Invisibile influenza
sabato, 5 settembre 2009 | Di Luca | Sezione: Scritti ineditidi Alessandro Oliviero
Non ne sono sicuro, ma sembrava come se nella casa persistesse un pungente odore di putrido sangue rappreso che mi fece abbassare lo sguardo al pavimento, ed entrare nella più triste desolazione. I miei nonni di parte materna abitavano in una bicocca desolata ai confini della città, dove la strada sdrucciolevole percorsa dalle ruote e dai piedi della gente faceva posto alle piante della campagna che in un’azione inesorabilmente infinita e lenta sgretolavano pollice per pollice l’asfalto. Lì, tra gli alberi un po’ ingialliti e secchi, l’edera dai lunghi rami e le malve nere, si faceva spazio in modo impaurito e molto discreto quel mucchio di mattoni posizionati a mo’ di casa in cui la madre di mia madre, ormai molto anziana, viveva assieme al suo marito. Insieme da anni condividevano buona e cattiva sorte; ma la nonna era malata da tempo, di una di quelle malattie che i medici, nella fede della scienza, avevano definito un morbo della vecchiaia. Fu a causa di quel maledetto morbo che mi ritrovai nell’abitazione per una visita di cortesia, come ogni domenica accompagnato da mia madre e dalla speranza che tutto finisse il più presto possibile.
Ad opprimere la mia anima non era tanto la vista della malata, che talvolta cominciava a straparlare, a zoppicare e cadere, quanto un curioso e recente male che aveva attaccato il cane che viveva nel giardino; la sua pelle era ridotta in brandelli ed il suo corpo era chiazzato di rosso a causa delle ferite, gli mancava un orecchio probabilmente caduto nell’erba e mai ritrovato, la lingua invece la perse sfortunatamente davanti alle mie pupille, mentre abbaiava forte contro un gatto grigio, e con il passare del tempo il suo corpo sempre più indebolito e insudiciato da un rosso corvino si andava a disfare a causa del male. Con tutta probabilità l’odore penetrante di sangue rappreso proveniva dalle impronte macchiate che lasciava mentre girovagava per i corridoi, come un’anima infernale sempre punzecchiata alla ricerca del sollievo.
“Dov’è finita quella povera bestia?” Mentre la mia vista era incantata al pavimento, il nonno ansimante fece una piccola corsetta per arrivare a me, ed i suoi piedi si piantarono davanti al mio sguardo. Poi fece ancora: “Hai visto quella povera bestia?”
“No, non l’ho vista” Guardai il nonno negli occhi, poi feci un passo all’indietro perché mi accorsi della sua innaturale vicinanza al mio viso.
“Non l’ho vista, tu hai visto la nonna?” Azzardai a chiedergli.
“Perché dici così?” Ed allungò la gamba per appianare la distanza che avevo creato precedentemente fra il mio ed il suo volto. Sentii nuovamente il suo alito caldo sulle guance, misto all’odore pungente che aveva invaso tutta la casa.
“Dico così, come?” Avevo paura e qualcosa di più pesante dell’aria danzava intorno al calore dei nostri corpi. Lui bofonchiò:
“Io non perdo di vista la nonna, lei è… malata”
“So che è malata” Dissi, prendendo del coraggio “Volevo solo sapere dov’era, ecco.” Sorrisi, ma al mio sorriso egli rispose con una lacrima che dall’ occhio gli arrivò alla barba frastagliata che ne impedì la caduta sulla maglietta bianca e fine.
“Andiamo in sala, si pranza.” Così disse e poi fece cenno di seguirlo.
Non so perché andai in quella maledetta sala, non so perché lo seguii e trattai quell’uomo come se fosse stato il mio vecchio nonno, perché nel profondo io sapevo che in quella bicocca di mattoni malamente messi assieme serpeggiava un sentimento ferale, forte come la corrente di un fiume fangoso, e avrebbe travolto anche me nonostante la giovinezza. La morte che strisciava fra quelle mura non apparteneva alla tranquilla vecchiaia, ma alla violenza di una stretta ripugnante e cruenta, di una mano che tende direttamente dal baratro.
Mentre sorseggiavano del sidro sulle comode sedie di paglia, una figura a quattro zampe si fece lentamente avanti dal profondo del corridoio, delineando pian piano la sua tremenda forma.
“Ecco il cane, nonno.” Cercai di fingere felicità nel tono di voce, mentre in realtà non volevo altro che quell’animale fosse il più lontano possibile da me, con le sue pustole e la sua pelle che cadeva incancrenita.
Mia madre girò la testa in un piccolo singulto, pur di non guardare, mio nonno in modo calmo e preciso si girò verso di me, con una lucidità che non potrò mai e poi mai dimenticare o rimuovere dalla mia mente sconvolta.
“Il cane, eh?” Disse così.
Ancor prima di capire il significato delle sue parole, un brivido cominciò a correre lungo tutto il mio corpo e saliva e diventava più ghiacciato al ritmo con cui la bestia avanzava carponi verso il punto più luminoso della sala, leccando, almeno così sembrava, le sue ferite di tanto in tanto.
Era troppo grande per essere il povero cane malato e sopra tutto non riuscii mai a capire come potessi essermi così ingannato e confuso. Mentre gradualmente voltava la testa, riconobbi in quella figura prostrata e dagli atteggiamenti canini, il viso di mia nonna!
Sobbalzai dalla sedia e mia madre mi tenne forte la mano mentre roteava gli occhi cercando di guardare qualsiasi cosa pur di evitare il raccapriccio che immobile ci fissava. Il nonno nel frattempo era restato calmo sulla sedia senza fare una piega, ma sembrò come se un sorriso gli increspasse la faccia rugosa quando, la donna che prima chiamavo nonna, cominciò a correre verso di me con la bocca spalancata, e fui preso dall’angoscia più profonda e buia quando si avventò alla mia gamba e strinse con i denti deboli le pieghe del pantalone, tirandomi verso di lei.
“Mamma… Nonno… Che succede?” Piagnucolai disperatamente, mente facevo resistenza per non essere trascinato via dalla sedia. Per un attimo incrociai lo sguardo della “nonna” e mi prese voglia di morire: nei suoi occhi iniettati di sangue non esisteva più nulla della persona che avevo conosciuto.
“Buona, sta buona.” Fece il nonno, grattandole la testa, così lei improvvisamente mollò la presa e fuggì via in modo incerto sulle ginocchia che ormai non potevano più reggerla.
Non potrei dire per quanto tempo rimasi immobile, chiesi spiegazioni a mio nonno, a mia madre, loro sembravano non preoccuparsi di nulla.
Cominciò mia madre a rompere il silenzio:
“A tua nonna, vedi, ha preso questa inquietante mania, sicuramente dovuta alla malattia mentale…”
“Maledizione! Avete chiesto al medico? E poi dove ha preso tutto quel sangue, non l’avete vista? Era completamente zuppa di… di…” Non riuscii neanche a terminare la frase.
Il nonno si alzò altero e cominciò a gesticolare: “Vorresti che la portassimo in un manicomio? E’ questo è il tuo rispetto verso chi soffre?”
Non sapevo che dire: “Quella non è più la nonna” Scoppiai in lacrime ed in singhiozzi convulsi, nella dura indifferenza degli altri che mi circondavano, finché non trovai la forza di alzarmi e di dirigermi verso la terrazza per respirare aria fresca “Io esco un attimo.”
Ero poggiato alla ringhiera di ferro e con lo sguardo cercavo aiuto in ogni cosa che mi circondasse, dagli alberi alle erbacce fino ad un piccolo topo che si era intrufolato nella catasta di legno poco distante; mai mi ero sentito così solo.
A farmi compagnia, però, venne l’ultima persona che mai avrei voluto vedere.
La nonna si fece avanti con passo decisamente senile ed un’ espressione talmente vuota che avrei potuto guardare attraverso i suoi occhi, le sopraciglia erano posate in modo tranquillo ma profondamente isterico e davano al complesso del volto un’espressione pacifica e mite, che mi spaventò ancora di più. Non sapevo se parlarle di quello che aveva fatto o semplicemente stare zitto, dal momento che non avevo idea se ricordasse qualcosa oppure no. Adesso, con i vestiti puliti, sembrava rientrata in sé.
“Vuoi della frutta?” Mi chiese gentilmente, poi posò il vassoio sul tavolino con molta calma, si affiancò a me sulla ringhierà e cominciò. “Sai, io sono vuota.”
Mi voltai di scatto e rimasi incollato alle sue pupille per almeno due secondi. “Vuota?” Chiesi. Il cuore mi batteva forte.
“Sai, io sono un involucro” Diceva così e si avvicinava verso di me “ sono solo un vuoto involucro, siamo tutti involucri vuoti, ma io devo riempirmi, devo riempirmi.” Ed assaggiava con i polpastrelli la liscia superficie di una mela, massaggiandola con le dita rinsecchite in una macabra danza della mano. Camminai allora all’indietro e sempre senza voltarmi andai alla cucina, dove sapevo avrei trovato la mamma e mio nonno; nonostante tutto non riuscivo a girare il mio corpo, perché era come se la vecchia mi avesse ipnotizzato mentre ripeteva sempre le stesse parole “Io sono un involucro, devo riempirmi, io sono un involucro, devo riempirmi.”
Lasciò cadere a terra la mela ed infilò la mano destra nella tasca del grembiule stringendo la presa di qualcosa. Aumentò la velocità del suo passo e l’intensità del suo sguardo mentre mi parlava: “Devo riempirmi ed ho bisogno di te che sei così giovane, devo svuotare te, riempire me!”
“Nonno!” Gridai e non mi sentirono, nessuno poté sentirmi, forse erano usciti, non lo so, ma il fiato mi si mozzò in gola quando notai i denti macchiati di rosso della nonna e sopratutto la piccola zampetta del cane, tranciata, che estrasse dalla tasca vermiglia del grembiule.
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Forte! da incubo!