Venerdì, 3 Settembre 2010

Recensione: “Scratch My Back” di Peter Gabriel

venerdì, 5 febbraio 2010 | Di Manuel | Sezione: Profili

di Marco Sgrignoli

Fonte: Onda Rock (link all’articolo)

Peter Gabriel, Scratch My Back, Virgin (2010)

Tracklist:

  1. Heroes [David Bowie]
  2. The Boy in the Bubble [Paul Simon]
  3. Mirrorball [Elbow]
  4. Flume [Bon Iver]
  5. Listening Wind [Talking Heads]
  6. The Power of the Heart [Lou Reed]
  7. My Body Is a Cage [Arcade Fire]
  8. The Book of Love [Magnetic Fields]
  9. I Think It’s Going to Rain Today [Randy Newman]
  10. Après Moi [Regina Spektor]
  11. Philadelphia [Neil Young]
  12. Street Spirit (Fade Out) [Radiohead]


Trent’anni fa era Here Comes the Flood: ora infine il diluvio è arrivato. “Scratch My Back” è un album zuppo, grondante. Di pioggia, che ricorre in qualche testo, ma soprattutto di memoria.

Un album di cover è in genere segno di stanca creativa. Lo sa bene Peter Gabriel, che in quarant’anni di carriera le idee le ha perse e ritrovate più e più volte – non intende incappare in un disco calligrafico o campare sull’ispirazione altrui.
L’obiettivo di Gabriel è il distacco emotivo, e cantare canzoni di altri uno strumento per raggiungerlo. Le tracce suonano lontane. Pezzi vecchi e recenti sono echi di vite passate, cimeli di emozioni persi nella memoria.

Quel che resta dopo il diluvio. Ultimo uomo sulla terra, Gabriel cerca il tepore dei ricordi, sommersi da una spessa coltre orchestrale. Ma tutto è sbiadito, fradicio: la memoria ha mutato ogni nota e ogni immagine. Non c’è più lo spaesamento eccitante dello straniero, in “The Boy In The Bubble”, non c’è più l’impeto rivoluzionario dell’amore in “Heroes”, né la depressione metropolitana in “Street Spirit”. Al loro posto solo un’autocommiserazione rassegnata. E gocce di pianoforte che scendono lente, e la risacca degli archi, e un minimalismo letargico, che lambisce la desolazione degli ultimi Talk Talk.

Memorie e rimpianti di chi vede tutta la vita alle spalle. E Gabriel torna, per un’ultima volta, a essere il vecchio di “The Musical Box”: un relitto incagliato da eoni, schiavo dei ricordi, ormai incapace di provare passioni se non per interposta persona.
Eppure, qualcosa affiora. Pian piano le nubi si aprono, e trapela un raggio di luce. Accade in “Mirrorball”, in “Flume”. In “My Body Is A Cage” la schiarita segue una tempesta in piena regola. ”The Book Of Love” riesce perfino a spezzare il gioco del tempo, e riportare in vita l’euforia trasognata dell’innamoramento.

In “Listening Wind” il ricordo si fa più intenso dell’evento originale. Refoli d’archi e parole sospese: uno di quei mulinelli che nascono come per incanto e in un attimo si dissolvono, lasciando nell’aria un vago sentore di magia.
Come questo disco. Un prodigio inatteso, uno scherzo del vento. Che svanisce sulle parole di “Street Spirit”: fade out, again…

“Scratch My Back” è frutto di un progetto di “scambio cover”. Gli artisti qui omaggiati da P.G. realizzeranno a loro volta una cover di un suo pezzo. Il primo, “Not One of Us” in versione Stephin Merritt (Magnetic Fields), è il B-side del singolo di lancio “The Book of Love”.

(04/02/2010)

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6 commenti
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  1. Pietro Gabriele

  2. Belle parole. Giudizio sbagliato. Stroncare è coraggioso, ma a volte ingiusto. L’album di Gabriel è un capolavoro. Parola esagerata? Forse sì, ma non certo più di quelle testé lette.

  3. Mi dispiace Lucio che tu abbia letto questa bellissima recensione come una stroncatura.
    Credo che Marco Sgrignoli si esprima proprio in tutt’altra direzione: «Eppure, qualcosa affiora. Pian piano le nubi si aprono, e trapela un raggio di luce. [...] Refoli d’archi e parole sospese: uno di quei mulinelli che nascono come per incanto e in un attimo si dissolvono, lasciando nell’aria un vago sentore di magia.
    Come questo disco. Un prodigio inatteso, uno scherzo del vento».
    Lo “sguardo” di Gabriel è vecchio ma intenso, partecipativo e insieme distaccato; lo sguardo di chi sa e non deve dimostrarlo a nessuno…

  4. Letta la recensione, davvero ben fatta nella forma ma non concordo nei contenuti
    Ho ascoltato il nuovo disco gia 4 o 5 volte.
    Ci tengo a precisare che non sono affatto un fan di Gabriel ma qui ho la netta impressione di trovarmi difronte ad un capolavoro, non sono nessuno per affermarlo ma da buon audiofilo con qualche migliaio di dischi sulle spalle (anche i vecchi dei Genesis “quelli buoni” per intenderci in LP…) raramente si trovano in giro dischi così ispirati e ben fatti.
    Impressionanti a mio modo di vedere gli arrangiamenti, in dei brani l’ orchestra ti rapisce con i pianissimo per poi elevarti fino ad esplosioni dinamiche davvero emozionanti.
    Daltonde il “vecchietto” amam lavorare con i migliori sulla piazza e per il mio modo di intendere la musica in questo CD si sente eccome.
    Bellissima la voce di Gabriel, non credevo che ancora fosse così affascinante ed espressiva.
    Incisione da manuale, la qualità della registrazione è superlativa (le dinamiche sembrano libere e non compresse come ormai ci ha abituati la produzione pop moderna).
    Su un impianto hi-fi decente le emozioni sono tantissime.
    Straconsigliato ma attenzione, è un ascolto impegnativo
    Non credo che in radio sentiremo mai niente, non è un album concepito per l’ intrattenimento moderno fatto di canzonette…gia questo gli fa onore, secondo me.
    Un caro saluto a tutti.

  5. Caro Marco,
    concordo con te sulla bellezza di questo disco e non capisco ancora perché la recensione di Sgrignoli susciti discordia in chi la legge.
    Forse avrei dovuto scrivere io la recensione per esprimere il piacere che mi ha procurato ascoltare Gabriel.
    Comunque, ti devo correggere: Radio Capital ha mandato per tutta una settimana in anteprima “Scratch My Back” e tuttora fa ascoltare ogni tanto “The Book of Love”. Siamo fortunati…

  6. Concordo con quanto scrive Marco: gli arrangiamenti sono sublimi.
    Aggiungo che è interessante notare quanto siano stati stravolti i brani.
    Personalmente ritengo che l’interpretazione debba snaturare il brano originale: proprio il contrario
    dell’orientamento comune che vuole l’interpretazione fedele alla “idea” dell’autore.
    Procedo oltre, non è questa la sede per discorsi di filologia musicale:

    la gestione orchestrale è quasi mai ovvia,tranne forse in alcuni punti di
    “My Body is a Cage”. Un coraggio “musicale” che non sentivo da anni.

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