La Pierina
mercoledì, 21 ottobre 2009 | Di Luca | Sezione: Scritti ineditidi Carla Masini
Nonna Pietra, era la nonna vera.
Era quella che mi aveva insegnato a leggere, facendomi compitare le insegne dei negozi che vedevamo per strada a Bari, dove si abitava allora.
Era quella che mi voleva bene per davvero, punto e basta.
Oltretutto, aveva anche l’aspetto che deve avere una nonna vera: era secca secca e curva, anzi aveva proprio la gobba e una crocchietta di capelli grigi tenuta su da un pettinino.
Povera donna, la gobba l’aveva sì!
A quattro anni il suo babbo Archimede la portò a tagliare il bosco con tutta la famiglia.
Lei, così piccina, certo non avrà fatto lavori pesanti, però stava curva a raccogliere legnetti che poi affastellava e si caricava sulle spalle.
Dormivano in una capanna nel bosco e una volta mi ha raccontato di essersi svegliata accanto a una serpe!
Aveva un sorriso che non saprei come definire, se non dolce e su un lato spiccava un dente d’oro.
Era proprio la classica nonna che ti immagini seduta accanto al fuoco a raccontare novelle ai nipoti.
E difatti ne conosceva di bellissime, lunghe, piene di maghi, orchi e laghetti incantati, altro che Cappuccetto Rosso e Biancaneve!
Anche quelle andate perse, insieme a tante altre cose, nessuno che se le ricordi più!
All’età di sedici anni fu mandata a servizio da una famiglia nobile volterrana, gli Inghirami.
Lei abitava a Montecatini, a pochi chilometri da Volterra, ma a quei tempi le distanze si misuravano con un metro diverso, a lei parve un viaggione e fu uno strazio separarsi dalla famiglia.
In realtà poi dagli Inghirami si trovò bene, e quei signori d’altri tempi, con le mogli che non erano buone neanche a vestirsi da sole, la presero a ben volere.
La chiamavano Pierina, mentre il personale di servizio l’aveva soprannominata Pastagonfia, a causa del suo fisico non proprio da silfide.
Per dimagrire, cominciò allora a bere dei bei bicchieri d’aceto: fatto sta che, fosse quella cura un pò drastica oppure il movimento, dimagrì per davvero e non riingrassò mai più.
Di quel tempo trascorso dagli Inghirami, ci raccontava degli episodi buffi: per esempio di una volta che, ammessa a servire in tavola vestita di tutto punto e con i guanti di filo bianchi, reggeva una zuppiera di minestra bollente.
Certo per non passare da incapace, continuò a tenerla in mano pur bruciandosi le dita e intanto diventava sempre più rossa in viso e sudava, sudava… finchè la signora Corinna non se ne accorse e le chiese:”Pierina, ma cos’hai?”.
Al che lei timidamente rispose:”La zuppiera brucia” “Ma posala, minchiona!” le risposero allora, forse prendendola per grulla.
Probabile che la signora Corinna fosse una donna un pò capricciosa.
Nonna Pietra mi raccontava che una volta le venne servita una minestra che lei giudicò insipida.
La rimandò allora indietro in cucina perchè il cuoco gliene preparasse una più saporita.
Dopo vari andirivieni della portata, sempre giudicata inaccettabile dalla sora Corinna, il cuoco Serafino si indispettì e ci sputò dentro.
E quando la signora la assaggiò, così ritoccata, se ne uscì in un:”Vedi Serafino, che quando vuoi le cose per bene le sai fare!”.
Se donna Corinna era capricciosa, di certo il cuoco Serafino era dispettoso: nella fattispecie, aveva preso in antipatia il gatto di casa e come poteva gli assestava qualche pedata.
E la padrona spesso, vedendo la povera bestia che zoppicava, borbottava:” Vorrei sapere che cosa ha questo gatto, cammina sempre zoppo!”.
Dopo qualche anno la Pierina si sposò con nonno Alfredo, che faceva il meccanico e aveva un’officina di suo, e in viaggio di nozze andarono a Livorno.
Fu così che nonna Pietra vide il mare, per la prima volta in vita sua.
In seguito le nacquero dei figli, tre femmine e un maschio e io quella famiglia là me la immagino proprio bella; di sicuro in casa, con quattro donne, ci doveva essere sempre un gran ciabattare, magari qualche dispettuccio, qualche gelosia, si sa, ma certo non il silenzio che regna in casa mia, dove sto praticamente da sola.
Per le figlie stravedeva, per il maschio forse un pò meno, e di sicuro avrà avuto i suoi buoni motivi.
Non stava mai ferma: e bolliva i panni con il ranno, e spazzava l’orto, e faceva da mangiare, quello poco bene devo dire, e a tempo perso, mesceva vino all’osteria, penso di famiglia, e le piaceva stare dietro al banco.
Con me aveva tanta pazienza.
Solo una volta gliel’ho vista scappare.
Di sicuro le avevo risposto a sproposito e lei, che mi aveva appena comprato un gioco di società nuovo, “Il Rischiatutto”, con gli occhialini in plastica neri come quelli di Mike Bongiorno, presa dalla rabbia, lo afferrò, e lo sbatacchiò per terra, per poi mettersi a singhiozzare.
Ricordo che la guardai esterrefatta: non l’avevo mai vista perdere le staffe in quella maniera!
Così come rimasi a bocca aperta quando la vidi con una sigaretta in bocca che fumava placidamente.
Mi disse:”E’ per digerire”.
Roba da matti!
Non credo però abbia più fumato, neanche per digerire.
E del resto, mangiava come un lupo e digeriva anche i sassi.
Ricordo che negli anni’70 il pomeriggio alla TV dei Ragazzi davano “Tre nipoti e un maggiordomo”.
Quanto ci rideva su quei filmetti leziosi e stucchevoli e del maggiordomo diceva convinta:” Che ganzo che è quell’omo!”.
A volte sonnecchiava sul divano e io mi divertivo a farle il solletico sotto il naso.
Babbo seduto lì accanto ridacchiava sotto i baffi.
Poi, invecchiando, anche se io la ricordo vecchia da sempre, ha cominciato a scordarsi le cose, come succede a tanti e gli occhi le sono diventati vacui, sbiaditi o forse erano le cateratte, chissà.
Vedendo babbo che girava per casa, e non capacitandosi di chi fosse, un giorno a mamma ha chiesto:” Emi, ma chi è quel giovane?”.
Non mi riconosceva quasi più.
Il giorno prima che morisse , io ero sposata da poco, la andai a trovare; lei cenava con il suo tazzone di caffellatte e mi riconobbe, ne sono sicura.
Lì per lì non fu capace di dire niente, ma mi sorrise in modo dolcissimo, le vidi una gioia immensa negli occhi, mi prese la mano, mi ci stampò sopra un bacio con la bocca umida di caffellatte e prese a cullarmela, stringendosela al petto, come forse faceva con i suoi bimbi quando erano piccini, chissà.
Non l’ho più rivista viva.
Ci siamo salutate quella sera, senza spiccicare una parola, ma ci siamo salutate lo stesso.
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Questo racconto è più o meno una coperta calda.
Ho letto questo squarcio di vita vissuta con grandissimo piacere. E’ un racconto lieve che lascia una certa dolcezza addosso … Oggi, quando tutti cercano di scrivere qualcosa di nuovo, che risulta sempre forzato, cose così fanno apprezzare un modo di scrivere semplice e caldo che, haimé, va sparendo. Brava e grazie.