Venerdì, 3 Settembre 2010

Un’altra strategia di contenimento

giovedì, 21 gennaio 2010 | Di Fabio | Sezione: Scritti inediti

di Fabio Orrico

Da circa due anni sto lavorando a una raccolta di poesie che, probabilmente e se mai vedrà la luce, sarà intitolata Bonifiche. La breve silloge che segue avrebbe dovuto aprire il volume, ma così non sarà. Nel leggere, rileggere, aggiungere e togliere, ho improvvisamente avvertito questi testi come un corpo estraneo al resto della raccolta. Un gruppo di poesie troppo compatto e diverso rispetto a quello che avrebbe dovuto seguire. In questo modo licenzio la silloge e me ne libero, riplasmando il libro. Perdonate la pubblica masturbazione.
Un’ultima nota: il poemetto è stato parecchio tempo senza titolo per il semplice fatto che non sapevo come intitolarlo. Sgorgato dopo un periodo parecchio lungo di inattività si stagliava nella mia mente senza nessuna intenzione di farsi chiamare per nome. Io l’ho sentito subito come un superamento di altri miei scritti. Il titolo che mi è saltato in mente all’improvviso, qualche settimana fa, indica una cesura, uno scarto, rispetto al mio libro precedente, appunto Strategia di contenimento (Giulio Perrone editore, 2005), ma anche una continuità.

Invocazione alla musa

Ascoltami, mentre prendo la giusta
distanza e svuoto il tempo dalle rogne

per isolare il nucleo, l’idea
della tua voce scavata, regionalmente

connotata, io, impiegato a vita
nelle barbariche multinazionali

del “pensaci adesso che dopo è troppo
tardi” e tu, giovane inquilina senza

l’ironia del secolo ma tutta
piena di escoriazioni e punti di vista,

perché il tempo se passa non è senza
un motivo e dai e dai anche un

asino impara a forza di sentire
la stessa canzone: il bastone, visto

e sperimentato, del salario
ma l’esistenza nostra si basa su

pochi gesti, dai più condivisi:
profilassi e custodia del segreto.

Dicevo: “ascoltami”, meglio avrei detto: “cantami”.

***
In tutto questo immagina un dentista
infernale: chino sulla bocca del

tuo pianto, misura le escrescenze
triplicate dal bisogno (avevi

ancora le orecchie piene di garza
e ciuffi di corteccia uscivano

dalle tue tasche: sangue che non dico).
Lei sembrava la parte per il tutto

ma le dee dall’addome scoperto
hanno bruciato i nostri cervelli

e come in quel film, che tanto ti piace,
ti sei detto: “io sono la mia storia”

e poi, di rimando: “tutte cazzate”
e in quella sentenza c’era la vita,

tua e dei tuoi cari, la tua vita,
una e trina, aveva affittato l’utero

a mercanti sconosciuti eppure
gentilissimi e le notti passate

in loro compagnia le ricordi
con affetto e una punta di amaro

per ciò che poteva essere
e, come suol dirsi, non è stato.

Adesso ci sono cose che, anche sforzandoti,
non riesci a ricordare. Adesso la

tua casa ha muri e porte strette,
tanto da renderti arduo tornare con

la spesa e far finta di nulla, fare
moine al cane (tu sei l’animale

domestico di te stesso) ma non dimentichi ciò che
realmente conta: quella volta che lei,

chiudendo i conti, ha detto: “i clienti
non sono cattive persone, la loro

è la mistica del bisogno: o me lo dai,
pagando, ci mancherebbe, o crepo.

Io sono stata la macchia d’erba
sul bucato delle tue buone azioni:

i morti, lo sai, non sentono (ragioni)”.

***
Ora prova a immaginare una donna,
la sua propensione al pianto, quella

che tu le rimproveravi senza
moneta di scambio, senza partita

d’azzardo che non fosse controllata
dalla tua angoscia, la tua noia

di dover constatare: tutto funziona,
anche la natura contraccambia

(le aspettative rosee: soddisfatte).
In mezzo al cervello c’era come una

scacchiera piantata a chiodi, in tutto
e per tutto uuale alla forma del morso

che piagava il tuo petto, le mani
affondavano che sembrava burro

e invece era sangue che spicciava
senza fretta e si portava via un po’

della tua esperienza maturata
sperimentando accoppiamenti diurni

e notturni. E questo aveva di buono
la tua giornata tipo: speranza

concreta e luce diffura (abat-jour).

***
Sognavi una vita di sacrificio
e violenza, le tue stelle polari

da seguire in notti particolarmente
noiose, senza sonno, poca luce

e niente per farti la carità,
niente a giustificare la minzione

imbottigliata per l’esame. Sognavi
i tuoi morti (loro non possono,

non parlano: è scomodo fare il male,
quasi quanto subirlo) e di ciò che

resta, poco in verità, conservi
l’oracolo più scontato: trattenere il respiro

almeno una volta al giorno: cercare
il talento nelle molliche di pane.

Ora, appurato che esiste modo e modo
di fuggire, pensi ai segnali persi,

le voci bianche su cui hai sprecato
saliva e buonumore. Gli ingegneri

della nuova era stabilivano
la tempistica e il risultato, ovvia

l’ignoranza di un dio, uno qualsiasi,
solo, leggermente meno ironico,

per contemplare a denti digrignati
l’ultimo massacro, l’ultimo morso.

***
Ho pensato che essendoti invisibile
avrei avuto più concretezza, più

autorità, il talento di parlare
per enigmi e frasi fatte (è la stessa,

credimi, identica cosa) e invece ho
dissipato anni di seme per una

maschera pallida pallida. Ho perso
il gusto della carne genuflesso

su bambole feroci, insomma
ho fatto la mia parte per sanare

il disavanzo, stuccare il teatro.
E tutto questo non era arroganza

nemmeno immaturità ma assenza
della tua parola, del tuo modo

di incrociare le gambe, ricucire
i cassetti, rigovernare un’idea.

Pensa a questo quando torni, la sera,
e confronti le diverse impronte, i

diversi stili per approcciare il
crimine. Oppure non pensarci: è tutto

abbastanza innocuo. Sono stato una
radice, ora vivo in una scatola.

***
Porti notizie di seconda mano
e non ti preoccupa, non temi lo

sguardo deluso degli amici, quelle
lacrime spese al margine degli occhi

che non avresti voluto vedere
mai più ma sentirle, beh, questo è tutto

un altro paio di maniche. Strette,
magari, ma, dio! Quanto trovavi

erotico il dolore e non parlo
di quello fisico, parlo di denti

serrati per la sorpresa: saperti
solo a un semaforo: c’è niente di più

frustrante? La sua schiena, lontanissima,
sagomata, tempi migliori e puri

per setacciare fiumi, sistemare
questi pensieri monomaniacali

dove non possono nuocere, nello
scaffale più ordinato del cervello:

ci sarà sempre un cranio guasto da cui bere.

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2 commenti
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  1. Sono stato una
    radice, ora vivo in una scatola.

  2. Universale

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