Il rosso e il blu di Gianluca Morozzi
giovedì, 24 settembre 2009 | Di Luca | Sezione: Profilidi Gianfranco Franchi

«Un giorno di inizio scuola avevo sbirciato un titolone trionfale dello Stadio: riguardava il Bologna, che evidentemente non era stato cancellato come auspicava il Nonno. L’avevo sbirciato, attirato da un nome curioso e bizzarro come Fanfulla. Questo Fanfulla era una squadra di calcio, avevo scoperto nella lettura. Il Bologna aveva giocato nello stadio di questo Fanfulla, e aveva vinto tre a due. Seguivano le foto dei gol di certi Frutti, Fabbri e del baffuto Facchini. In quel momento, seduto nella macchina del Nonno ad aspettare la campanella, con quel giornale sportivo aperto, ancora ragazzino snob e secchione, avevo sentito un pensiero lontanissimo sgorgare da qualche anfratto nascente della mia testa. Un pensiero quasi inascoltato. Ed era: “Beh, il Bologna ha vinto tre a due, come l’Italia col Brasile, allora il Bologna è forte”. Ecco. Questo pensiero flebile, impercettibile, sconnesso, aveva segnato l’inizio della fine» (MOROZZI, “Il rosso e il blu”, pp. 12-13).
Forse comincia così per tutti. Il nonno o il papà cominciano a indottrinarti, a spiegarti da che parte stare, a convincerti che c’è una sola squadra di calcio al mondo da sostenere e tifare fino alla morte, da amare più di una donna, da preferire a qualsiasi altra cosa al mondo, da accompagnare nella buona e nella cattiva sorte. Ma non finisce così per tutti: c’è chi riesce a diventare adulto evitando il morbo del tifo, la peste della depressione aperiodica post-sconfitta, l’ulcera della contestazione della mezzasega di turno, l’angoscia del palo su calcio di rigore. C’è chi riesce a diventare un simpatizzante, uno di quei buontemponi che sbircia la pagina sportiva ogni tanto per vedere a che punto è la sua vecchia squadra in classifica. Morozzi non è uno di quei fortunati. Morozzi è uno di quelli che ha creduto al nonno alla lettera. E i risultati sono questi qui: non manca una trasferta, pianifica e calendarizza le sue presentazioni e i suoi appuntamenti in base alle partite di campionato del Bologna, associa ogni evento della sua vita alle sorti della sua squadra, ricorda perfettamente giocatori dimenticati anche dalle loro madri e sa addirittura che fine hanno fatto a fine carriera, e a fine libro si mette là a raccontarti dove e come campano. Ma quanto lo capisco, il Morozzi. Quanto.
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“Lo squadrone che tremare il mondo fa”, il Bologna FC, sette scudetti e due Coppe Italia in bacheca, celebra il suo centenario nel 2009. Gianluca Morozzi, scrittore e gran tifoso rossoblu, 25 anni di amore assoluto e incondizionato per una squadra gloriosa e un po’ decaduta, racconta il suo Bologna: quello “dei venticinque anni che ho visto di persona, da Sauro Frutti a Marco Di Vaio. Non racconterò per la centesima volta di Schiavio, degli strafalcioni di Dall’Ara, dello spareggio con l’Inter o di Beppe Savoldi. Racconterò quel che ho visto io, con i miei occhi” (pp. 6-7). Ossia due promozioni dalla C, tre dalla B, una coppa Intertoto usata forse come fermacarte a Casteldebole e tutta una serie di stravaganti e improbabili imprese. Sì, inclusa la Mitropa Cup. Qualcuno tra i più giovani forse nemmeno sa cosa sia. Succede.
Protagonisti del romanzo sono calciatori leggendari: dal Mitico Villa, improbabile terzino apparso in Serie A praticamente a fine carriera, a Beppe Signori, che sembrava sbarcato a Bologna per svernare e invece ha lasciato un segno incancellabile; da Roby Baggio, nella stagione della sua resurrezione, al vecchio bomber di provincia Loris Pradella, dal curioso stopper Marco De Marchi, invenzione maifrediana con sfortunate parentesi bianconere e giallorosse e avventurose esperienze olandesi, al turco-svizzero Turkyilmaz.
Naturalmente appare una vasta galleria di allenatori: figure romantiche, come il trasteverino Carlo Mazzone, decano dei mister in Serie A, o spumeggianti e bizzarre, come quel Maifredi che si bruciò a Torino per poi trasformarsi in una creatura televisiva e bidimensionale; c’è spazio anche per creature cupe e livorose (“città di merda”) come Francesco Guidolin, e malinconiche e ombrose come Guerini.
Morozzi racconta – stagione per stagione, a partire dall’Anno Zero, il 1983-84 – improbabili trasferte in cittadine dimenticate da Dio, ospite di stadi poco più che amatoriali, e dignitose spedizioni europee, negli anni della Coppa Uefa; e intanto, a far da sfondo alla narrazione delle vicende dello Squadrone (un tempo addirittura gemellato con la Maggica), infanzia, adolescenza e giovinezza del Moroz, bolognese DOC. Superstite dei giorni terribili del Bologna in Serie C, è uno che può dire “A Leffe io c’ero”: sangue rossoblu, scrittura pop, classe da vendere.
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“Al novantaduesimo battiamo un calcio d’angolo. In quel momento, nel bagno degli uomini del bowling di san Felice, appare Mefisto. Proprio lui, con fumi demoniaci e coda e tutto. Ciao, mi dice Mefisto”.
Ecco: il tono è questo qui. Famigliare a quei tifosi che sanno di aver perso qualche treno – magari sentimentale – perchè quel giorno la Roma doveva giocarsi uno spareggio per andare in Uefa. Famigliare a quei tifosi che non si sono cambiati le mutande per tre-quattro domeniche di fila, per una vile questione di scaramanzia. Famigliare a quei tifosi che hanno pianto per la cessione del loro idolo nel momento più brillante della sua carriera.
È un grande libro pop, ibrido di calcio romantico e di amarcord d’adolescenza e giovinezza. I fan di Morozzi scopriranno qualche retroscena emozionante, come la prima firma di un contratto editoriale, con Fernandel; i tifosi delle altre squadre ritroveranno qualcuno dei loro vecchi giocatori, preferiti o meno poco importa; i tifosi del Bologna rideranno, piangeranno, si incazzeranno, e infine avranno una gran voglia di tornare in curva, nella curva Andrea Costa. Al posto loro, A o B o C, comunque al posto loro, fedeli alla causa. Rossoblu.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Gianluca Morozzi (Bologna, 1971), scrittore e musicista, ha esordito pubblicando il romanzo Despero per Fernandel nel 2001; da allora, ha pubblicato narrativa per Fernandel, Tea e Guanda e scritto graphic novels. Il suo maggior successo rimane Blackout (Guanda, 2004; TEA, tascabile, 2007). È stato tradotto in Inghilterra, America e Germania. Sostiene di essere “il più grande tifoso del Bologna mai esistito”; a quanto pare è proprio così.
Gianluca Morozzi, ”Il rosso e il blu. Da Leffe a Cento”, Castelvecchi, Roma 2009. Collana “Narrativa”. Copertina di Maurizio Ceccato.
Approfondimento in rete: Blackmaimag / WIKI It / Myspace del Moroz / Stradanove
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