I Lumpen
domenica, 11 ottobre 2009 | Di Luca | Sezione: Scritti ineditidi Andrea Muccini
La villa si erge maestosa al centro di un vasto appezzamento di terreno cinto da imponenti mura cineree che celano il biancore lucente dell’edificio dagli occhi indiscreti dei rari passanti. Le sue arcate ricurve disegnano geometrie di una bizzarra armonia, un equilibrio che si sposa ingegnosamente con le ampie vetrate squadrate su cui si riverberano i raggi dell’ardente sole di luglio. Nei pressi di quell’edificio si distende lo specchio d’acqua di una piscina ellittica, un materassino gonfiabile fluttua oziosamente, abbandonato a se stesso.
La signora riposa su uno sdraio rosso e giallo sistemato proprio ai bordi della grande vasca, annoiata s’abbronza. Nuda, la pelle ambrata e calda, le forme sinuose e tornite, i capelli biondi mossi da un refolo di vento, volge lo sguardo verso l’ingresso della sua dimora.
Alza appena la mano in un gesto di quasi impercettibile richiamo e, pronto, il maggiordomo copre la distanza che lo separa da lei.
“Hai letto il giornale stamattina, Gustavo?”
Gustavo, tetragono alle sue nudità, con impeccabile postura e prossemica, le risponde: “Sì, signora. Cosa desidera sapere?”
“L’indice Dow Jones è salito?”
“Sì, signora, ma…”
“Devo avvisare mio marito”
“Penso sia già informato, ma…”
“Dimmi, Gustavo”
“Il giornale parla anche oggi di una disoccupazione elevatissima e di una povertà sempre più diffusa, allora mi permetterei di chiederle…”
“Non preoccuparti, tu lavori per noi e continuerai a farlo ancora a lungo” ed accenna un sorriso condiscendente.
“Grazie, signora, ma non è di questo che volevo parlarle”
“Non vorrà parlarmi di politica? Disoccupazione, povertà! Mi riesce difficile seguire i nostri investimenti finanziari, non posso occuparmi anche dei loro problemi, non ti pare? Vai pure, Gustavo, ora vorrei abbronzarmi ancora un poco”.
“Come la signora desidera”
Supina sullo sdraio, osserva il fiacco fruscio delle foglie sugli alberi, una folta macchia di fusti, arbusti e siepi che riempiono lo spazio tra la distesa, su cui sorgono la villa e la piscina, e la cinta muraria che le protegge.
Allunga la mano ed afferra il telefono cellulare sul tavolino. Scorre la rubrica, colma delle sue numerose conoscenze, si sofferma sul nome del marito. Riflette per alcuni istanti se chiamarlo o rimandare la conversazione alla sera, poi consulta i messaggi memorizzati. Ne legge qualcuno svogliatamente, rilegge l’ultimo messaggio del consorte. Posa il telefono sul tavolino.
Si stende con indolenza, lo sguardo verso la superficie dell’acqua, riflette per qualche istante, poi i suoi occhi verdi si rivolgono in direzione di Gustavo. Gli fa un cenno.
Con ampie falcate, ma senza scomporsi, il maggiordomo le si avvicina di nuovo: “La signora ha chiamato?”
“Mi stavo chiedendo dove sono finiti i cani”
“Immagino siano qua intorno da qualche parte, come al solito”
“Prima mi è parso di sentirli abbaiare, tu non li hai uditi?”
“Spiacente, signora. Forse ero distratto”
“Non ha importanza. Prenotami il coiffeur per domani, alle tre”
“Provvedo subito, signora”
Gustavo si allontana, entra nella villa e scompare dalla vista della donna.
La signora chiude gli occhi. Sente il calore del sole scaldarle i seni, poggia una mano sul grembo, reclina il capo di lato. Respira un soffio di vento.
La Grande Crisi era iniziata quasi nell’indifferenza generale, solo le fasce più deboli ne subivano gli effetti, ma presto quasi tutti furono coinvolti. Tutti tranne i più facoltosi, il cui tenore di vita non subì variazioni eccetto il doversi rifugiare in dimore ben protette. Categorie che si ritenevano al sicuro videro crollare le loro fragili certezze. La disoccupazione crebbe a dismisura e trascinò nella povertà una massa crescente ed eterogenea di persone, gli occupati si dovettero accontentare di salari miseri.
Nelle strade si riversarono milioni di sbandati, senza un lavoro, senza una casa ed infine senza cibo. La sopravvivenza era affidata al rovistare tra i rifiuti, alle zuffe per accaparrarsi un osso con qualche esile brandello di carne, una foglia d’insalata avariata, una buccia di limone ammuffita. Scoppiarono vere e proprie battaglie per conquistare una pozza d’acqua fangosa. I rapporti interpersonali erano contrassegnati da impeti di violenza cieca ed irrazionale, prima per opera di singoli, poi di veri e propri branchi.
Nel giro di pochi anni quegli esseri umani che erano stati operai, impiegati, commessi regredirono allo stadio primitivo. Si aggiravano per le città alla disperata ricerca di qualcosa da azzannare, ma ormai non era rimasto più niente per quella moltitudine. Convivevano costantemente con la fame e l’inedia, impiegavano il loro tempo in una costante ricerca di qualcosa di lontanamente commestibile fino a spingersi nelle vicinanze delle sontuose e fortificate abitazioni dei più fortunati, come la dimora della ricca signora.
La lussureggiante vegetazione intorno alla villa rifulge di un verde brillante, ma proietta le sue ombre scure al di sotto delle chiome degli alberi. Nascoste tra i tronchi e le frasche, si celano figure minacciose e ferine, i loro occhi osservano la donna stesa sullo sdraio. Annusano l’aria, strisciano come gatti selvatici, agili e silenziosi. Si spostano in branchi con movimenti coordinati, con gesti rapidi e belluini.
Hanno oltrepassato il muro di cinta a piccoli gruppi, con la facilità disarmante di una scimmia.
Hanno corso come pantere fino a raggiungere i cani. Li hanno messi a tacere per sempre con un morso alla giugulare, feroci come tigri. Le loro bocche grondano il rosso del sangue canino.
Ne arrivano altri ed altri ancora, le difese della villa sono inefficaci per quell’orda scimmiesca.
Si sparpagliano attorno al perimetro dell’edificio e della piscina, ma senza mostrarsi, nascosti dietro gli arbusti. Sebbene numerosi, non provocano che flebili rumori che si confondono con il fruscio delle foglie e con l’alitare del vento.
Annusano l’aria, ne colgono gli odori aspri ed i flebili. Scrutano il luogo in attesa del momento propizio.
Iniziano ad essere impazienti, si sporgono dai loro nascondigli.
Tendono i muscoli, pronti a scattare.
Uno di loro, stanco di quell’attesa irrequieta, si getta allo scoperto correndo in maniera forsennata, con la bava alla bocca. E’ il segnale che gli altri attendono. Partono all’attacco caoticamente, a grandi falcate, roteando le braccia, digrignando i denti.
La signora sobbalza all’udire quei latrati inumani. Tenta di urlare: “I Lumpen!”. Ma ne esce soltanto un grido strozzato e non ha il tempo per ritentare, perché il primo l’ha già raggiunta.
Affonda i suoi denti in un seno, mentre con la mano le artiglia il fianco nudo. Inerme, la donna si contorce. Gli occhi verdi cercano una via d’uscita impossibile, il viso, abbrunito e sgomento, scioglie la sua bellezza aristocratica in un terrore primordiale.
Ora lei, sospinta dal dolore, riesce ad emettere uno strillo abbastanza acuto da attirare il maggiordomo che si precipita in suo soccorso. Appena varcata la soglia della villa, già cinque di loro gli sono addosso. Uno lo afferra alle spalle e lo morde al collo, gli altri gli stracciano la divisa: i bottoni dorati saltano e rotolano sul selciato. Gustavo lotta alacremente, ma i suoi colpi vanno a vuoto, fendono solo l’aria. Le sue energie sono miseramente insufficienti, gli anni di fedele e raffinato servizio ne fanno un pessimo combattente. Quelle creature lo immobilizzano con forza sovrumana, poi tutte insieme straziano le sue pallide carni. La sua resistenza è debole e vana, presto giace immobile, cibo per sciacalli. Il sangue tinge il vialetto, quando i Lumpen lacerano le sue fibre muscolari ed i tendini.
Non si odono più le urla della donna che si contorce sotto un branco di esseri indemoniati. La sua pelle abbronzata penzola dalle fauci di alcuni di loro, mentre brandelli di carne finiscono a qualche metro da lì. Nella concitazione dell’aggressione qualcuno sembra non notarli, ma subito qualcun altro li raccoglie per ingoiarli. Affondano gli artigli nelle interiora e se ne cibano, si spartiscono e le divorano il cuore. Infieriscono su quel che rimane del suo corpo inerte facendone strazio. Altri si aggiungono o sostituiscono quelli del primo assalto, finché non rimangono che ossa a biancheggiare ai raggi del sole.
L’orda famelica penetra nella villa e la spoglia d’ogni bene, ingurgita tutto ciò che può e distrugge tutto ciò che non si mangia, non le serve o non capisce. Pezzi di tessuto sono subito trasformati in rozze vesti, i vetri finiscono in frantumi, le sedie e la mobilia vengono colpite con pugni e calci, irrazionalmente. Un computer portatile vola fuori dall’ampia vetrata del soggiorno in uno sfavillare di schegge policrome.
Esaurita la furia distruttrice, torna a regnare una quiete disordinata, l’orda si placa e si guarda attorno con curiosità insoddisfatta, si aggira tra gli alberi, poi desiste dal cercare altre prede. Non c’è più nessuno.
I Lumpen, lentamente, si allontanano. Posano i loro luridi piedi scalzi sul prato, passo dopo passo, mentre gocce vermiglie cadono dalle labbra dei più fortunati insozzando i sudici stracci che molti indossano.
Qualcuno alza lo sguardo al cielo ed emette un guaito, qualcun altro lancia il telefono della donna lontano e, quando si schianta al suolo, tutti ululano ed il riecheggiare di quel suono, in lontananza, rievoca una lugubre risata.
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