Il senso e l’acqua
giovedì, 10 dicembre 2009 | Di Fabio | Sezione: Scritti ineditidi Simone Cerlini
Venerdì, pranzo “Alla Torre”
Sarà un auto di lusso sulla Gravellona Toce. L’autista avrà una giacca nera con le spalle troppo larghe e la vita troppo stretta. Il tessuto appena lucido con il risvolto più largo del normale. Una cravatta nera e la camicia bianca. Avrà occhi azzurri come i ghiacciai delle montagne e un viso semitico e angoloso. La donna indosserà un tailleur nero, orecchini a pendaglio, una collana d’oro e brillanti, un bracciale e un anello con tre grosse pietre luminose. L’auto di lusso uscirà a Romangnano Sesia, e giunta nel centro del paese parcheggerà presso la piccola piazza centrale. L’autista farà scendere la donna e l’accompagnerà alla Trattoria Alla Torre, dove l’oste li accoglierà con cerimonie. Il ristorante sarà piccolo, di atmosfera tranquilla e famigliare, e a pranzo praticamente deserto. Lei prenderà filettino di maiale con le prugne e lui una terrina di piccione con scalogno in agrodolce. Berranno un Nebbiolo delle Colline Novaresi “Il Silente”, lasciando sul tavolo mezza bottiglia. Pranzeranno in silenzio. Lei si pulirà appena le labbra con un tovagliolo bianchissimo, lasciando l’impronta sfumata di rossetto prugna. Lei non riuscirà a toccare il suo piatto e lui si sfamerà di piccoli panini e grissini cercando di mangiarli in piccoli bocconi, e di masticare piano. Poi usciranno nel pomeriggio di sole e lei chiederà all’uomo di andare a prendere la vettura, per rimanere a fumare e pensare, da sola, per qualche minuto.
Venerdì, cena “Chi Ghinn”
Sarà una strada tortuosa che sale sul costone della collina, nel versante verbano del Lago Maggiore. Sarà un piccolo borgo, con vie strettissime nel crepuscolo. Sarà il battere dei tacchi sul selciato, nello sguardo incuriosito dei vecchi, che si affacciano dagli androni delle case. Lei indosserà jeans e stivali, con una maglietta nera e una collana, orecchini a pedaglio e un bracciale. Lui un completo nero, il tessuto appena lucido con il risvolto più largo del normale. Una cravatta nera e la camicia bianca, con i gemelli di onice nero. Si dirigeranno verso una porta in una strada, e allora un cameriere li accompagnerà ad un parapetto di marmo della scale, che metterà in un giardino con vasi e statue, dove troveranno posto accanto alla ringhiera di ferro battuto, con vista sul lago. Avranno entrambi le immagini del pomeriggio a Locarno, dentro alla pancia dell’Ospedale La Carità, nel Centro Cantonale di Fertilità. Ricorderanno le donne in attesa nell’atrio, con la speranza di una magia medica capace di renderle madri. Sentiranno il silenzio e il rumore dei loro passi e dei passi dell’infermiera che li porta in una stanza piccola e verde, con un lettino e il visore. L’ecografia, il sorriso imbarazzato del medico. Rivedranno la camera gestazionale, ascolteranno il battito cardiaco fetale, e sentiranno di nuovo la sensazione delle loro mani, che si erano sfiorate, rivelando la freddezza e il sudore. Il blister con le tre capsule. L’infermiera che le prende in mano ad una ad una: “Devo essere sicura che lei le prenda, che lei non le porti fuori da qui”. L’infermiera che le appoggia sulla lingua della donna, ad una ad una. La donna che deglutisce, tre volte. I biglietti di franchi svizzeri che passano di mano. Per prendere la RU486, la pillola abortiva, è sufficiente essere incinta, e avere abbastanza denaro. Al ristorante Chi Ghinn, in località Bee, in provincia di Verbania, in un tavolino accanto ad una ringhiera con vista mozzafiato sul lago, ordineranno carpaccio di lavarello all’aceto di lamponi, risotto ai filetti di persico, ed un trancio di storione reale con salmeriglio e insalata di porcini freschi. Lei assaggerà qualche boccone, guardandolo spazzolare i piatti. Lo osserverà, senza nascondere frequenti espressioni di disgusto. Non dirà nulla. Lo guarderà tracannare un Blanc de Morgex, fresco, con la medesima noncuranza con cui l’uomo era solito scolarsi il bicchiere del suo Cognac di Gourmel, nei loro momenti di intimità. Quella notte, all’Hotel Cannobio, lei entrerà nella camera di lui, e lo sorprenderà nel bagno, dentro alla vasca. Lo guarderà a lungo, ancora con i jeans e la maglietta e la collana, fumando appoggiata allo stipite della porta. “Scopiamo”, gli dirà.
Sabato, pranzo “Grotto”
Sarà un sentiero di terra battuta ombreggiato da salici e faggi, lungo le rive del torrente. Lei indosserà short sportivi, una canottiera aderente e scarpe da ginnastica. Porterà i capelli raccolti e occhiali da sole, legati con un elastico colorato dietro alla nuca. Lui con pantaloncini corti ed una maglietta senza maniche, un piccolo zaino aderente alle spalle e un berretto da baseball, in mano una borraccia d’acqua, per lei. Percorreranno un lungo tragitto, senza parlare, poi lei indicherà un’ansa del torrente, in cui i secoli hanno scavato la roccia formando una piccola spiaggia. Lui si spoglierà, tuffandosi da una roccia nella parte più profonda del fiume. Lei si fermerà a guardarlo, assaporando il calore del sole, fluttuante tra le ombre degli alberi e le correnti fredde che soffiano dall’acqua. Lo guarderà nuotare e risalire la forza dell’acqua, che gorgoglierà e ribollirà in una gola assordata dallo scroscio. Desidererà quel corpo sano e asciutto, e chiederà un bacio, quando lui la raggiungerà arrampicandosi sulla pietra. Lei lo bacerà, cercando con i palmi la tessitura umida della schiena, il rilievo dei muscoli che si scindono in due rilievi in prossimità della spina dorsale. E in quel bacio penserà che avrebbe potuto innamorarsi di quell’uomo semplice e devoto. Avrebbe potuto scrollarsi di dosso la fame di piaceri e capricci, di uomini generosi, scelti più per un fallimento destinale, che per una calcolata strategia. Come se a lei non fosse per principio consentito sognare e abbandonarsi al desiderio di un calore profondo e adulto, non fosse per principio permesso di pensarsi in due, nella sua quotidiana tattica di sopravvivenza. Poi lo guarderà rivestirsi e riprenderanno il loro tragitto verso Sant’Anna. Saliranno al Ristorante Grotto, dietro la Chiesa, dove un cameriere garbato li starà aspettando, conducendoli ad un tavolo sulla terrazza, proprio in faccia ad uno spettacolare salto sull’orrido. Ordineranno cervo tiepido con sformato di funghi, ed un superbo fungo porcino farcito di fungo cotto al naturale con erbe e aglio di Vessalico. Il cameriere lo servirà insieme ad un Gattinara “Vigneto Valferana” e si fermerà con loro per qualche gioco delicato e scherzoso. Lei prenderà un fegato d’oca con gelatina al vino di ghiaccio, albicocche con fettucce di sedano condite e tartare di fichi. Mangerà e berrà ammirando le montagne intorno e insieme rideranno e parleranno e si ammireranno e saranno grati uno dell’altra, per quell’intermezzo di paradiso. E quel pomeriggio faranno l’amore come e più di sempre e si sentiranno entrambi vicini ad una scelta entusiasmante e nuova, saranno fradici della frescura del torrente, rinnovati di speranza e lontanissimi dal mondo.
Sabato, cena “Via Roma”
Cammineranno abbracciati sul lungo lago, poi entreranno nelle vie della città, dalla Piazza del mercato svolteranno per via Rigola poi a sinistra per via Roma. L’ingresso porterà nel locale, ma subito vedranno il giardino in cui saranno apparecchiati i tavoli. Lei indosserà un vestito longuette senza maniche, di taffetà e velluto, e dalle linee rigorose e simmetriche, nero con inserti colorati. Scarpe decolleté con plateau e tacco alto, di un nero lucido. Gli orecchini a pendaglio, tra gli altri l’anello con i tre diamanti, una collana con pietre in mezzo cristallo simulanti il granato e perle montate a rete. Lui un completo nero, il tessuto appena lucido con il risvolto più largo del normale. Una cravatta nera e la camicia bianca, con i gemelli di onice nero. Un uomo gentile e semplice li accompagnerà accanto ad un albero e senza aspettare, dopo uno sguardo di lei, fugace, servirà una insalata di coniglio croccante con tartufo nero e Toma d’Alpe. Poi terrina di faraona con pistacchi in insalata di sottaceti. Si soffermeranno senza parlare, a gustare deliziosi gnocchi verdi di patate con Praga e Caciocavallo, e tortelli di ricotta e pere con pecorino. Si guarderanno sorridendo, e si terranno la mano. Lei gli racconterà dell’infanzia con il padre, che la portava a Montecarlo quando lei era appena dodicenne. Le racconterà che non era posto da bambine, quello, ma a quel suo padre tutto pareva permesso. Gli dirà che era dovuta crescere in fretta, perché suo padre aveva contratto debiti con banche fino a che non era scappato e lei era rimasta con la madre. Per anni aveva lavorato in una azienda che produceva componenti per automobili, in amministrazione, fino a che aveva ceduto alle lusinghe dell’imprenditore. Lui la portava nei suoi viaggi in isole lontane e lei si concedeva indolente, fino a che l’uomo le propose di sposarlo, ma il resto della storia l’autista la conosceva benissimo. Allora lei lo guarderà dritto negli occhi e gli dirà che i gioielli che si era portata con sé e l’automobile valevano un mucchio di denaro e che avrebbero potuto fuggire. Dalla Svizzera avrebbero potuto partire per il Sudamerica, qualche amico li avrebbe aiutati e avrebbero potuto vivere laggiù e ricominciare una vita. Lui la guarderà incredulo, ma sentirà una elettricità nuova, il senso di un riscatto, o di una finale giustizia. Le terrà la mano, giocando appena con gli anelli, e perdendosi in quel viso incredibilmente morbido e semplice e pallido. Lo sguardo malinconico e antichissimo sottolineato da un sapiente mascara, il sorriso infinito e il seno pieno, i capelli come un fiume nero. Si chiederà quale prezzo avrà mai questa fortuna, o quale merito lui per questo sorprendente premio. Con la mano sinistra reggerà lo stelo di un balloon con ancora due dita di Barolo Bricco delle Viole del 2004. Lo solleverà appena, fingerà di assaporarne le essenze, e lo berrà, lentamente, in un lungo sorso, senza guardarla.
Domenica, pranzo “Isole di Brissago”
Sarà un piccolo traghetto sulla riva svizzera. Lei indosserà jeans e felpa e scarpe da ginnastica, lui jeans e maglietta e sneakers marroni. Guarderanno stretti uno all’altra le rive del lago nella breve traversata. Sbarcheranno sulle isole e passeggeranno stringendosi la mano nell’orto botanico, giocando ad inseguirsi e a nascondersi. Poi il tempo girerà, come dal dorso al palmo della mano, rovesciando una pioggia leggera. Anche per il colore del cielo lei si farà cupa, poi pallida e chiederà di ripararsi dentro al ristorante. Saranno accompagnati ad un tavolo nella grande terrazza, con una grande tovaglia immacolata e un vaso di frutta nel centro. Ordineranno una insalata con bocconcini di bufala e un Merlot bianco Terre Alte piuttosto giovane. Lei non toccherà nulla, mentre lui prenderà a mangiare lentamente e quasi di nascosto il pane e i grissini. Poi si alzeranno senza parlare e si appoggeranno ad una panchina in faccia all’orto botanico. Lei ammutolita inizierà a germogliare piccole gocce di sudore sulla fronte e alle mani. Chiederà di assentarsi per qualche minuto e lui la seguirà con lo sguardo. Lei cercherà un bagno, chiederà ad una cameriera, e salirà le scale ed oltrepasserà una porta bianca e troverà un lavabo bianco e un vaso con fiori secchi. Entrerà nell’ambiente angusto della toilette, con tracce di scarpe infangate sul pavimento. Pulirà accuratamente la ceramica, poi si accuccerà senza sfiorare nulla. Sentirà uscire il liquido caldo e ne percepirà il rumore, poi come uno stacco un separarsi di un grumo intero uno schiodarsi uno sconficcarsi uno sciaf nell’acqua della tazza e la sensazione e l’odore del sangue. Si pulirà con i suoi fazzoletti e non si accorgerà del rosso vischioso impiastricciarle le mani e si alzerà e insieme premerà il pulsante per lo scarico e sentirà lo scorrere del flusso nelle fogne. Si getterà fuori verso il lavabo imbrattando la maniglia e si guarderà le mani e le mani saranno rosse e cercherà di smacchiarsi meticolosamente e con ostinazione, cercherà di sfregarsi di mondarsi di strofinarsi fino a sciogliersi in due righe di lacrime verso la bocca. Stringerà i pugni, prenderà un lungo respiro. Si guarderà allo specchio e dalla borsetta prenderà il cotone e si pulirà il viso, poi la matita e il rossetto. Si pettinerà con cura, raccogliendosi i capelli di nuovo e riacchiappando i ciuffi sparpagliati con forcine decorate. E quando lo vedrà di nuovo dirà: “Tutto bene” e proverà a raccontare senza riuscire e senza trovare parole e lui sarà pallido e muto e torneranno verso il traghetto. Lui non sarà capace di intuire il disperato desiderio, in lei, del calore di un abbraccio.
Domenica, cena “Piccolo Lago”
Sarà un crepuscolo infuocato nei riverberi del Lago Maggiore e nello scintillio dei diamanti della collana di lei, incastonati a rete dentro una griglia di metallo prezioso. Nei sedili posteriori lei guarderà il sanguinare delle nuvole dietro alle montagne, lo squarcio del cielo per gli ultimi raggi del sole nascosto. Porterà il bracciale e gli anelli, gli orecchini a pendaglio e un vestito lungo di crêpe grigio prugna, sandali con tacco e i capelli sciolti. Lui il vestito nero e la cravatta nera a intarsi metallo e la camicia con i gemelli di onice. Arriveranno nei pressi del Lago di Mergozzo e lui la accompagnerà dentro al giardino per un delicato aperitivo. All’interno le ampie vetrate sul lago daranno l’illusione di navigare sull’acqua, e dirigendosi verso il tavolo lei si accorgerà dello sguardo fisso di lui su una ragazza in piedi presso il buffet. La ragazza sarà semplice e giovane, con occhi brillanti e un viso perfetto acqua e sapone. Le donne tutte la avranno notata entrando, con un moto di invidia repressa, registrando in un battito di ciglia i jeans che fasceranno le forme da atleta. Lei ordinerà il flan di Bettelmatt con leggera mostarda di pere e salsa ai mirtilli di montagna speziati e una variazione di capretto e lombo di agnello con patatine croccanti. Lui il tortello di stoccafisso con salsa di polenta bianca e l’anguilla “dal fuoco al roner”. Ma troppo spesso il suo sguardo vagherà a cercare la ragazza dal viso perfetto e lei assaggerà appena i suoi piatti, fissandolo a lungo, mutando il suo volto dal disgusto alla rilassatezza estrema. Berrà un Mazis-Chambertin Grand Cru 2002. Ne berrà molto, a piccoli sorsi, praticamente senza mangiare. Poi accadrà che lui inizierà a parlare e a fantasticare della loro vita in Sudamerica. Avrebbero potuto organizzare feste, come le feste che ogni tanto capitavano in Villa Lauro. Ma questa volta lui li avrebbe fatti pagare un ingresso, e nessuno avrebbe rifiutato, perché lo charme di lei era una attrazione per tutti, e tutti avrebbero voluto di nuovo guardarla spogliarsi e godere dell’amore del suo amante. E avrebbero potuto così raccogliere le somme sufficienti per aprire un locale tutto loro, e garantirsi il tenore di vita che le spettava di diritto. Così parlerà l’autista e amante. Lei lo ascolterà sorseggiando di tanto in tanto il Mazis-Chambertin. Stingerà le labbra sul bicchiere, per serrarle in una noce prugna e lo guarderà negli occhi, fissa, a lungo. Lo guarderà parlare e mangiare, e osserverà le mani di lui a caccia dei pani e grissini, con le unghie appena lunghe e irregolari. Lo ascolterà fino in fondo e farà seguire un lungo silenzio, appoggiando le posate e i bicchieri con lentezza e ripiegando il tovagliolo. Poi aprirà la bocca per un ultima volta, con lui, per dire: “Oggi ho pisciato fuori tuo figlio nel cesso, ho tirato lo sciacquone, e tu mi straparli di ammucchiate”. Si alzerà, si scuserà con il ristoratore, e si dirigerà alla macchina. Dritta e fiera, con un passo sicuro e deciso. Si accomoderà sul sedile posteriore e si farà riaccompagnare in albergo.
Lunedì, “Villa Lauro”
Sarà un auto di lusso sulla Gravellona Toce. L’autista avrà una giacca nera con le spalle troppo larghe e la vita troppo stretta. Il tessuto appena lucido con il risvolto più largo del normale. Una cravatta nera e la camicia bianca. Avrà occhi azzurri come i ghiacciai delle montagne e un viso semitico e angoloso. La donna indosserà un tailleur nero, orecchini a pendaglio, una collana d’oro e brillanti, un bracciale e un anello con tre grosse pietre luminose. L’ecografia all’Ospedale La Carità di Locarno avrà dato esito positivo. Nessuna traccia della camera gestazionale, il feto sicuramente espulso. Svolteranno in direzione Torino, poi da San Mauro Torinese si inerpicheranno sulla collina fino ad un cancello di metallo che si aprirà automaticamente. L’uomo scenderà per primo e aprirà la portiera alla donna che scenderà sul vialetto del giardino verso casa. Lui la guarderà allontanarsi con una borsetta in mano e i capelli raccolti in fermagli di metallo.
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