Venerdì, 10 Febbraio 2012

LA LETTERA – la Rai ha l’intenzione di togliere la tutela legale a report

martedì, 29 settembre 2009 | Di | Sezione: Cronache dalla rete

di Milena Gabanelli

fonte : Corriere della Sera (link all’articolo)

Ho una trentina di cause. E non riesco
ad avere una polizza per le spese legali
Solo una compagnia inglese e una americana disponibili a rifondere il danno, ma non le spese

Luigi Ferrarella, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato un problema che condivido e mi tocca da vicino: la pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante, anche se ciclicamente emerge quando coinvolge personaggi noti. Per questo facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti «pratici». Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l’intenzione di togliere la tutela legale.

La direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse, motivata dal dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità. Nell’incertezza sul come sarebbe andata a finire ho cercato un’assicurazione che coprisse le spese legali e l’eventuale danno in caso di soccombenza dovuta a fatti non dolosi. Intanto sul mercato italiano, di fatto, nessun operatore stipula polizze del genere, mentre su quello internazionale questa prassi è più diffusa. Bene, dopo aver compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali. Sembra assurdo, ma il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio.

A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato. L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere. Quattro anni fa mi sono stati chiesti 130 milioni di euro di risarcimento per un fatto inesistente, e la sentenza è ancora di là da venire. Se alle mie spalle invece della Rai ci fosse stata un’emittente più piccola avrebbe dovuto dichiarare lo stato di crisi. Visto che ad oggi le cause pendenti sulla mia testa sono una trentina, è facile capire che alla fine una pressione del genere può essere ben più potente di quella dei politici, e diventare fisicamente insostenibile. Questo avviene perché non esiste uno strumento di tutela. L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, ma in che modo? Con una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica «paghi questa multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente». Nel diritto anglosassone invece la valutazione è «sociale», e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi «chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20». La sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio. La condanna pertanto deve essere esemplare. Ecco, copiamo tante cose dall’America, potremmo importare questa norma. Sarebbe il primo passo verso una libertà tutelata prima di tutto dal diritto. Al tiranno di turno puoi rispondere con uno strumento politico, quale la protesta, la manifestazione, ma se sei seppellito dalle cause, anche se infondate, alla fine soccombi.

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  1. Carogna mangia carogna.

    Avete letto? La RAI toglie la copertura legale a Report e ai suoi inviati. Presumo che Milena Gabanelli sia pienamente d’accordo, visto che proprio lei ha alacremente lavorato assieme alla RAI per negare la copertura legale a quello che era un suo giornalista di punta; ha cioè per anni avvalorato e controfirmato il medesimo abbandono in caso di grane giudiziarie che oggi i suoi dirigenti decretano per i suoi collaboratori. Ma bando alle ciance.

    Milena Gabanelli, la falsa paladina della libera informazione RAI, si comportò da carogna con Paolo Barnard, tradendolo dopo 10 anni di fedeltà, tradendo tutto il libero giornalismo italiano, e schierandosi come uno stuoino ai piedi dei suoi padroni di viale Mazzini quando negarono al giornalista di Report qualsiasi appoggio legale in occasione di una citazione per danni. La vicenda è narrata per intero qui http://www.paolobarnard.info/censura.php e fu ripresa dalla Rete per mesi.

    Oggi, a Gabanelli e ai suoi codazzi di redazione capita esattamente la stessa cosa. Accade che la RAI tradisce Gabanelli. La carogna RAI mangia la carogna Gabanelli. Sul Corriere della Sera del 05/09/2009 Aldo Grasso scrive:

    “… Non è un mistero che una trasmissione come quella di Milena Gabanelli sia a rischio. Non solo per compatibilità con la nuova dirigenza ma anche perché il dg Masi le ha tolto lo scudo dell’assistenza legale nonostante non abbia mai perso una causa (ogni autore dei servizi sarà responsabile in proprio di eventuali azioni legali, un sistema per togliere coraggio anche ai più coraggiosi)”.

    Brutta notizia. Ma quando, come si diceva, la medesima cosa, e molto peggio, fu fatta dalla RAI a Paolo Barnard nel 2005, Gabanelli e i suoi codazzi di redazione non solo rimasero muti, non solo aggredirono le proteste di Barnard dandogli del vigliacco e del bugiardo, ma appoggiarono in pieno la condotta della RAI. Peggio: Barnard si trovò appunto senza copertura legale da parte dell’Azienda in un procedimento giudiziario originato da una sua inchiesta di Report – vale a dire abbandonato a pagare spese ed eventuali danni – ma scoprì che oltre tutto RAI e Gabanelli si accanivano contro di lui in aula di tribunale, nonostante quell’inchiesta di Barnard fosse stata da loro approvata, trasmessa, lodata e replicata.

    La mia protesta di allora parlava proprio di Censura Legale, quella che Grasso ha sintetizzato fra parentesi, e lanciavo un allarme sul suo potenziale di strangolamento della libera informazione. Ma poiché a quel tempo era la ‘paladina’ Gabanelli a infliggere Censura Legale, nessuno fra le ‘belle anime’ dell’Antisistema italiano volle muovere un dito. Travaglio pur di difendere la sua amica Milena mi diede pubblicamente del bugiardo. Oggi Censura Legale si abbatte sulla signora di Report, e tutti gridano allo scandalo. Che ipocriti.

    Oggi carogna mangia carogna. Giusto. Che altro dire? Ah, sì, una cosa. Barnard all’epoca si rivolse anche ad Aldo Grasso per chiedergli di parlare di quell’ignobile ingiustizia che subiva. Grasso gli rispose: “Ma… sai… io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica dovrei vedere meglio…”. Barnard gli inviò le prove. Grasso non scrisse nulla. Oggi invece… Che pietà.

    P.s. Grasso, non è vero che Gabanelli non abbia mai perso una causa. Ha perso proprio quella dove si accanì contro di me.

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