31 Gennaio
lunedì, 5 ottobre 2009 | Di Luca | Sezione: Scritti ineditidi Marcella Patrizi
Stesa per terra. Entra Enea con un peplo di donna che avrà rubacchiato a due euro in un mercatino a piazza dei miracoli. Gli racconto una favola storpia. Lui resta in piedi, fermo e dritto. Io giù, la pancia che bacia il pavimento. Visti dall’alto, le punte dei suoi piedi vicino i miei talloni scoperti, formiamo una elle stampatello, oppure la forma di una mensola dove riporre le cose per fare più ordine.
Si commuove ma non si bagna la faccia: è un uomo seccato dal vento, e io lo so.
E questo vestito non è casuale. Ultimamente si atteggia da donna. Sta preparando uno spettacolo a teatro, gli hanno dato il ruolo di una prostituta dell’anima, come la chiama il suo regista. Ma lui dice che fa la puttana, che prostituta dell’anima fa troppo intellettuale. Insomma fa la femmina, perché tra tutti hanno detto che lui ha “una capacità di penetrazione nella psicologia femminile” che. E glielo riconosco, questo merito. E nella donna che sarà ci sarà forse qualche eco di me. Un residuo lontano d’esperienza, una sedimentazione. L’altro ieri lo vedevo mentre si esercitava allo specchio a passarsi il rossetto, disegnarsi gli occhi. Dice che questo è un gioco di lusso, che gli ricorda l’infanzia, gli scarabocchi insensati sui fogli all’asilo e le strisce AUG AUG per giocare agli indiani.
Si, gli dico, sarà che i colori a parte il beige, il grigio e il marrone, mettono allegria. Ma a forza di ripetere meccanicamente quei gesti – ombra rosa sugli occhi, matita per gli angoli, un po’ di passione sulla bocca ogni tanto a spezzare la routine. Insomma la magia dei colori svanisce e al suo posto prende scena un’assenza di magia, un’assenza. È innocente come però non pensa a come tentiamo di coprire le bolle col fondotinta durante i giorni delle mestruazioni.
Però mi ha chiesto di descrivergli a cosa somiglia il dolore acuto come un pizzico, delle ovaie. Dice che è un dolore solo femminile e gli serve per entrare nella parte, i dettagli minuscoli sono importanti, dice. E poi si è alzato la maglietta e ha iniziato a premere con le dita sulla sua pancia bassa. Alla ricerca delle ovaie che non ha e tenta di trovare.
Gli ho prestato un reggiseno imbottito, uno nero con le coppe esterne ricamate che mi ha regalato mia madre ma che non ho messo mai perché quelli imbottiti mi sanno d’artificio. Ma per lui va bene. Ha tolto due spalline da una vecchia giacca nell’armadio e le ha cucite all’interno, così l’imbottitura è più credibile. E poi s’è preso pure un cuscino che non usiamo e gli ha dato la forma di un pancione da infilarsi sotto il vestito, perché a un certo punto mi supererà.
A un certo punto la sua finzione reale sul palco scavalcherà la mia realtà, finzione. Perché a un certo punto della storia lui resterà incinta e fingerà di avere un utero dentro. E a quel punto, quando inizierà a studiare pure quella parte del copione mi chiederà altre informazioni, sull’utero, delucidazioni di anatomia. Respingerà le sue dita sulla pancia alla ricerca di un pezzo di corpo che non avrà mai. E la sera, dopo un po’ di battute memorizzate, e un po’ di confidenza guadagnata con l’esercizio, con la parte femminile che non ha, esce da questa donna e si pulisce la faccia dai colori eccessivi, con la mia ovatta inzuppata di latte struccante. E lo fa con la mano destra che opera, lui seduto al bordo del letto, luce bassa, e la sinistra che tiene uno specchio ovale con manico da impugnatura. Come quello che usa la matrigna di Biancaneve per cercare conferma della sua amata bellezza. E pure Enea ripete il rito e si chiede specchio specchio delle mie brame chi è la più bella del reame perché quel dirsi ad alta voce “bella”, dice, lo strania ma lo convince. E serve pure questo.
Io sto qui stesa. Ancora. Che bacio il pavimento con la pancia, e credo pure le ovaie. A Enea gli ho insegnato che quando fanno male il calore diminuisce il dolore. Io ci passo sopra la tazza piena di camomilla bollente, prima di berla. Qua sul pavimento si saranno raffreddate le ovaie adesso.
Ho bagnato il pavimento, lo so; dopo prendo lo straccio e lo scopettone e asciugo tutto. Ma se tra poco, tra due parole, undici lettere, cinque sillabe, sei consonanti e cinque vocali, la sua secca non si trasforma in piena.. se resto da sola a bagnare il pavimento di lacrime che non smettono…
Magari gli dico, gli potrei dire: sai come stiamo messi adesso tu in piedi io stesa giù, siamo una elle, ma siamo “anche” i due lati di un triangolo rettangolo che sembra aperto, che adesso è aperto ma che tiene nascosta un’ipotenusa d’amore.
Sono preoccupata per il suo lavoro, adesso, per questo ruolo che mi diverte anche a me, e so quanto ci tiene, quanto sforzo pieno d’intenti sta facendo per darsi tutto a questa storia. Non voglio rovinargli la festa, creargli uno sdoppiamento di personalità sulla scena, uno sdoppiamento, una rivoluzione. Ma l’attore è lui, mi dico, non posso recitare anch’io.
Certo mi preoccupo per questo ruolo, certo. Ma c’è che ho paura. Mi dico. Ho paura e sono tutta bagnata di felicità anche lì dove sono asciutta. Ecco. Prima di stendermi giù, due ore fa, Enea non c’era, era alle prove, al bagno mi sono tirata giù le mutande e le ho fissate a lungo. Come si fissa una cosa che aspetti che cambi. Ma restano bianche. Un bianco sconcertante. Un bianco che somiglia a una vertigine. Mi sono alzata, e sarà stato l’inevitabile contagio del ruolo di Enea per casa e la storia dei colori, mi sono alzata, ho preso il rossetto e piegata su di me ho colorato le mutande di rosso. Dentro. Ho lasciato il rossetto rotolare sul tappeto e ho guardato la mia opera, ancora più incredula. Dopo un poco mi sono tirata su le mutande e eccomi qua. Stesa sul pavimento. Dopo l’ultimo tentativo di surrealtà che avevo a disposizione, per cambiare le carte in tavola, ma solo nelle mie mutande. Sul calendario degli ultimi due mesi niente crocette. Niente più ventotto del mese. Niente più mutande rosse e sangue mio. – C’è qualcuno che ne farà buon uso. -
Butto un occhio fuori i vetri della porta finestra qua di fronte. Il sole è già andato via e questo pezzo di cielo che vedo ha pezzi di nuvole spruzzate come panna o ovatta smucinata. Ok. Mi dico. Le nuvole mi fanno in bocca al lupo. Ok. Adesso glielo dico.
Adesso
Mi giro, la mia pancia resta a baciare il pavimento.
Il rimmel gli cola giù fino alle labbra, due strisce nere gli attraversano il viso.
Come un piccolo indiano.
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bellissimo
quello che stavo cercando, grazie