
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  1. La letteratura è la dimostrazione che siamo vivi.

  2. Tra le fissazioni cinefile e il grande Cormac McCarthy, una eco dei possibili in una periferia onirica e ugualmente realissima. Poi tra le righe lo scoppio della poesia. Leggere Fabio Orrico è linfa per i nostri neuroni assuefatti al chiasso. Nelle sue storie c’è la giusta quantità di rumore, né troppo, né poco.

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