Venerdì, 10 Febbraio 2012

Lettera d’amore a Michael Mann dopo la visione di “Nemico pubblico”

lunedì, 9 novembre 2009 | Di | Sezione: Profili

di Fabio Orrico

Nemico pubblicoCaro Michael Mann,
non sono un critico cinematografico quindi ho rinunciato abbastanza in fretta all’idea di scrivere una recensione del tuo Nemico Pubblico, che ho visto giusto ieri sera e credo che tornerò a vedere tra non molto perchè, come sempre dopo un tuo film, non riesco a scrollarmi di dosso le tue immagini. Ho rinunciato, dicevo, all’idea di scrivere una recensione perchè penso che artisti con una filmografia come la tua possano tranquillamente fare a meno di recensioni e premi. Non è un caso che tu non abbia mai vinto un oscar. Non avrebbe molto senso. Sarebbe come dare il nobel a McCarthy o a Moresco. Certa gente è troppa in gamba per i premi. Diciamo che avrebbe molto più senso dare te all’oscar, non il contrario, così come sarebbe un onore per gli accademici di Stoccolma premiare Moresco o McCarthy.
Ma non divaghiamo.
Io credo che a un film come Nemico pubblico non si possa dedicare meno che una lettera d’amore. E tale è la mia. Non sarò coerente, non sarò preciso: io sono un uomo innamorato. Mi limiterò a elencare ciò che resta del tuo film dentro di me e a inanellare pensieri in libertà. Dunque. Di cosa stiamo parlando: Dillinger al cinema aveva già diversi precedenti e uno almeno illustre: mi riferisco al Dillinger che, nel 1973, segnava l’esordio alla regia di John Milius. Era quello, un film romantico e barbaro. Milius aveva fatto di Dillinger un eroe guascone e megalomane, fedele all’idea del delinquente sociale. Il Dillinger di Milius era Warren Oates, sodale storico di Sua Maestà Sam Peckinpah. Il tuo Dillinger è più ombroso e malinconico, complice il solito Johnny Depp, attore strepitoso ma sempre un po’ in odore di maledizione. Il tuo Dillinger piange, quello di Milius non l’avrebbe mai fatto. Anche il tuo Dillinger si atteggia a moderno Robin Hood ma, come sempre, ciò che tu aggiungi, fa la differenza. Eccome.
Gli accenni di guerra per il consenso. Il contendersi fra guardia e ladri l’applauso di un popolo affamato e abbruttito. L’america come gigantesco mattatoio mediatico ante-litteram.
Lo scenario: post-western e non può essere che così perché cosa sono Dillinger e Bonnie & Clyde e Machine Gun Kelly se non gli antenati diretti e mitizzati dei Billy the kid e dei Jesse James? Ci fai conoscere Dillinger nei cinque minuti che aprono il tuo film e che da soli valgono le carriere di Branagh Sodernergh e Stone messi insieme. Cieli enormi alternati a interni umidi e soffocanti (a proposito, il tuo direttore della fotografia Dante Spinotti è un genio assoluto) più un tuffo nel gotico americano che riannoda direttamente a Walker Evans. Con le idee di cinema contenuti in quei cinque minuti un regista normale ci costruisce una carriera. Macchina a mano, perchè tu mentre giri sei nel 1933. E poi gli sguardi. Al cinema i registi che fanno parlare gli sguardi li conti sulle dita di una mano: Ford, Peckinpah, Cimino, Eastwood, Garrel. Poi tu. Gli incroci di sguardi fra Depp e James Russo, subito prima della morte di quest’ultimo.
I personaggi secondari: J. Edgar Hoover, bolso e figlio di puttana come in Underworld di De Lillo che usa il quarto potere per fare la guerra al crimine e cita Mussolini come punto di riferimento. Melvin Purvis, la nemesi di Dillinger, praticamente un impiegato col mitra in pugno (come in Heat, si tratta sempre di fare bene il proprio mestiere), ma prende in braccio la pupa del gangster brutalizzata con la stessa tenerezza con cui John Wayne prendeva in braccio Nathalie Wood alla fine di Sentieri selvaggi.
Il montaggio slogato (Paul Rubell in excelsis) che lega per analogia il campo lungo di una foresta fuori fuoco a un’improvvisa esplosione di violenza. Le sparatorie stranianti, il buio illuminato dagli spari. Lo sceriffo Winstead che sembra un personaggio del Mucchio selvaggio e accetta, nello splendido finale, una tragica empatia con la sua preda. L’ultimo sguardo in camera di Billie Frechette e il controcampo sulla porta che chiude il film. Poi, se ho voglia, aggiungo qualcos’altro dopo la seconda visione.
Io penso, caro Michael, che tu sia uno degli ultimi eroi di quel cinema antropocentrico, umanista che ci ha fatto amare alla follia un certo cinema americano. Un’idea e una pratica di cinema che oggi sembra essere un po’ troppo soffocata dal ricorso continuo all’ironia, alla cinefilia, alle continue prese di distanza dai propri personaggi. Tu, invece, sei continuamente, ostinatamente dalla parte dei tuoi personaggi. Tu non ti limiti a fare cinema (perché tu, è molto evidente, hai sempre fatto cinema, non hai mai fatto un film). Tu “racconti all’uomo dell’uomo”.
sinceramente
Fabio Orrico

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  1. Sono innamorato di Fabio Orrico che ama Michael Mann. Un trittico di fottuta frociaggine umanista.

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