Un’altra strategia di contenimento
giovedì, 21 gennaio 2010 | Di Fabio | Sezione: Scritti ineditidi Fabio Orrico
Da circa due anni sto lavorando a una raccolta di poesie che, probabilmente e se mai vedrà la luce, sarà intitolata Bonifiche. La breve silloge che segue avrebbe dovuto aprire il volume, ma così non sarà. Nel leggere, rileggere, aggiungere e togliere, ho improvvisamente avvertito questi testi come un corpo estraneo al resto della raccolta. Un gruppo di poesie troppo compatto e diverso rispetto a quello che avrebbe dovuto seguire. In questo modo licenzio la silloge e me ne libero, riplasmando il libro. Perdonate la pubblica masturbazione.
Un’ultima nota: il poemetto è stato parecchio tempo senza titolo per il semplice fatto che non sapevo come intitolarlo. Sgorgato dopo un periodo parecchio lungo di inattività si stagliava nella mia mente senza nessuna intenzione di farsi chiamare per nome. Io l’ho sentito subito come un superamento di altri miei scritti. Il titolo che mi è saltato in mente all’improvviso, qualche settimana fa, indica una cesura, uno scarto, rispetto al mio libro precedente, appunto Strategia di contenimento (Giulio Perrone editore, 2005), ma anche una continuità.
Invocazione alla musa
Ascoltami, mentre prendo la giusta
distanza e svuoto il tempo dalle rogne
per isolare il nucleo, l’idea
della tua voce scavata, regionalmente
connotata, io, impiegato a vita
nelle barbariche multinazionali
del “pensaci adesso che dopo è troppo
tardi” e tu, giovane inquilina senza
l’ironia del secolo ma tutta
piena di escoriazioni e punti di vista,
perché il tempo se passa non è senza
un motivo e dai e dai anche un
asino impara a forza di sentire
la stessa canzone: il bastone, visto
e sperimentato, del salario
ma l’esistenza nostra si basa su
pochi gesti, dai più condivisi:
profilassi e custodia del segreto.
Dicevo: “ascoltami”, meglio avrei detto: “cantami”.
***
In tutto questo immagina un dentista
infernale: chino sulla bocca del
tuo pianto, misura le escrescenze
triplicate dal bisogno (avevi
ancora le orecchie piene di garza
e ciuffi di corteccia uscivano
dalle tue tasche: sangue che non dico).
Lei sembrava la parte per il tutto
ma le dee dall’addome scoperto
hanno bruciato i nostri cervelli
e come in quel film, che tanto ti piace,
ti sei detto: “io sono la mia storia”
e poi, di rimando: “tutte cazzate”
e in quella sentenza c’era la vita,
tua e dei tuoi cari, la tua vita,
una e trina, aveva affittato l’utero
a mercanti sconosciuti eppure
gentilissimi e le notti passate
in loro compagnia le ricordi
con affetto e una punta di amaro
per ciò che poteva essere
e, come suol dirsi, non è stato.
Adesso ci sono cose che, anche sforzandoti,
non riesci a ricordare. Adesso la
tua casa ha muri e porte strette,
tanto da renderti arduo tornare con
la spesa e far finta di nulla, fare
moine al cane (tu sei l’animale
domestico di te stesso) ma non dimentichi ciò che
realmente conta: quella volta che lei,
chiudendo i conti, ha detto: “i clienti
non sono cattive persone, la loro
è la mistica del bisogno: o me lo dai,
pagando, ci mancherebbe, o crepo.
Io sono stata la macchia d’erba
sul bucato delle tue buone azioni:
i morti, lo sai, non sentono (ragioni)”.
***
Ora prova a immaginare una donna,
la sua propensione al pianto, quella
che tu le rimproveravi senza
moneta di scambio, senza partita
d’azzardo che non fosse controllata
dalla tua angoscia, la tua noia
di dover constatare: tutto funziona,
anche la natura contraccambia
(le aspettative rosee: soddisfatte).
In mezzo al cervello c’era come una
scacchiera piantata a chiodi, in tutto
e per tutto uuale alla forma del morso
che piagava il tuo petto, le mani
affondavano che sembrava burro
e invece era sangue che spicciava
senza fretta e si portava via un po’
della tua esperienza maturata
sperimentando accoppiamenti diurni
e notturni. E questo aveva di buono
la tua giornata tipo: speranza
concreta e luce diffura (abat-jour).
***
Sognavi una vita di sacrificio
e violenza, le tue stelle polari
da seguire in notti particolarmente
noiose, senza sonno, poca luce
e niente per farti la carità,
niente a giustificare la minzione
imbottigliata per l’esame. Sognavi
i tuoi morti (loro non possono,
non parlano: è scomodo fare il male,
quasi quanto subirlo) e di ciò che
resta, poco in verità, conservi
l’oracolo più scontato: trattenere il respiro
almeno una volta al giorno: cercare
il talento nelle molliche di pane.
Ora, appurato che esiste modo e modo
di fuggire, pensi ai segnali persi,
le voci bianche su cui hai sprecato
saliva e buonumore. Gli ingegneri
della nuova era stabilivano
la tempistica e il risultato, ovvia
l’ignoranza di un dio, uno qualsiasi,
solo, leggermente meno ironico,
per contemplare a denti digrignati
l’ultimo massacro, l’ultimo morso.
***
Ho pensato che essendoti invisibile
avrei avuto più concretezza, più
autorità, il talento di parlare
per enigmi e frasi fatte (è la stessa,
credimi, identica cosa) e invece ho
dissipato anni di seme per una
maschera pallida pallida. Ho perso
il gusto della carne genuflesso
su bambole feroci, insomma
ho fatto la mia parte per sanare
il disavanzo, stuccare il teatro.
E tutto questo non era arroganza
nemmeno immaturità ma assenza
della tua parola, del tuo modo
di incrociare le gambe, ricucire
i cassetti, rigovernare un’idea.
Pensa a questo quando torni, la sera,
e confronti le diverse impronte, i
diversi stili per approcciare il
crimine. Oppure non pensarci: è tutto
abbastanza innocuo. Sono stato una
radice, ora vivo in una scatola.
***
Porti notizie di seconda mano
e non ti preoccupa, non temi lo
sguardo deluso degli amici, quelle
lacrime spese al margine degli occhi
che non avresti voluto vedere
mai più ma sentirle, beh, questo è tutto
un altro paio di maniche. Strette,
magari, ma, dio! Quanto trovavi
erotico il dolore e non parlo
di quello fisico, parlo di denti
serrati per la sorpresa: saperti
solo a un semaforo: c’è niente di più
frustrante? La sua schiena, lontanissima,
sagomata, tempi migliori e puri
per setacciare fiumi, sistemare
questi pensieri monomaniacali
dove non possono nuocere, nello
scaffale più ordinato del cervello:
ci sarà sempre un cranio guasto da cui bere.
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