Tre Rimbalzi
venerdì, 14 agosto 2009 | Di Luca | Sezione: Scritti ineditidi Cristian Sesena
Sabato 1 agosto 2009
La Ben Yeuda è una strada senza fascino dritta come tutte le strade di TEL AVIV, che appare anch’essa, ad un occhio disattento, un reticolo perfetto di angoli retti e prevedibili. Si può svoltare ovunque senza perdersi mai davvero. Per perdersi bisogna socchiudere gli occhi e volerlo sul serio.
Il mare le è contiguo ma non troppo, il cuore glamorous della city luccicante resta pure un po’ troppo distante per accarezzarla. C’è un chiosco putrido che vende formaggi e gnocchetti tutta la notte. Il cemento grigio dei palazzi pare rubarle il poco ossigeno risparmiato dallo smog del traffico. Non mancano i ristoranti e i pub alla moda. Ma sono come ginestre abbarbiccate su un’anonima pietraia.
Yizac l’aveva scelta perché il suo ambulatorio per malattie sessualmente trasmissibili doveva sì essere in centro, ma nel contempo mantenere la giusta discreta distanza dai posti più frequentati. Quella mattina di agosto decise che avrebbe ripulito la terrazza dai resti organici del party dato in onore della sua solitudine. Da quando il suo ultimo ragazzo se ne era andato, era davvero rimasto solo con i suoi cinquanta anni, e se la passava cosi, facendo cene e feste a cui invitava di tutto, e dalle quali si defilava da subito, accontentandosi di coprire il silenzio che gli cantava dentro con un concerto di voci estranee.
Aveva più di una volta pensato di buttarsi di sotto nel bel mezzo di una di queste serate senza odori, neutre come il sapone che usava per lavarsi le mani, dopo le visite. Molti bei soldati frequentavano il piano terra della sua casa. Molti casi di sifilide fra i militari che passavano giornate interminabili nei check points, corrosi nei giovani nervi da un’ansia che era attesa di un cataclisma dovuto. Manteneva sempre con tutti un atteggiamento professionale e distaccato. Quell’esuberanza virile acerba e sbrigativa che rendeva agli occhi di molti turisti omosessuali, i maschi israeliani tra i più belli del mondo, lo lasciava pressoché indifferente. Non c’era odore o forma, o bellezza intransigente e inattesa che potesse in lui allontanare la tentazione di cadere dalla terrazza nel bel mezzo di una delle sue cene raffazzonate a base di melone, formaggio bulgaro e alcool a fiumi. Non c’era soldato impacciato, timoroso di mostrare le sue piaghe, che potesse cancellare dalla mente l’immagine del suo Avy alle prese con i biglietti della multisala da strappare, vestito da Pluto o da Shrek a seconda della serata a tema. L’amore per un ragazzo di venti anni e l’amore per se stessi a venti anni. E’ nostalgia di una vita che non sentiva il debito di sonno e di conferme. L’amore per Avy era un atto di supremo autoerotismo verso la carcassa di un sé che più non si riusciva a intravedere nello specchio. Volse gli occhi verso il mare. Faceva già caldo, e presto le spiagge cittadine sarebbero diventate una bolgia. Lo Shabbat a Tel Aviv era solo un rispettoso abbassare le luci sulla scena che rimaneva sontuosa e barocca. La religione dello svago celebrava sontuosi baccanali in quel giorno urticante e sacro.
Nulla a che fare con Gerusalemme che in contemporanea stava già morendo ingessata in abiti neri e cappelli e buffi riccioli alle tempie. Sarebbe morto si, ma avrebbe deciso lui quando. Rimandare gli appuntamenti negli ultimi mesi del resto, era diventata un’abitudine.
Non quel giorno; ancora una festa, una cena, un party on the roof da preparare, ancora uno.
Al Messa lo Shabbat non aveva grandi sostenitori. Forse lo stesso nome del più trendy ristorante della città aiutava un po’ tutti a tener lontani i sensi di colpa. Or prese servizio a mezzogiorno. Aveva dormito poco, il matrimonio della sorella, l’arrivo del fratello gemello da New York, da alcuni giorni lo riempivano di adrenalina. Ovviamente non era aperto al pubblico e bisognava ordinare la sala e riassettare un po’ ovunque, a partire dal bar che era in condizioni pietose. Miliardari russi vi avevano bevuto e sudato fino a pochi attimi prima.
Odiava fare il cameriere. Lo faceva come tanti della sua età che, finito il militare, volevano laurearsi. Odiava servire. Le parole promozionali del piatto del giorno gli erano dure come un sermone
Odiava essere oggetto di attenzioni per la sua bellezza cbe nessuno tralasciava di notare. Il suo fisico imponente, la sua risata energica e i tratti geometrici del volto uniti a due occhi neri enormi, lo rendevano prototipo di bellezza locale.
Alcune volte a qualche cliente aveva fatto visita, specie se si trattava di un turista. Un paio di ore e un buon supplemento di mancia. Non si prostituiva. Accettava regali. Tutti gli sbavano addosso e lui sbavava per qualche shekel in più. Ma con alcuni c’era andato per piacere. Provava un sottile delirio di narcisismo nel sodomizzare tedeschi e francesi, nel vedere quei corpi depilati e costruiti, soccombere ai colpi implacabili del suo bacino. Non aveva molti soldi Or. Ma voleva la sua laurea in Comunicazione e Marketing. Voleva svoltare. Trovare un fidanzato. Viaggiare. Amava la sua famiglia e il matrimonio di Jenni sarebbe stato bellissimo e pieno di gioia. Scrisse su facebook quella mattina: Full of love for my sister.
Mentre sfregava il tavolone di marmo con lo straccio il cellulare squillò annunciando un sms. Un corteggiatore italiano, l’ennesimo, chiedeva una visita in serata. Forse sarebbe andato prima della festa in quel locale nuovo dove avrebbe incontrato gli amici di sempre e dove aveva ballato due settimane fa fino all’alba rischiando il licenziamento, perché al Messa non si può prendere servizio se si hanno le occhiaie.
Dal vetro oscurato filtrava un sole prepotente. Vide la spiaggia anche se non poteva vederla. E la desiderò. Odiava servire. Odiava sfregare il marmo e misurare la distanza con il righello fra piede del bicchiere e tovagliolo. Odiava lavorare. Soprattutto a due giorni dal matrimonio di Jenni, soprattutto di sabato.
A.M. P.M. Di Nordau Street metteva in sconto le barrette energetiche e per 30 shekel di spesa regalava una bottiglia di acqua. July si era imparata a memoria la poesia del giorno e aveva appoggiato il suo sedere in cassa alle 3 di mattina. Come ogni mattina, Shabbat incluso. Finito quel turno si sarebbe fatta tutta la Dizengoff di corsa per prendere l’autobus e tornarsene a casa a studiare. Faceva medicina. Le sue origini erano etiopi. Era nera. La legge del ritorno l’aveva sfruttata suo padre e non era stato facile lasciare l’ Africa. Umiliante poi vivere in un paese che non ti vuole. Ma a scuola se la cavava bene in barba a tutte le bamboline bionde askenazite e così aveva provato la carta dell’università. Non era certo messa male come Noel, la collega nera pure lei, per la quale quel lavoro era l’unico che fosse riuscita ad avere e oltre alle casse di banane marce da spostare e le scadenze degli yogurt da controllare, non sarebbe mai andata.
La notte era stata intensa. Molte ragazze in tacchi alti erano venute a comprarsi un succo di frutta e le sigarette. Le aveva sbirciate china sugli scaffali delle merendine, invidiando un po’ della loro smaltata libertà. I taxisti della stazione Nordau avevano dato una festicciola e preso dolci e vini di pessima qualità. Era passato poi il Granpa: un vecchio che era solito trascorrere le sere a battere nel parco dell’Indipendenza e che, finito la perlustrazione dei cespugli, veniva a prendere il latte. A volte seguiva qualcuno che aveva intravisto fra gli alberi fino al supermercato, si toccava il pacco e se ne andava, dopo averlo spaventato a dovere. July osservava e non dava quasi mai confidenza a nessuno: scontrino, resto, omaggio e arrivederci. In quelle ultime sere si era fatta però un amico. Un italiano in vacanza, sui trentanni, riccioluto e con un gran sorriso, che parlava un inglese stentato e buffo. La prima volta che attaccò bottone pensò ci stesse provando. Comprava sempre sigarette e succo di kiwi o di pompelmo. Ma quando lo vide arrivare inseguito dal Granpa e gli guardò per sbaglio le all stars interrate, capì che veniva anche lui dal parco dell’Indipendenza. Si sentì sollevata. Per lei, lesbica nera militante, la corte degli uomini sudaticci era un fastidio davvero da evitare. Si era presentato anche quella notte, e si era preso il solito succo al kiwi in bottiglietta. Le aveva chiesto dei suoi turni, e del lavoro lì dentro, sembrava sempre molto interessato ai suoi orari. Ma l’aveva fatto con un occhio mentre con l’altro fissava il cellulare da cui tentava con la destra di digitare un messaggio, mentre la sinistra le porgeva la carta di credito. Pensò che spesso lo aveva visto armeggiare con il telefono, meccanicamente, nervosamente, quasi scrivesse SOS. I gay hanno un rapporto terribile con il telefonino. Permette loro di dire cose che a quattrocchi non sanno dire. I gay? In generale tutto il genere umano ormai si nasconde dietro 150 caratteri. Molto semplice non guardare in faccia un rifiuto o un assenso. Meglio mediare, meglio schermarsi, pensò. Le scorte di acqua in omaggio stavano per terminare. Dall’altra parte della strada Cup of Joe era pieno di vecchi in distesa che addentavano Bagels e bevevano caffè freddo. Entrò un ortodosso grasso e sudato che lanciò una maledizione contro A.M. P.M.. Aveva una specie di lenzuolo sulla spalla e la Torà in pugno. Venivano ogni tanto durante lo Shabbat e, dopo aver biascicato anatemi, sputavano davanti all’ingresso prima di andarsene. Le sembrò di riconoscere in questo grassone un tizio che come un pazzo aveva visto camminare per il parco dell’Indipendenza di notte. Inseguito dal Granpa. Era uscita a fumarsi una sigaretta dopo aver litigato forte con la sua responsabile. Non le voleva cambiare l’orario e lei doveva sostenere l’esame di anatomia.
La cosa la divertì: essere frocio ed ortodosso doveva essere peggio di essere nera e donna in un paese di bianchi. L’acqua in promozione intanto era finita. La filastrocca perse subito l’ultimo verso.
Aveva comprato il melone da A.M.P.M e una bottiglia di Porto. Faceva un caldo asfissiante e entrare nel supermercato era stato come varcare le porte scorrevoli del paradiso. La nera alla cassa lo aveva guardato storto ed aveva dato segni di insofferenza quando ci aveva messo un po’ piu’ del dovuto a trovare la moneta. Si sentì di colpo goffo come la vecchiaia che lo faceva sudare e ansimare. Gli venne l’assurda tentazione di andare a vedere se nel carnaio di corpi che di sicuro affollavano la Hilton Beach ci fosse pure quello di Avy. Si vergognò come un ladro, quando si accorse che la guardia addetta all’antitaccheggio lo stava fissando. Pareva fosse riuscita ad andare oltre la sua pelle, e leggergli dentro, il cuore pulsante della sua sciocca volontà. Il sorriso che gli fece confermava questa sua imbarazzante intuizione. D’improvviso capì che non era serata quella per un altra festa di sconosciuti. Non ne aveva voglia. Non aveva voglia di cucinare per 6 o 7 anonime coppie di iniziali. Forse era proprio la sera giusta per fare il salto dal tetto. E non era necessario che quel volo avesse degli spettatori. Camminava lungo la Ben Yeuda infuocata macinando pensieri che parevano mutarsi in perle di sudore sulla fronte e lungo la schiena. Ormai era tardi per mandare tutto all’aria. Li aveva già invitati, avevano già confermato. Ad un certo punto avrebbe detto: “ And now, I wanna dance tutti a balare!” e li avrebbe costretti a togliersi da casa sua e dirigersi in qualche locale. Ce ne era uno molto in auge che apriva al calar del sole. Il pensiero di aver trovato una fragile mediazione coi propri fantasmi gli fece rallentare un po’ il passo e arrestare la sudorazione. Al chiosco i ragazzi coi piedi sporchi di sabbia addentavano panini e schifezze. Il sole spruzzava colori sulle nuvole come un impressionista esperto. Le nuvole a Tel Aviv non si spostano mai veloci. Sembrano solide, hai quasi l’impressione di poterle agguantare. Poi d’improvviso non ci sono più e il cielo torna pulito come la pelle di un dio.
Ad Avy piaceva quel posto. Ci si fermava quando tornava dal lavoro a notte fonda, prendeva delle pizzette unte e poi saliva. Lo investiva di parole e del suo odore. Facevano l’ amore senza mai aprire gli occhi. Dove era finito ora? Si accorse che non riusciva più a sentire il suo odore. La borsa cadde sull’asfalto, ma la bottiglia di Porto non si ruppe. La vita gli rimbalzava a volte. Fra i ricordi e in mezzo ai piedi. Come una palla.
Or sgattaiolò via dal ristorante come una furia. Manco salutò i colleghi. Con i sandali, la cannotta, e i pantaloni da basket blu si diresse verso Hilton Beach. Lo attendevano un gruppo di amici. Un bagno al tramonto era quello che ci voleva. Già che c’era sarebbe passato a vedere l’ italiano che dalla notte prima lo tempestava di messaggi. Risiedeva in Hayarkon Street ed era comodo. Dalla Web Cam sembrava carino, anche se un po’ assillante. Ma che importava, in fondo non doveva certo sposarlo. A sposarsi era Jenny con Nathan e mancavano solo due giorni alla festa. Non si sarebbe fermato da lui per più di un paio d’ore. Poi avrebbe raggiunto Oren e Melis e sarebbero andati al Redaz. Così. In scioltezza. Perché la vita poteva sapere solo del sale del mare. Non aveva tempo di farsi domande. Non ne valeva la pena. Un bagno, una scopata, un kebab e quattro salti. A militare una volta aveva rischiato di finire sotto un razzo ad Ashdorod. Un suo commilitone ci aveva lasciato un occhio. Non aveva mai perso troppo tempo ad amare il suo paese né a capire se gli Arabi fossero tutti degli usurpatori di terra, dei martiri o degli scansafatiche. Del militare ricordava le sere a fumare e bere sotto la luna. Le foto con i bambini degli insediamenti. Sua madre che telefonava e piangeva. Le seghe fatte sotto le tende. Per Or non c’era da andarseli a cercare i problemi che tanto arrivavano da soli, bisognava solo cercare di accontentarsi ed essere sereni, sciolti. La sua risata enorme, tonante, bellissima era la sua dichiarazione di intenti. Bastava un bagno al mare dopo il lavoro, una bella trombata, una festa in discoteca. La vita è ciò che noi decidiamo che sia, vita.
“ Dai ci penso. Sono Molto stanca, ho appena finito. Devo studiare un po’..”
July non se la sentiva di prendere impegni per la serata. Correva verso Arlov Street con la certezza ormai di aver perso l’ autobus. La sua amica Ellen però insisteva:
“Ma July dai ci saremo tutti. E’ Vanilla party! E poi prima di cominciare con la musica ci sarà un dibattito con una psicologa di Haifa su come dirlo ai genitori. Tu non volevi dirlo a tua madre?”
“ Ellen non credo che per dirlo ai tuoi serva un consulto con una strizzacervelli. Comunque se ci vengo mi vedi. Ciao!”
L’autobus le passò davanti irriverente.
“Fanculo!”
Si mise a sedere su un bidone della spazzatura. Donne con i teli da mare, e strani centauri su strani mezzi a due ruote passavano per la strada. I bambini ortodossi con addosso camicioni bagnati e la kippah nera marciavano come piccole formiche guerriere. Una vecchia barbona curva come un arco teso, raccoglieva dai bidoni bottiglie di plastica, da portare in cambio di poche monete, all’inceneritore.
Pensò a sua madre che faceva ancora le pulizie all’aeroporto ed ogni tanto si sbagliava e andava a spazzare anche le corsie del Dutie Free. Le piaceva lavorare anche se a 57 anni cominciava ad essere pesante. Lo stipendio era, come dire, simbolico.Faceva orari peggio dei suoi. Non si vedevano quasi mai.Quando accadeva, parlava per ore del suo lavoro che le permetteva di vedere tante facce. La gente che passa in un aeroporto, diceva, è di tutti i colori: è come fare il giro del mondo. La direzione dell’impresa le aveva contestato di aver perso tempo a pulire i nastri che trasportano i bagagli dei passeggeri in arrivo. Lei ci aveva riso su affermando seria che se la valigia ruzzola sullo sporco si sporca e le mani che l’afferrano si sporcheranno a loro volta. Perciò l’aveva pulita. Non capiva che l’impresa non aveva l’appalto anche per i nastri trasportatori la cui manutenzione e nettezza spettavano al personale interno. Era una donna stratificata da mille dolori e umiliazioni, ma conservava gelosa in un vaso il segreto antico di salvarsi, ridendo delle propria malasorte.
Dirlo a sua madre…quante volte avrebbe voluto. Quante volte si era figurata la scena: i pianti, le imprecazioni, gli insulti, i perché a pioggia, e quante volte si era chiesta se sbatterle in faccia le sue preferenze sessuali fosse giusto. Sua madre era una donna buona ma non avrebbe potuto capire. Per lei non esistevano mediazioni, solo uomini e donne. Uomini che comandavano, donne che ubbidivano. Per lei Israele era un grande paese e votava sempre a destra. Il paese che le aveva dato un lavoro e una casa minuscola con un bagno senza finestra. Il paese che le aveva ucciso di lavoro il marito e le aveva spedito il figlio a Gaza. Il paese che la guardava storta perché veniva dall’Etiopia. Israele era un grande paese. Qui la percentuale di possibilità essere ammazzati per strada era più bassa che in molti posti dell’Africa. E di certo si mangiava di più che in Africa.
L’autobus arrivò. Salì di corsa, si mise in fondo e si infilò le cuffie. Sulla Ayalon South il traffico era congestionato dalle famiglie che rientravano dal mare. Tutti tentavano il sorpasso più azzardato e pericoloso della storia. Nessuno avanzava più di un metro.
Il sole calava. Gli occhi si chiudevano piano. Lo shabbat era ormai finito. E lei lo veniva a sapere così. In fondo al pullmann, raggomitolata come un cencio bagnato.
All’ennesimo bip bip del cellulare Or fece una grossa risata. Era ancora completamente bagnato ma si infilò i pantaloncini e si accomiatò dagli amici. Gli amici sapevano che aveva un appuntamento con qualcuno. Faceva sempre così quando aveva qualche questione in ballo e per questo lo sfottevano:
“ Chi è Or? Danese? Inglese? Kazaco?”
“Italiano”
“ Ah Italiano. Tieni alto l’onore di Israele Or! Italiano? Sono delle gran puttane le italiane!”
“Pisciagli in testa all’italiano.”
“ Non so lo vedrò fra poco. Ehehe se avrà voglia di una doccia… Ci vediamo dopo al Redaz ok?”
La frase non era ancora uscita del tutto dalla bocca che lui era già con le spalle girate in direzione città.
Si scosse la sabbia dai sandali, e cominciò a camminare sul lungomare. Il sole offriva uno spettacolo magnifico tagliando l’orizzonte in tante liste di contrastanti tonalità. Si fermò a guardarlo. Appoggiato al parapetto lasciò che quella luce lo coccolasse, gli si impigliasse nella barba, gli stringesse la gola. Da bambino assieme a Kobi, il suo gemello, si sedeva a quell’ora in riva al mare e facevano il gioco del futuro. Che cosa farà da grande Or? Il mago al circo! Che cosa farà da grande Kobi? Uhm.. il venditore di gatti senza coda! E giù a ridere uno contro l’altro, uno uguale all’altro, piccole ombre baciate dalla luce più bella.
Sulla spiaggia ragazzi giocavano coi racchettoni e i cani si rincorrevano fino a cadere nell’acqua. Rimase incantato da una sinfonia di voci, rumori e colori unici. “ Questo è un grande paese” pensò e riempendosi i polmoni di aria riprese la marcia verso Hayarkon Street 722. Aveva detto all’ Italiano che voleva farsi fare un massaggio perché il dannato lavoro affaticava la sua schiena. Non si sarebbe fermato per molto ed era abbastanza tranquillo perché aveva capito che anche l’altro aveva solo voglia di un trofeo esotico da vantare al ritorno dalla vacanza. Tutto in scioltezza. Come era giusto fosse.
Mentre attraversava il parco dell’Indipendenza vide un signore fermo all’ingresso con una borsa di plastica dell’AM. PM ai piedi. Sembrava si fosse perso. Aveva gli occhi spalancati verso il nulla e la bocca aperta come a voler trattenere un respiro ancora. O mezza frase. O un bacio forse. Lo riconobbe. Era il medico che circa un anno prima gli aveva curato un fastidioso herpes genitale. Nel suo studio in Ben Yeuda gli era sembrato un tipico dottore: signorile, professionale, impostato, sicuro di sé. In quella posa strana, distorta, gli pareva una caricatura, un vecchio. Quando stava per superarlo, per una frazione di secondo ne incrociò lo sguardo. In quell’azzurro spento vide la sua sagoma riflessa priva dei lineamenti.
Gli fece impressione e tirò dritto senza neanche essere sfiorato dal dubbio se salutarlo o meno. La sua faccia come una macchia. Era la sua anima? E se era la sua anima perché era in quello sguardo allucinato pieno di terrore?
La Hayarkon era già un immenso serpentone di macchine impazzite. Fu talmente agile nell’attraversare la strada che sembrava saltasse di tettuccio in tettuccio. Sembrava fuggisse. In un attimo fu davanti al 722. Un gran palazzo coi mosaici fuori. Al sesto piano lo attendeva la puttana italiana. “Arrivo Ammoree..” pensò. E rise di gusto.
Ci aveva messo un sacco ad arrivare a casa. Il percorso con quella borsina della spesa era stato una Via Crucis. Giornata strana, pesante come piombo. L’ultima deviazione non prevista lo aveva stremato. Perchè aveva pensato Avy avrebbe dovuto tagliare per il Parco, tornando dal mare? Non sapeva nemmeno se c’era andato al mare! Una forza malata si era impossessata delle sue gambe stanche e lo aveva condotto fino a davanti l’ingresso principale. Per quanto era rimasto lì fermo ad aspettare? Un’ora? Due? E adesso era maledettamente tardi. Doveva ancora preparare tutto. Per un paio di volte aveva creduto di intravederlo giungere con gli infradito e lo zaino. Si era sbagliato. E per la delusione quasi ci era rimasto secco. Si era svegliato da quel torpore solo quando aveva incrociato lo sguardo di un suo ex paziente, un ragazzo bello e simpatico che però non lo aveva riconosciuto. Oppure semplicemente non aveva voluto salutarlo. Nei suoi occhi neri come la pece Yizac aveva letto in una frazione di secondo, un lampo di pietà per il misero spettacolo di decadenza che stava offrendo.
Gli era bastato quel rimprovero in codice a fargli raccattare la borsa e a riprendere il cammino. Avy non era passato. Non sarebbe passato più di lì. Per lui. Tagliò il melone in piccoli tocchi e lo annegò nel Porto. Tolse i gamberi dal frigo. Accese lo stereo e mise su una musica lounge arabeggiante, di un cd che sua sorella gli aveva portato da una vacanza in Giordania. Sembrava uno stanco automa con le pile scariche. Il vecchio sudato con gli occhi come spilli e la borsa della spesa fra i polpacci, era esanime, abbandonato sulla poltrona al suo fianco. Rantolava sempre più piano. Ogni tanto alzava la testa nel delirio e lo fissava. Poi ricadeva all’indietro sfinito. Gli era di fianco, gli sfiorava con il piede violaceo la gamba.
Mentre preparava la salsa con lo yogurt, si impuntò a cercare di ricordare per quale ragione quel ragazzone avesse frequentato il suo studio. Poteva scendere e controllare l’archivio ma sarebbe stato di poca soddisfazione. Il timer del forno suonò. “ Herpes genitale! Una stronzata”.
Sciolto il piccolo rompicapo, iniziò a canticchiare sopra la musica, mentre i tocchetti di melone, ubriachi cambiavano colore. Ora era solo.
Seduto sul letto il ragazzo italiano lo spiava mentre si faceva una doccia usando il suo bagnoschiuma.
Per tutto il tempo del loro amplesso, non si era mai eccitato veramente. A Or questa contingenza pareva strana, quasi impossibile. Aveva insistito così tanto per quell’incontro e, una volta riuscito ad attirarlo nel letto, i suoi corpi cavernosi avevano fatto cilecca. Però era una persona dolce. Il suo inglese stentato e strascicato con cui faceva strane domande e bizzarre affermazioni lo inteneriva. Prima di arrivare al dunque, gli aveva fatto un bel massaggio alla schiena, intervallato da baci sul collo e da morsi ai lobi. Pareva quasi provasse piacere solo nell’averlo affianco, nel respirarne l’odore acre, sembrava insomma non fosse per lui necessario consumare un rito sessuale completo. Alla fine il sesso c’era stato, forte, dominate, come piaceva a Or, ma non era riuscito ad imporsi come ingrediente imprescindibile: era rimasto satellite di tanti piu’ importanti particolari, solo in apparenza insignificanti. Asciugatosi la schiena si mise a sedere sul letto. Il ragazzo italiano gli si piazzò un po’ distante e ridendo gli scattò una foto da dietro per immortalare l’enorme cavallo alato che aveva tatuato sulle spalle.
“Lavori stasera?”
“ No ho già lavorato oggi. Lavoro domani sera. Stasera vado a ballare al Redaz, Vanilla party. Ci sei mai stato?”
“ No. Non vado molto per locali qua. Nemmeno in Italia. Non mi piacciono.”
“ E che fai nel tempo libero?”
“ Mi annoio come tutti.”
Si buttò supino sul letto rimirando nel cellulare la fotografia appena scattata.
“E’ vero che gli ortodossi pensano che gli omossessuali con le loro pratiche facciano venire i terremoti?”
Or si mise a ridere saltellando su un piede mentre si infilava i pantaloncini da basket:
“ Certo. Non capiscono un cazzo quelli. Ce l’hanno con tutti. I terremoti? Ah ah ah. Ecco perchè da voi in Italia…”
Aveva i fianchi larghi, non era propriamente snello, le braccia forti, il petto villoso. Era un uomo di 26 anni. Non doveva fare altro che respirare per manifestare la sua unicità nel mondo.
“Devo andare”
“Lo so”.
Il ragazzo italiano girò la testa verso la parete quasi volesse dormire.
“ Se stasera non vieni allora..”
“ Verrò domani sera al ristorante così prima di partire ti saluto.”
Era ormai sulla porta quando il ragazzo italiano lo richiamò.
“Scusa se…insomma se..” si vedeva che non riusciva a trovare le parole nel suo dizionarietto mentale di inglese per viaggiatori, ed indicò i suoi pantaloncini bianchi.
“ Non è un problema, non ti preoccupare.”
“No, è che tu mi piaci troppo. Sei il ragazzo che ho sempre sognato. E non mi pareva vero averti nel mio letto, fare l’amore con te, insomma mi sono bloccato. Scusami”.
Aveva occhi belli anche se lievemente strabici.
Or lo abbracciò e sorridendo, uscì dalla porta di quella casa sontuosa a due piani. Gli aveva fatto piacere quella confessione un po’ scontata, ma sincera. Si sentiva rinfrancato nelle sue credenziali di stallone ora, ma era anche felice, perché in fondo lo aveva fatto con uno sconosciuto che gli voleva bene. E non era da tutti i giorni sentirsi benvoluto, e non solo carnalmente desiderato. Il sole era ormai nascosto dietro la linea del mare che pareva duro e screziato come un enorme marmo grigio. L’aria era pesante e subito si sentì incollare la cannotta alla schiena.
“Bip Bip”. Un messaggio sul telefono. Il ragazzo italiano gli scriveva “thank you” Rispose subito fermandosi in mezzo ad un incrocio. “Grazzie”.
Il rumore della chiave nella toppa la destò da un sonno leggerissimo. Sua madre era appena entrata con una borsina piena di detersivi e la divisa da lavoro.
“ Faccio un salto in sinagoga. Anche se è tardi. Tu ci sei stata ieri. Io non ce l’ho fatta.”
“Si sono andata ieri…”
A July mentire a sua madre non piaceva, anche quando doveva andare ad un appuntamento con qualche ragazza e si inventava, corsi, lezioni o doppi turni al supermercato; per la religione sentiva di poter fare uno strappo alle regole. Rise tra sé pensando che nemmeno si ricordava bene dove era la sinagoga del loro quartiere. Rise ancora di più ricordandosi degli anatemi mattutini dell’ ortodosso grasso e frocio.
Sua madre si affacciò un istante alla porta della sua stanza.
“Ti trovo qui quando torno?”
“Non lo so. Forse vado con Ellen ad un seminario sulla Tiroidite di Ashimoto.”
Mentì due volte in meno di un minuto. Un record.
“ Ah… e che è? Un ristorante giapponese?”
“No mamma. Una malattia…è per l’università.”
“Torna presto. Quella Ellen non mi piace si mette troppi orecchini. Anche nel naso ne ha un paio.”
E se ne andò senza lasciarle il tempo materiale di spiegare la sottile differenza fra orecchini e piercing.
Si mise alla scrivania ma era ancora molto stanca, troppo stanca per affrontare un capitolo di Biologia.
Appoggiò il mento all’evidenziatore quasi a sorreggersi la testa piena di parole inutili udite dai clienti e di pensieri ingombranti.
Rivide il ragazzo italiano riccioluto che parlava quell’inglese ridicolo. Chissà a chi tentava di inviare quel messaggio col cellulare alle tre di mattina. Un fidanzato? O forse un bel soldato ebreo, quelli che lei non aveva mai guardato, a volte solo invidiato perché al fronte loro ci andavano davvero, mentre lei, donna, se ne stava a fare la casalinga negli accampamenti. Tanta ansia per procacciarsi una scopata? Gli uomini sono proprio diversi dalle donne. Lei un’ ansia così forte l’avrebbe spesa per un “ti amo” e non per “A che ora ci incontriamo? Vieni tu? Passo io? Attivo o passivo?”. Questione di geni o forse di natura o addirittura mano di Dio? Il quesito andò a formarle una bolla sul cranio.
Prese anche lei in mano il cellulare: “ Ci vediamo direttamente lì alle 22 30. Bacio” Il destinatario era Ellen dai cento lobi…
Quando fece il suo ingresso con la zuppa di gamberi e lo yogurt, per un attimo stettero zitti. A Yizac parve che i suoi convitati d’improvviso assumessero tutti lo stesso sorriso, un ghigno plasticato e pauroso, colmo di finta gratitudine. La Croata fu la prima a rigirarsi e a continuare una discussione con la Tedesca sul futuro arrivo di Madonna a Tel Aviv in occasione delle 2 date di concerto previste per settembre. Più in là il Bulgaro dava già segni di ebrezza mentre continuava a slinguazzare la Svizzera, quasi volesse farselo sul tavolo.Giungeva un aria incredibilmente arzilla dal mare, quasi fresca, che gli dette la forza di sopravvivere a quello spettacolo grottesco. Suo padre ottantenne che viveva in un insediamento vicino ad Hebron e militava per la destra estrema, avrebbe imbracciato il mitra, vedendo tanta disgustosa mollezza. E in parte avrebbe avuto ragione.
Quando Avy c’era spesso cenavano in terrazza, ma tutto era diverso, tutto assumeva un contorno di candore e grazia ben lontano dallo scempio di quelle istantanee a cui le sue cornee non potevano sottrarsi. Tutto era diverso, tranne l’aria che arrivava senza farsi annunciare e restava poco, il tempo esatto per giocare coi capelli di Avy, per poi, discreta, tornarsene verso oriente.
Il Bulgaro raccontò di quella volta che rimase chiuso nudo fuori da una stanza d’albergo a Barcellona e trovò il modo di farsi così conciato un addetto dentro uno sgabuzzino dei detersivi. Mentre si gonfiava come un pavone nell’enfasi di quel racconto, con una mano mimava il gesto della sega e con l’altro cercava il sedere dello Svizzero, che soffocando un mix di risa e imbarazzo, pareva una capretta spersa sui suoi monti natii.
La Croata fasciata in uno smanicato improponibile per la sua miseria fisica, sembrava molto attratta dal raccontino piccante che giungeva dalla sua sinistra, a tal punto da lasciare per qualche minuto Veronica Louise Ciccone chiusa nel suo camerino, per dedicarsi allo sgabuzzino dove il Bulgaro, fra strofinacci e scope, avrebbe a suo dire, sodomizzato il sosia di Antonio Banderas, versione facchino. Ecco quello forse era il momento adatto per fare il volo. Di fronte a tanta decadenza unta e sudaticcia, davanti alla rappresentazione di un nulla invadente come quello, forse davvero era giunto il momento di saltare giù.
Si sporse dalla balaustra per un attimo. Di sotto la strada lo attendeva viva e materna. Chissà cosa si pensa mentre si vola giù. Ma si avrà poi il tempo per pensare? E per dire un Vaffanculo ci sarà il tempo?
La Croata urtò la bottiglia del Campari e fece un mezzo disastro.
Yizac rientrò in cucina e tornò con un rotolo di carta assorbente.
“ Dopo i gamberi viene il dessert: melone al Porto. E dopo il dessert… Vanilla! Vanilla party.”
La Tedesca annuì. Il Bulgaro si mise a danzare come una menade per la terrazza con in mano il bicchiere, mimando col bacino l’atto della penetrazione. La Croata si alzò in piedi come a dire “ Sono pronta!”. Se davvero si fosse gettato in quel momento, il tempo per un vaffanculo lo avrebbe trovato.
Vanilla Party
Or si era tenuto addosso la canottiera da basket con il numero 27. Kobi aveva deciso di andarsene a sbirciare Jenni che provava l’abito. Non avevano ancora giocato al gioco del futuro da quando era tornato da NYC.
July incrociò Ellen sulla scala che conduceva al primo bar. Si era messa il rossetto viola.
Yizac entrò dopo tutta la comitiva. Un occhio indietro a guardare se arrivava Avy, un occhio avanti a vedere se era già arrivato Avy.
Domenica 2 agosto 2009
Il suono di un messaggio sul cellulare italiano lo fece trasalire. Aveva due telefoni: si era comperato all’aeroporto una sim israeliana, per lasciare il numero alle eventuali conoscenze e per farsi chiamare senza spendere dall’ufficio. Fuori il sole urlava già da molte ore.
“ Tutto ok? Ho letto che c’è stata stanotte una sparatoria in un locale gay di Tel Aviv. Un ragazzo e una ragazza sono morti. Altri 4 sono in ospedale in gravi condizioni. Facci sapere se va tutto bene.”
Raccolse gli asciugamani dal letto ancora bagnati: erano quelli che aveva prestato al cameriere del Messa. Li buttò fra gli indumenti sporchi, con una punta di disprezzo. Manco duro gli era venuto. Tutta colpa di questi approcci cosi’ sbrigativi. Poca poesia. Molta fretta.
Si sedette in terrazza e cominciò a scrivere con le gambe incrociate la risposta:
“ Qua frequento poco i locali, mi basta il sole e il mare. Che disgrazia! Si sa chi è stato? Tranquillizza tutti. Tutto bellissimo: è davvero un grande paese questo. Baci”
Liberamente ispirato alla sparatoria avvenuta per mano di un folle la notte di sabato 1 agosto presso un locale gay di Tel Aviv nella quale hanno perso la vita un ragazzo e una ragazza e altri sono stati gravemente feriti. L’assassino ha fatto fuoco alla cieca con un mitra, per poi fuggire indisturbato per le strade affollate della città. Fin da subito i sospetti sono caduti sulla comunità ultraortodossa.
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A mio modesto parere, è un racconto che risulta intressante e scorrevole.
L’autore ci regala il frammento di un paese in tumulto, popolato però di persone, che hanno una vita, e le cui storie si possono sfiorare.
La guerra non è solo quella tragedia che i media molto spesso ci regalano.
Esiste un paese sotto la notizia. Ho avuto il piacere di conoscere più volte la dignità e l’orgoglio degl’isreliani, capaci nella loro tenacia di saper vivere a prescindere dall’orrore che devasta la terra che loro chiamano casa.
Ed è soprattutto in questo che ho trovato apprezzabile questo racconto, è reale, non costruito, o forzatamente tragico, sarebbe stato fin troppo facile romanzare un racconto trattante questo tema.
Concludendo posso affermare che è stata una lettura più che piacevole, rimango quindi in attesa del prossimo racconto breve o non che l’autore vorrà regalarci.
Bravo Cristian, bravo Luca scopritore di talenti.
Bello… bello… un bel raccono intenso, evocativo, descritto bene…. tante storie che si intrecciano, drammi, aspirazioni, voluttà, affetti taciuti, tutto in un paese che forse varrebbe la pena di conoscere meglio.
Complimenti all’autore… un racconto che ti porta a viverLO.
Un semplice modo, tra i tanti, per esprime quanto sopra detto: “L’odore di Tel Aviv ha invaso la mia cameretta italiana”.
Muà