La capsula
mercoledì, 14 ottobre 2009 | Di Luca | Sezione: Scritti ineditidi Giuseppe Guerrini
Marco sapeva esattamente quando sarebbe morto. Glie lo avevano detto i medici, imbarazzati, giustificandosi per certi imprevisti durante l’operazione. La capsula che si era fatto impiantare nel cervello era stata mal posizionata, rimuoverla sarebbe stato impossibile, “almeno con le tecnologie attuali”, gli dissero. Così Marco seppe che da lì a diciannove anni, undici mesi e ventotto giorni, cioè all’età di settantun anni, quattro mesi e sei giorni, sarebbe morto. La capsula era una cura sperimentale contro la depressione, efficace ma molto rischiosa. Per i prossimi vent’anni essa avrebbe rilasciato nella dose giusta e al momento giusto certi neurotrasmettitori, o ormoni, o chissà cosa; per vent’anni avrebbe respinto ansia e tristezza, lo avrebbe protetto dai pensieri negativi, dai rimpianti, dal senso di delusione e di vuoto. Poi la si sarebbe dovuta sostituire, perché una capsula esaurita uccide in poche ore, e non se ne conosce il motivo, si ipotizza che sia per le tossine emesse. Se non altro, gli dissero, sarebbe stata una morte indolore. Così Marco conosceva esattamente la data della propria morte, e non considerava affatto la possibilità di morire prima, come se la determinatezza di quell’evento ancora lontano potesse cancellare gli infiniti altri esiti della sua vita. Per Marco quello era senza alcun dubbio il destino che lo attendeva. Sorprendentemente, non temeva la sua fine e, anche se amava la vita, attendeva quella data quasi come un evento festoso.
Che un uomo di cinquantuno anni, con lavoro soddisfacente, matrimonio felice e figli adorabili, soffra di depressione, può stupire alcuni, ma è ben possibile. È anzi una cosa che succede spesso, senza motivo, succede e basta, e tutti se ne stupiscono, “ma come, proprio lui?”. Nulla di strano quindi se Marco sentì il bisogno di rivolgersi ad un centro specializzato. “Ma lei non ha il profilo psicologico del depresso” gli disse il neuropsichiatra della clinica, “tutti i test sono negativi. La sua non è depressione. Mi spieghi meglio come si sente.” “Dottore”, rispose Marco, “io sono innamorato”.
Marco non era uomo da colpi di testa. Aveva sempre giudicato un po’ infantili certe sbandate che prendevano i suoi coetanei. Amava sua moglie, e l’intimità che li legava era quanto aveva chiesto alla vita. Ripensando ai tormentati amori adolescenziali un po’ si vergognava, ed era felice di non avere più a che fare con quel guazzabuglio di vanità, invidia e frustrazione sessuale che aveva scambiato troppo spesso per amore. Una volta capito quel groviglio di sentimenti poté vivere finalmente una storia d’amore piena e soddisfacente, come meritavano entrambi. Si sposarono, ebbero dei figli, e furono felici. Cosa sarebbe mai potuto accadere?
Marco si stava cullando in questi pensieri quando incrociò per un po’ più di un attimo lo sguardo di quella ragazza. Erano lì, in una libreria, davanti allo stesso scaffale, a curiosare tra i titoli e le copertine. Li attirò una strana raccolta di racconti scritti da autori vari “alla maniera di” un celebre autore di polizieschi, usando i suoi personaggi e imitando il suo stile. Sorrisero entrambi, divertiti forse dall’idea, o forse dall’evidenza della furberia commerciale. Insomma, sorrisero entrambi, e si accorsero del sorriso dell’altro. Si guardarono per un po’ più di un attimo, poi abbassarono lo sguardo, intimiditi. “Allora, lo compriamo, questo falso d’autore?” chiese Marco, come per reagire alla timidezza. E, come accade sempre in questi casi, la conversazione che ebbero fu lunga, ma a loro parve breve. Mentre lei parlava Marco la guardava e considerava che poteva essere sua figlia, e che non era bella, e che il suo sguardo gli sembrava ingenuo e sincero, e che se avesse avuto vent’anni di meno l’avrebbe invitata a uscire, ma che se avesse avuto vent’anni di meno non avrebbe avuto il coraggio di parlarle. E quando Marco parlava, lei non sembrava annoiata. Così arrivarono all’ora di chiusura senza accorgersene, parlando di quelle cose di cui parlano quelli che si parlano volentieri. Si salutarono, e mentre tornava a casa Marco si sentiva un po’ eccitato. Nei mesi successivi Marco si sorprendeva a ripensare a quell’episodio, e si abbandonava a volte a delle fantasie tenere. Cosa c’era di male, dopo tutto? Non aveva alcuna intenzione di tradire sua moglie, che amava come prima. E poi, ne era certo, il ricordo di quella ragazza, di cui non conosceva neanche il nome, si stava lentamente confondendo, immaginava il viso di lei ogni volta un po’ più aggraziato, la chioma più folta, le labbra più carnose. Ma quello che non si corrompeva era l’impressione del carattere gentile e ingenuo di lei, e il suo sguardo, come quello che i poeti attribuiscono ai puri di cuore.
E un giorno, nella filiale della banca di cui era cliente, la ritrovò. Era stata trasferita lì da pochi giorni a lavorare come cassiera, e vi sarebbe rimasta a lungo. Si riconobbero subito, salutandosi come vecchi amici, e si parlarono ancora del niente di cui è fatto il gusto di parlarsi. L’impazienza del cliente successivo li convinse a congedarsi. Marco si accorse, con sorpresa, timore, e sollievo, che il suo ricordo di lei non si era affatto corrotto come credeva. E che lo sguardo era proprio quello dei puri di cuore.
“Maria”. Marco ora aveva anche un nome per i suoi pensieri più dolci. Come biasimarlo se preferiva i prelievi alla cassa a quelli al bancomat? Il suo lavoro gli lasciava una certa libertà, poteva scegliere l’ora giusta per allungare un po’ la visita in banca senza essere troppo d’intralcio. Poi qualche volta capitava che si incontravano al bar, durante la pausa per il pranzo. Parlavano e scherzavano, e tornavano contenti al lavoro. Una volta si incontrarono ad una sagra paesana, lei era con il solito gruppo di amici, lui con la famiglia. Decisero di formare insieme un gruppo per una visita guidata ad un castello. Uno di loro avrebbe fatto la fila per tutti. In quell’occasione si scambiarono i numeri di cellulare. Da allora, timidi SMS iniziarono a sorridere dai loro display per raccontare piccole cose: un film, una canzone, la neve, la pioggia.
Col tempo Marco si accorse che aspettava con un po’ di emozione i loro brevi incontri fatti di caffè, brioche, sorrisi e piccole confidenze. Più di tutto gli piaceva quando i loro sguardi si incrociavano in un sorriso complice. E quando lei si allontanava, gli occhi di Marco indugiavano sul suo ancheggiare discreto.
Qualche notte Marco sognava che facevano l’amore, con semplicità e tenerezza. Era innamorato.
E la moglie? Marco non la voleva tradire, non l’avrebbe fatto mai. L’amava sempre, dell’amore tranquillo di chi si conosce da anni. Temeva che si insospettisse, ma di cosa? Non avevano fatto nulla di male, non avevano neppure mai parlato dei loro sentimenti.
E Maria? Era innamorata anche lei? Aspettava anche lei trepidante l’ora dei loro brevi appuntamenti? Era lei a venirgli incontro, a sedersi vicino a lui al banco del bar, o era solo una fantasia di Marco, un desiderio promosso ad impressione? Forse lei lo stava solo trattando con gentilezza. Forse lo considerava nulla più che un simpatico conoscente. Marco si accorse che non gli importava: quello che provava per lei gli bastava. Ma che gioia quando lei gli riservava un segno d’attenzione! Durante il giorno controllava di continuo se c’era qualche nuovo SMS da lei, e quando ne arrivava uno sorrideva tra sé, intenerito. Era innamorato. Era innamorato, e l’amore stava per straripare dal suo cuore. Faceva sempre più fatica a non dirglielo, a non accarezzarla, baciarla. Ma non poteva: per sua moglie, che amava, non poteva; per i suoi figli, non poteva; per lei, a cui aveva da offrire solo una storia complicata, solo le briciole, solo la sua imminente vecchiaia, non poteva; per sé stesso, che si sarebbe comunque spezzato, a scegliere quando ogni scelta è ingiusta. “È solo un’amica. È solo un’amica” si ripeteva. Che tortura e che emozione quando si scambiarono un castissimo bacio sulla guancia per gli auguri di Natale! Sentì per un attimo il suo profumo tenue, e le sue labbra morbide. Pensò di esplodere. Pensò che sarebbe impazzito. Quando i loro sguardi si incrociarono nuovamente, come al primo incontro, dovette farsi violenza per non dirle tutto.
“Caro signore, l’innamoramento non è una malattia! Fa parte della fisiologia, della normale dinamica della nostra mente. L’amore implica scelte, le scelte richiedono maturità, e lei non è più un adolescente. Sia responsabile, affronti da adulto il suo sentimento, ed elabori il lutto per la perdita che ogni scelta comporta.” “Dottore, io ho già fatto la mia scelta: l’amore porta al sacrificio gioioso e disinteressato. Per mia moglie, e per Maria, questo è il meglio che posso fare. Non c’è altra soluzione, mi creda.” “Mi dispiace, ma la deontologia professionale mi impedisce di intervenire su chi non ne abbia bisogno.” Questo appello non necessario alla deontologia fece capire a Marco che il medico era corruttibile. “Per curiosità, dottore, mi dica cosa avrebbe risposto al questionario un vero depresso”. E il dottore, domanda per domanda, glie lo spiegò e concluse “Se proprio non è convinto del risultato, possiamo ripetere i test tra una settimana”.
La settimana successiva i questionari tracciavano senza ombra di dubbio il profilo del perfetto depresso. Il fatto che solo pochi giorni prima non fosse emerso nulla era poi tipico del disturbo bipolare: periodi di apparente normalità alternati a gravi episodi depressivi. Marco era il paziente ideale per l’impianto della capsula.
Così si sottopose all’intervento, e imparò quando sarebbe morto. Ma la sua morte non gli importava granché: la capsula lo proteggeva anche dalle paure inutili. Quanto all’amore, era diventato un sentimento indistinto, sfuggente, opaco. Quello per la moglie era ora un misto di pazienza un po’ distaccata e cameratismo. Quello per Maria era diventato cortesia e senso paterno. Quanto bastava per vivere tranquilli.
La prima volta che si presentò in banca dopo l’intervento la vide, ma il suo sguardo non indugiò più di tanto su quello di lei, invece spaziò per l’ufficio, e notò un cenno ironico tra due impiegati: “Eh, Romeo è tornato…”. Il sorriso che Maria gli rivolse gli sembrò luminoso ma infantile, e lui rispose con un condiscendente cenno della testa. Vari giorni dopo, al bar, Maria, un po’ smarrita e intimidita, gli chiese come mai si facesse vedere così di rado. Lui si giustificò parlando del lavoro, del tempo… Ricevette vari SMS nelle settimane successive. Ad alcuni rispose senza impegno, ad altri non rispose. Si incontrarono saltuariamente qualche altra volta al bar, lei coi suoi occhi da cerbiatta, quasi imploranti, lui cortese, paziente, un po’ sbrigativo. Poi non si videro più. Seppe che era stata trasferita in un’altra filiale. Ricevette un ultimo SMS, al quale non rispose.
Negli anni brevi che seguirono, gli anni brevi di chi non ha pensieri, la ricordò qualche volta, con distacco, e in modo sempre superficiale. Solo, sentiva che ogni volta qualcosa di pesante che si stava per posare sul suo cuore era rimosso da una mano premurosa prima che gli facesse male, per essere riposto dove non poteva nuocere. Avvertiva anche che quel ripostiglio segreto si riempiva e si riempiva, ma la mano premurosa, fatta di neurotrasmettitori, o ormoni, o chissà cosa, ne sigillava ogni volta la chiusura, senza sforzo e senza dolore. Ecco perché non gli importava di morire, e anzi aspettava l’esaurirsi della capsula come si aspetta una festa: capì che ad ucciderlo non sarebbe stata la capsula coi suoi ipotetici veleni. Esaurita la sua carica, la capsula avrebbe semplicemente smesso di sigillare quel ripostiglio segreto, colmo di tutto ciò che si era imposto di non provare. Si sarebbe aperto improvvisamente, invadendogli la mente e devastandola in un’esplosione gioiosa, che lo avrebbe distrutto più in fretta di ogni veleno. Un’enorme onda di tenerezza, passione, rimpianto, amore. Ecco cosa aspettava, ecco per cosa viveva quella sua breve maturità.
Stampa questo articolo | Invia questo articolo per email | 555 visualizzazioniGiuseppe Guerrini ha quarantotto anni, è sposato, vive in
provincia di Ravenna ed è un ingegnere elettronico. Lavora in una
media industria metalmeccanica. La crisi gli ha regalato la cassa
integrazione e con questa il lusso di sprecare un po’ del suo tempo a
scrivere racconti, prevalentemente di genere fantascientifico.
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Credo che questo racconto mi sia utile.
Semplice e toccante. La capsula si può anche autoimpiantare nell’adolesceza, ma ho sentito dire che in quel caso si rompe prima.
Un racconto molto bello e coinvolgente che tocca il cuore.
Complimenti all’autore.