Breviario Mediterraneo
mercoledì, 30 dicembre 2009 | Di Luca | Sezione: Profilidi Michele Marziani
Fonte: Appunti Di Viaggio (link all’articolo)
Il mio prossimo romanzo è ambientato sul mare. Mentre scrivo ho intorno molti libri dall’odore salmastro, ora sto sfogliando Breviario Mediterraneo di Pedrag Matvejević. Ricordo che quando lo lessi, chiudendo l’ultima pagina corsi al mare, all’Adriatico dove vivo, sul porto, sotto al vecchio faro sul molo di pietra d’Istria, a respirare tutto quello che in decenni non avevo capito. Avevo inanellato una con l’altra le parole, che sono le chiavi di questo percorso, di questo autentico breviario che aiuta a capire che il Mediterraneo è un mondo di diversità anche forti caratterizzate da un destino comune. Il destino dell’umanità, verrebbe da dire con un vezzo antico che vorrebbero l’Europa e il suo mare al centro del mondo. Uscito nel 1987 in croato col titolo “Maediteranski Brevijar”, tradotto in italiano nel 1991, il libro di Matvejević è stato ulteriormente arricchito nell’edizione Garzanti del 2006. Capolavoro del “non genere” è lontano dall’essere un saggio, ma dispensa notizie che percorrono la storia (Egizi, Fenici, Greci, Romani, Arabi, Veneziani…) e attraversano i paesi che toccano il Mediterraneo, anche quelli che ne sentono solo il vento e l’odore. Neppure assomiglia a un romanzo ma ne ha la forza narrativa, la capacità di condurre per mano e di sognare attraverso i racconti, brevi, nitidi, dell’autore. Men che meno è un diario di viaggio, anche se insegna a viaggiare, o un libro di bordo, anche se offre le coordinate per muoversi attraverso la geografia. Non è un dizionario, una mini enciclopedia e nemmeno un glossario per quanto a volte sembra ricalcarne la struttura. È un libro da leggere danzando tra le parole: ognuna tira l’alta come le ciliege in una specie di viaggio a volte geografico, a volte letterario, storico o materiale. I confini portano alle coste, le coste alle strade, le strade alle razze, le razze all’immagine e questa al discorso sul Mediterraneo. Si susseguono con nodi geniali e strettissimi, leggeri e profondi, apparenze, città, moli, abitanti, isole (“lì si vede meglio che altrove in che misura il mare effettivamente unisca o quanto divida”), penisole, capitanerie di porto, boe, cordame, lingue scomparse, onde, venti, correnti, spuma, nuvole, piogge, acque, sete (“Né gli umani né il bestiame bevono il mare”), riti, coste, golfi, pozzi, fari, monasteri, pescatori (“I veri pescatori bestemmiano ma non rubano”), vulcani, suoli, misure, pesi, pane, olio, vino, mestieri, vele, catrame, canapa, stoppa, reti, zavorre, navigazione, nuoto, relitti, spugne (“C’è stato chi ha paragonato il Mediterraneo a un’immensa spugna che si sia imbevuta di ogni conoscenza”), coralli, fiumi, fichi, asini, cartografi, peripli, strade, religioni, viaggiatori, pellegrini, civiltà, mappe, portolani, saggi, poeti… Alla fine, in fondo, si capisce, come una lampadina che si accende: questo libro ha il respiro di un antidoto all’identità, il respiro di un unico mare, dove le diversità sono tali da sempre e da sempre sono ricchezza. Un mare che è padre e madre di un pezzo di mondo. Non manchi mai dalle librerie dei giusti, verrebbe da scrivere. Non manchi tra le buone letture e tra le mani dei curiosi, invece scrivo.
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Non vedo l’ora di leggerlo.